L'editoriale

martedì 21 Luglio, 2026

Il football non è americano

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Un Mondiale in cui ha vinto la squadra più forte, che ci ha detto che l'Europa è sempre la gran signora del pallone, ma che non è stato un granché. È davvero questo grande circo che vogliamo?

Onore e merito alla Spagna. Alla fine, ha vinto la squadra più forte, che non perde da 38 partite, ed è la più completa e più «squadra» di tutte. Una squadra figlia di una precisa idea di calcio, di un movimento che dal 2008 ad oggi in bacheca ha messo tre titoli europei e due titoli mondiali imponendo il proprio marchio di fabbrica: qualità e tecnica coltivate nella filiera partendo dalla base, passando per i settori giovanili per poi approdare sin al livello più alto. Così, in Spagna, passano le generazioni e continuano a fiorire i talenti. Farne tesoro e seguirne l’esempio non sarebbe una cattiva idea.

Sebbene una fronte all’altra ci fossero le due nazionali più forti al mondo, le prime due del ranking, i campioni del mondo e del Sudamerica contro i campioni d’Europa, a onor del vero non è stata un gran finale di campionato del mondo (restando negli Stati Uniti, trentadue anni fa nella calura di Pasadena Italia-Brasile del 1994 fu anche peggio): questo, va detto, non per responsabilità degli spagnoli, che la loro parte l’han fatta, quanto piuttosto degli argentini, più propensi a menar calci che a giocare a calcio, e a un Messi isolato che all’ultimo atto di un Mondiale stratosferico si è chinato dinanzi all’inesorabile peso dell’anagrafe. È umano anche lui, e anche in questo sta la sua grandezza.

Il Mondiale ci ha anche detto che l’Europa è sempre la gran signora del pallone: in semifinale ne ha piazzate tre su quattro, e se contro l’Argentina l’Inghilterra non si fosse suicidata in uno scellerato finale votato a un catenaccio che non sa fare, avremmo avuto una finale tutta europea. Diverso il caso della Francia, potenzialmente la migliore di tutte ma ancora una volta troppo cicala e vanesia. Detto che non è ancora l’ora del calcio africano (Marocco e Egitto si son fermate ai quarti), e ancor meno di quello asiatico (alla faccia dei petrodollari sauditi), detto della splendida Norvegia di Haaland e dei suoi vogatori a ritmo di tamburo, detto della favola di Capo Verde, è un Mondiale che ha visto iscritte al club delle grandi deluse due scuole come quella tedesca e quella brasiliana, ma neppure quella portoghese e quella olandese se la passano benissimo. Di noi neanche parliamo, visto che un Mondiale non lo facciamo da dodici anni. Prendiamo atto che mentre le ammaccate Germania e Francia son già corse ai ripari chiamando al capezzale Klopp e Zidane al posto di Nagelsmann e Deschamps, noi per non continuare a fare la figura dei pirla pensiamo a un Pirlo (ma non è solo questione di assonanza) a basso costo, o al figliol prodigo Mancini (ma sarebbe anche una specie di riabilitazione di Schettino), se non al costosissimo ed intemperante Conte. A giorni, pare, finalmente sapremo.

Questo, in sintesi, il verdetto emesso dal campo di un Mondiale che francamente non è stato un granché. Poi c’è il resto, e qui ci si deve chiedere dove stia andando il calcio. È stato il Campionato del mondo più globalizzato, per la prima volta a 48 squadre, e ricco di sempre: si calcola che la Fifa incasserà qualcosa come 15 miliardi di dollari, ben di più quindi degli 11 stimarti alla vigilia: frutto di biglietti costosissimi, ma stadi sempre pieni, diritti tv, marketing e merchandising ovunque, anche nell’aria umida che si respirava. Abbiamo visto di tutto uscire come monete a cascata dalla slot machine di Infantino: sosta sponsorizzatissima all’abbeveratoio, sicché una partita di calcio è ora di due tempi divisi in quattro quarti; conferenze stampa e selfie a pagamento; rivendita di porzioni di zolle erbose del campo di una finale che ha vissuto 27 minuti di intervallo sacrificato al culto di «Ella fu Madonna» (che tristezza le stelle cadenti), per arrivare a un presidente Fifa persino più ossequioso di Sir Anthony Hopkins nei panni del signor Stevens, l’irreprensibile maggiordomo in «Quel che resta del giorno».

Così accomodante nei confronti del bizzoso padrone di casa da soddisfarne ogni capriccio (è riuscito persino a revocare una squalifica a un calciatore della nazionale americana, previa telefonata dalla Casa Bianca). Non abbastanza accomodante, tuttavia e meno male, da impedire che la Coppa davanti al faccione di Trump la sollevasse proprio quell’invisa e irriverente Spagna che non ci sta ad inchinarsi davanti ai tracotanti voleri dell’imperatore. Certo, è innegabile che dal punto di vista economico questo Mondiale sia stato un successo. Viste le premesse, era il minimo. Ma è altrettanto innegabile che per questa mega operazione da quattrini il calcio si stia svendendo anche l’anima. È davvero questo grande circo ciò che vogliamo? È davvero un cafonal show da Superbowl che vogliamo per una finale di un campionato del mondo di calcio?

Lambrusco e popcorn, canterebbe il Liga. Be’, per il bene del calcio deponete i popcorn e ridateci il Lambrusco. Il nostro caro e vecchio football non è americano. In fondo, al di là di tutto, questo Mondiale faraonico ci ha detto questo. E non è una cattiva notizia.