l'intervista

lunedì 28 Settembre, 2026

Grosselli (Cgil): «Il lavoro dipendente copre il 90% dell’Irpef. Subordinati e pensionati schiacciati dalla pressione fiscale»

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Il segretario generale del sindacato: «Il ceto medio si sta impoverendo. Autonomi favoriti dalle manovre del Governo»

I numeri fotografano una forte concentrazione del gettito Irpef sui redditi più alti, ma sollevano anche il tema di quanto le dichiarazioni rappresentino la reale distribuzione dei redditi. Ne abbiamo parlato con Andrea Grosselli, segretario generale della Cgil del Trentino.
Grosselli, i dati sono chiari e il Trentino non si discosta di molto dal trend nazionale
«Ci sono due ordini di problemi. Il primo si può analizzare partendo dal fatto che il lavoro dipendente copre quasi il 90% dell’Irpef e già questo è un dato significativo perché permette di comprendere cosa sta accadendo. In questa legislatura si è fatto di tutto per avvantaggiare i lavoratori autonomi, esempio emblematico è la flat tax, quindi un regime forfettario al 15%. A ciò si aggiunga che l’autonomo non ha il sostituto d’imposta, il prelievo avviene direttamente alla fonte, cosa che invece avviene con i lavoratori dipendenti. E qui ci si connette al motivo per cui la dichiarazione dei redditi degli orafi e dei gioiellieri sono più basse dei dipendenti, o perché il ristoratore dichiara un reddito più basso del proprio dipendente».
E il secondo problema?
«L’operazione di questi anni da parte del governo per abbattere le tasse sul lavoro è stato finanziato con l’aumento della tassazione per i redditi medi sopra i 40-50mila euro, generando il fenomeno del drenaggio fiscale. Aumenta l’inflazione e quindi ci sono aumenti contrattuali dei redditi, ad ogni aumento c’è una porzione di contribuenti che passa il lavello di aliquota e dunque paga più tasse, ma senza che questo corrisponda a un miglioramento reale dello stile di vita. Si è usato il drenaggio fiscale, circa 25 miliardi di euro pagati dai contribuenti e così si riduce la tassazione per le fasce con un reddito più basso. Questa operazione ha penalizzato il ceto medio, che di fatto non è più tale, perché si sta impoverendo. Nel complesso, sono i lavoratori dipendenti e i pensionati ad aver avuto un aumento della pressione fiscale. Il lavoro a reddito fisso dove c’è sostituto d’imposta si è fatto carico di tutto. La situazione è insostenibile. Si tratta di operazioni che invece di impegnare nuove risorse, di adottare politiche per sanzionare chi evade le tasse e di tassare i grandi patrimoni, ha scaricato tutte le manovre sul lavoro dipendente, facendo di fatto un torto anche al proprio potenziale elettorato».
Di fatto non si fa una fotografia accurata del reale.
«No, per di più questo meccanismo finisce per depotenziare gli aumenti ottenuti con la contrattazione collettiva: se gli scaglioni Irpef non vengono adeguati all’inflazione, una parte degli aumenti salariali viene assorbita dal passaggio a un’aliquota marginale superiore. Per questo andrebbero adeguate le soglie al costo della vita e rivisto il rapporto tra tassazione del lavoro, imposte indirette e tassazione dei patrimoni».
La competenza in materia fiscale è esclusiva dello Stato, ma è anche vero che ci sono dei margini sulla gestione autonoma della quota addizionale. Si poteva fare di più?
«A livello provinciale, la prima scommessa, che non si è avuto il coraggio di perseguire, sarebbe stata garantirsi maggiore libertà nella gestione delle imposte, ragionando anche sull’imposizione diretta dell’Irpef a livello provinciale. Ci sono però alcune tassazioni sulle quali la Provincia ha già margini di intervento. È di stretta attualità, per esempio, il tema del bollo auto: lo si potrebbe utilizzare per favorire il rinnovamento del parco automobilistico trentino, incentivando il passaggio all’elettrico, che non paga il bollo. Oppure si potrebbe intervenire sull’Imu, aumentando la tassazione sui grandi patrimoni, e lavorare meglio sull’addizionale Irpef. Ma le leve dell’Autonomia non sono soltanto fiscali. Si potrebbe intervenire anche attraverso il welfare, restituendo alle famiglie del ceto medio servizi a costi più bassi. Anche questo, nel sistema economico, ha un impatto: posso ridurre le tasse, ma posso anche orientare le politiche di welfare verso gli ambiti in cui ci sono maggiore debolezza o maggiore carico fiscale. Un esempio è l’Icef. Noi chiediamo che venga indicizzato al costo della vita e che si tenga maggiormente conto delle famiglie con due redditi, premiando il lavoro femminile e valutando soglie diverse della capacità fiscale delle persone che lavorano. Quindi non soltanto tasse proprie, ma anche, e soprattutto, la possibilità di utilizzare il welfare per sostenere il ceto medio. Questo significa aumentare il potere d’acquisto delle famiglie e, di conseguenza, la loro capacità di spesa».
C’è stato un dialogo con la giunta provinciale?
«Abbiamo più volte chiesto incontro su Icef e assegno unico e contiamo di poterci confrontare con la giunta. Vediamo segnali di apertura, ci auguriamo che un incontro avvenga presto».

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