La storia

mercoledì 8 Luglio, 2026

I cento anni di Norma Cescotti Covelli, unica sopravvissuta del bombardamento di Sant’Ilario: «Salva perché sono andata a bere. La scuola? Più imparavo più la vita mi interessava»

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Insegnante di esperanto online, ha due figli, quattro nipoti e due pronipoti (il terzo in arrivo). I festeggiamenti? «Non lo so, a casa mia è tutto un segreto»

Spiritosa, arguta, mai banale, Norma Cescotti Covelli, unica sopravvissuta del bombardamento di Sant’Ilario avvenuto il 13 settembre 1944 (quando un B24 per liberarsi delle bombe già innescate le lasciò cadere nei campi; morirono in 18), venerdì 10 luglio compirà la bellezza di 100 anni. Cento splendidi anni vissuti con ostinata fermezza, semplicità, interesse, condizioni che assomigliano alla felicità. Dal 1970 insegna esperanto online e 6 anni fa, dopo un servizio del TG1, le arrivò una mail dalla Spagna nella quale una “collega” appena novantenne le esprimeva rammarico per aver perso il primato di “insegnante di esperanto più anziana del mondo”. Oggi gli allievi che segue sono solo 3, di livello avanzato, perché ha lasciato i neofiti alla cura di due suoi ex allievi.

Serena, dopo una vita che di sicuro non le ha lesinato prove, oggi ama stare tra i suoi gerani, le sue lezioni on line, le presentazioni in giro per l’Italia del libro scritto con il giornalista e scrittore Maurizio Panizza “96 anni di storia: la mia”. Ha 2 figli, 4 nipoti, 2 pronipoti con il terzo in arrivo, una nuora che sente come figlia e un genero che le prepara piatti di tagliatelle all’uovo con carne, pesce, verdure… «Io me li congelo, così di fame non morirò e quando lui mi chiede come va io gli dico sempre che li ho quasi finiti, così me ne prepara altri».

Norma, prima di tutto, come si dice tanti auguri in esperanto?
«Ĉio bona, corrisponde a “ogni bene”, che è l’augurio migliore».

Ĉio bona, allora! Avrebbe mai pensato di vivere oltre un secolo, smanettando con un mouse, in collegamento con studenti cui insegna l’esperanto?
«No, ho sempre vissuto senza voler fare il fenomeno. Ora i miei amici esperantisti, che stanno tramando qualcosa per il 10, mi hanno fatto leggere un articolo scritto da uno slovacco che apparirà sul bollettino: una selva di complimenti e io penso “ma di chi sta parlando”?»

Vuole disconoscere il proprio carisma e togliersi i meriti. Allora, per punizione, si presenti da sola: lei chi è?
«Una che ha sempre pensato con la sua testa e agito di propria iniziativa, chiedendo aiuto quando ne aveva bisogno. Non ho mai nutrito grandi desideri di avventura, ma di vivere in pace sì. Non conosco l’odio, non saprei proprio dire cosa sia. Penso, però, che chi lo prova avrà dei motivi, un inizio, o una vita, difficili da superare…».

Ha un carattere molto forte.
«Forse l’ho sviluppato già da piccola, vivendo da sola: non potevo giocare con altri bambini perché abitavo nel palazzo del tribunale di Rovereto di cui mio padre era custode e non era pensabile vi entrassero bambini rumorosi. Si cercava di vivere bene senza disturbare nessuno. Io allora uscivo in giardino, mi sedevo nell’erba e parlavo con le lucertole e le lumache. Sembrava che mi ascoltassero. Poi andavo nel cortile e invitavo dame, regine e principi a una grande festa in cui cantavo e ballavo da sola. Così, vivendo solo con me stessa, senza dovermi confrontare con altri, mi sono costruita un modo d’essere tutto mio. Poi arrivò la scuola: non mi sembrava vero di poter imparare a scrivere, a leggere… Più imparavo più la vita mi interessava».

Con un diploma di Ragioneria ebbe “quasi” un posto, poi il matrimonio…
«Sì, finita la guerra c’era bisogno di coprire posti negli uffici rimasti semi deserti perché i funzionari erano stati spediti al fronte. Così ebbi la possibilità di lavorare nella cancelleria del tribunale di Rovereto per 6 anni. Aspettavo che Roma aprisse i concorsi anche alle donne, ma fu una delusione perché il Ministero lo fece solo molti anni dopo, quando ormai ero sposata e avevo due figli. In compenso, nel tribunale conobbi Dante Covelli, il nuovo segretario. Antipatico come pochi: sapeva tutto lui, faceva tutto lui, era pieno di amici con cui amava gozzovigliare in ufficio. Io gli imposi il “lei” per un anno e guai se mi chiamava Norma, anzichè “signorina”».

Poi, però, se lo sposò.
«Stando insieme tutto il giorno si parla, ci si conosce. Capii che la boria era apparente. Era uno dei 10 figli del cancelliere capo di Trento, reduce dal fronte jugoslavo, con una vita non facile».

Fu la sete a salvarla dal bombardamento di Sant’Ilario, tenuto subito sotto silenzio.
«Sì, tutta la gente sotto le viti mi voleva trattenere fino alla fine dell’allarme, ma io avevo sete e volevo salire alla casa dei contadini che stava sopra. Così mi salvai, assieme alla mia amica. Uniche testimoni tra quanti “videro” e non dissero. Fui invitata al silenzio da papà, preoccupato che potessi essere presa per visionaria, come si capisce leggendo il libro “96 anni di storia: la mia”».

Oggi sono 100; nel libro racconta anche di un fidanzato della Wermacht.
«Era uno studente in Ingegneria mandato in guerra. Quando mi disse dei certificati da presentare per poterci sposare, tra cui quello di nascita da cui apparisse che ero di pura razza ariana, mio padre mise fine alla questione. Ero giovanissima».

Cosa farà venerdì?
«Non lo so, a casa mia è tutto un segreto, nessuno parla di me. Non so se è perché li ho stufati, o se stanno tramando qualcosa. Ho tentato di dire a mia figlia che il giorno del compleanno mi piacerebbe chiudermi in casa a rimembrare il passato per conto mio e lei mi ha risposto: “Fai bene”. Comunque, verso sera ho in programma di offrire a tutti una “gelatata”».

Maurizio Panizza, con cui gira sempre nelle scuole per parlare del bombardamento di Sant’Ilario, ama dire che, ormai, siete una coppia di fatto.
«E io allora concludo con “sì, ma a distanza”, caso mai la moglie s’ingelosisse».