Il funerale
mercoledì 8 Luglio, 2026
A Rovereto l’ultimo saluto a padre Gius: «Ha aiutato molti a guarire e rinascere»
di Alberto Folgheraiter
La cerimonia a Rovereto: non è stata possibile la sepoltura alla Cervara, dove fu frate per decenni
Avrebbe desiderato una tomba nell’interrato della cappella ormai abbandonata, in alto, sulla collina, oltre le vigne sopra il convento di via della Cervara a Trento. Il cimitero accanto a un boschetto dove dal 1848 al 1957 furono inumati i religiosi di quel convento, chiuso per fallimento (di vocazioni) il 31 agosto 2023.
Il frate cappuccino Erminio Gius, morto a 88 anni, spogliato dei titoli accademici di luminare della cattedra di psicologia sociale all’Università di Padova, consumato dalla malattia, è stato sepolto ieri mattina nel cimitero di San Marco a Rovereto. Nel pezzo di terra destinato ai frati minori Cappuccini della fu provincia Tridentina di San Vigilio.
Per il funerale di un «maestro della psicologia sociale» (così il suo collega e amico professore Sergio Roncato) nella chiesa di S. Caterina, a Rovereto, c’erano i suoi congiunti scesi dalla val di Non; anziani discepoli, colleghi dell’Accademia (fra i trentini, Marco Boato), il parroco Marco Saiani, numerosi frati, con il Ministro provinciale del Triveneto fra Alessandro Carollo. Il religioso ha presieduto il rito funebre, «riuniti attorno al nostro caro fratello Erminio per l’ultima lezione, la più grande e la più importante della sua vita, la lezione dell’essenziale. Erminio, uomo, credente, discepolo, frate, sacerdote, studioso, docente scienziato».
Ancora: «Fra Erminio era figlio di Dio; durante la sua vita si è preso cura degli altri figli di Dio». Concetto ampliato all’omelia, dopo la lettura di un brano del profeta Osea cui ha paragonato p. Gius: «Da un certo punto di vista, fra Erminio faceva lo stesso mestiere del profeta Osea», ha detto. «Anche lui si poneva in ascolto dell’uomo e della donna senza pregiudizi. Osservava come si muoveva l’animo umano nelle sue dinamiche interpersonali e sociali e cercava di comprendere. Aiutava le persone a guardare ed accettare le nuove sfide e da lì ripartire. Guarire e rinascere».
Nel corso dell’omelia è stato letto un passaggio del testamento spirituale dello scomparso, scritto il 30 maggio 2012. Con quelle righe, Erminio Gius intendeva consegnare «l’esempio della sua vita, il rigore del pensiero come scienziato, l’onestà del giudizio come persona etica, l’impegno sociale per una umanità democraticamente sostenibile».
La ricerca di Dio e dell’uomo ferito unite nel medesimo gesto. La misura della fede che diventa relazionale e corporea: prendersi cura dell’altro. Non come distanza dal sacro ma come riconoscimento della medesima dignità che compete a ciascuno, esercitata con coerenza nella ricerca, nella teoria e nella pratica.
Quando aveva lasciato l’insegnamento universitario, mons. Pietro Giacomo Nonis, vescovo di Vicenza (1988-2003), a lungo prorettore dell’Università di Padova, aveva scritto che fra Erminio Gius, «pur essendo nella sostanza e nella forma un uomo dalla religiosità indubitabile, più monastica che conventuale, nel suo comportamento, nel suo fare, si leggeva una seria, equilibrata, serena laicità».
Negli interventi successivi (il giornalista Paolo Magagnotti, un nipote, la prof. Sabrina Cipolletta docente di psicologia sociale dell’Università di Padova) sono stati sottolineati alcuni tratti della personalità del religioso e dello scienziato. Il prof. Sergio Roncato, ordinario di psicologia dell’università di Padova ha ricordato gli esordi della psicologia sociale, gomito a gomito con Erminio Gius, le difficoltà iniziali come la mancanza di libri in italiano, problemi logistici e amministrativi, un inatteso boom di iscrizioni (3 mila richieste) fino ai 13 mila studenti, 150 docenti, 2 mila laureati l’anno. Nell’ultimo libro («Lungo il fiume dell’anima», 2025), una conversazione con una sua ex discepola, la prof. Valeria Ugolini, sugli esordi e lo sviluppo della psicologia sociale, Erminio Gius ricordava: «Ho sempre preferito tacere per non urtare la sensibilità dei miei confratelli e suscitare le loro gelosie. Non ho mai fatto nulla per arrivare ad occupare ruoli di prestigio nella Chiesa. Pur avendo avuto le opportunità, ho tenuto presenti nella mente le grandi responsabilità di quei ruoli e, infine, ma non ultimo, ho sempre creduto che questo non fosse nello spirito che dovrebbe appartenerci».
Non è un segreto (lo abbiamo scritto tre anni fa) che quando si trattò di nominare il nuovo vescovo di Trento, dopo il faticoso decennio dell’arcivescovo Sartori, da più parti fu avanzata la candidatura di P. Gius. Da Roma gli fecero sapere che era troppo importante averlo all’interno dell’Università. Richiamarono in patria l’arcivescovo Bressan che era nunzio apostolico (ambasciatore) in Oriente.
Fu così che a Erminio Gius, figlio della terra di Malosco, andato frate in tenera età, professore e scienziato per una vita, mancò la mitra vescovile. Negli ultimi tre anni visse con sofferenza la chiusura del convento di Trento, il trasferimento a Rovereto, l’attesa della morte. Confidò: «Per me la morte è la consegna della nostra vita terrena a Dio».
Gli domandò la prof. Ugolini: «Qual è la tua massima aspirazione, Erminio?». «Vorrei poter essere ricordato come un uomo giusto». Ed è così che lo ricorderemo, nei giorni a venire.
La storia
I cento anni di Norma Cescotti Covelli, unica sopravvissuta del bombardamento di Sant'Ilario: «Salva perché sono andata a bere. La scuola? Più imparavo più la vita mi interessava»
di Anna Maria Eccli
Insegnante di esperanto online, ha due figli, quattro nipoti e due pronipoti (il terzo in arrivo). I festeggiamenti? «Non lo so, a casa mia è tutto un segreto»
La storia
Volano, chiude lo storico ristorante «Silvana». Dopo 43 anni la famiglia Pancin-Pasquali lascia: «Abbiamo continuato finché abbiamo potuto. Speriamo le tradizioni non si perdano»
di Alice Fabbro
Aperto nel 1983, il locale è stato un luogo di ritrovo per la comunità. Il sindaco: «Ci si sentiva a casa»