L'editoriale
domenica 5 Luglio, 2026
I Mondiali e l’appartenenza
di Lorenzo Ciola
Quasi un quarto dei calciatori impegnati nel torneo in corso ha deciso di giocare per un Paese diverso rispetto a quello in cui è nato. Una decisione attiva che deve essere accettata e non strumentalizzata
L’Agenzia Onu per i rifugiati ha deciso di scendere in campo per i mondiali di calcio. Ovviamente si tratta di una discesa in campo metaforica, ma capace di testimoniare gli effetti dei cambiamenti in atto da un punto di vista sociale e ideale, perché da un lato fotografa una realtà in radicale cambiamento, mentre dall’altro avvia una riflessione sul concetto di appartenenza progressivamente più allargato rispetto ai valori che sono stati sviluppati attorno al concetto di patria. Una riflessione, peraltro, che non irrompe ora nell’attualità ma che lo sport amplifica e anticipa nelle dimensioni che potranno riguardare le comunità locali.
L’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) ha infatti preparato una formazione simbolica, composta da giocatori che in passato hanno avuto esperienza da rifugiati o sfollati, denominandola «Gamechanging Team». Non proprio una squadra qualsiasi, considerato che vede tra i protagonisti nomi molto noti nel mondo di calcio. Uno è Alphonso Davies, che ha mietuto trofei in serie con il Bayern Monaco e i cui genitori erano scappati dalla Liberia per rifugiarsi in Ghana, dove Davies è nato, prima di approdare in Canada. Altro nome di spicco è quello di Antonio Rüdiger, nato da una famiglia fuggita dalla Sierra Leone in Germania, nazione che ora rappresenta sportivamente da calciatore del Real Madrid.
La lista potrebbe continuare, ma quello che va sottolineato è che non tutti i figli di rifugiati hanno poi scelto di militare il Paese di approdo che li ha fatti crescere. Tra i bosniaci che hanno eliminato proprio l’Italia nel playoff di marzo ha giocato Ermedin Demirovic che è nato in Germania, dove il padre si era diretto durante la guerra nella ex Jugoslavia, ma ha optato per la terra dei propri avi.
Se però le vicende che riguardano i rifugiati nascondono le storie più dolorose e, a volte, tragiche, il cambiamento degli ideali è testimoniato da un dato significativo che si coglie nell’analisi dei calciatori che stanno partecipando o hanno partecipato a questi mondiali di calcio. Il 23,4% dei convocati per il torneo, quindi quasi un quarto degli atleti, ha deciso di giocare per un Paese diverso rispetto a quello in cui è nato. Sicuramente c’è chi non ha fatto una scelta valoriale ed ha puntato sulla nazionale che gli ha offerto la concreta possibilità di una vetrina mondiale. Altre figure hanno però optato per soluzioni poco scontate, aderendo effettivamente alla proposta che sentivano maggiormente nelle loro corde. Lo sa anche la Federazione italiana che, a livello giovanile, ha schierato spesso il difensore del Parma Alessandro Circati, nato a Faenza ma poi cresciuto in Australia, nazione che ha deciso di rappresentare definitivamente. Una scelta di famiglia ha fatto invece, tanto per conservare un legame con l’Italia, lo juventino Kenan Yildiz, venuto alla luce in Germania ma selezionato per la nazionale del papà, quella turca.
Anche questi esempi sono testimonianza di un cambiamento in atto nel senso di appartenenza ad uno Stato, ad una nazione, che da tempo non è più legato soltanto ad un destino geografico vincolato al luogo di nascita o all’etnia di una famiglia. O, almeno, questi elementi non significano una scelta automatica. Si parla di cambiamento e non di scomparsa, perché la scelta di appartenere riafferma sempre più da parte di un cittadino la volontà di aderire al proprio contesto elettivo. Soprattutto, non è più il tempo dell’accettazione acritica di un destino, ma di una decisione attiva che deve essere accettata e non strumentalizzata.
Sicuramente, la possibile scelta di una patria non può essere vista come una ricaduta deteriore degli ultimi flussi migratori, come qualcuno cerca di argomentare. La questione si è moltiplicata sicuramente con la globalizzazione, ma il senso di appartenenza elettivo è sempre stato un sentimento attivo. Se ci fossero dei dubbi e se qualcuno non considerasse lo sport adeguato a raccontare l’evoluzione e la storia di una società, ci si può rileggere un gigante della cultura come Ugo Foscolo. Per lui l’isola greca di Zante è sicuramente stato il luogo di adesione ideale, la culla delle proprie origini. Però proprio Foscolo resta uno dei padri della patria italiana e della sua unità nella dimensione attuale. Anche se non aveva avuto nel proprio destino la possibilità di nascere fisicamente negli attuali confini del nostro Paese, è un riferimento imprescindibile per la nostra lingua e per gli ideali di tanti.
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