L'editoriale
lunedì 8 Giugno, 2026
La sinistra e l’alternativa
di Simone Casalini
Le migliori carte che il centrosinistra ha in mano per le future elezioni provinciali sono la mancata ricandidatura di Maurizio Fugatti e la speranza che nel centrodestra si apra un conflitto. Ma affidarsi alle disgrazie altrui è sempre un rischio.
Per ora la migliore carta che il centrosinistra ha in mano per le future elezioni provinciali è la mancata ricandidatura di Maurizio Fugatti e la speranza – come sta affiorando – che il centrodestra imbocchi la via di un conflitto di successione. Ma affidarsi alle disgrazie altrui è sempre un rischio. Soprattutto se questo è delegato ad una serie di variabili che da qui al 2028 possono alterare il campo visivo della sfida. Anche per il centrosinistra le elezioni politiche della primavera del 2027 sono un incrocio di destini non marginale.
La scelta del governatore Fugatti condizionerà anche le sue strategie e così l’esito del voto. In questi giorni, ma la data è ancora relativamente a distanza di sicurezza, nella Lega sembra alzarsi il pressing per una partecipazione attiva (leggi candidatura) dei presidenti leghisti del nord. L’apertura del segretario federale Salvini all’ingresso come vicepresidente nel Carroccio di Luca Zaia deve ancora trovare un assetto definitivo. E avrebbe la sua ratio nel riposizionare la Lega nell’alveo originario, federalista e intercettore di una parte del voto moderato e post-democristiano (al di là di ogni radicalismo). Ma è anche una mossa quasi obbligata per arginare l’emorragia di voti (di estrema destra) attesa verso il movimento del generale Vannacci.
Se Fugatti sarà chiamato a dare il suo contributo – la mossa ha anche molte controindicazioni a partire dalla rimessa in palio delle Regioni e Provincia autonoma interessate -, in assenza di un intervento sulla legge elettorale, il Trentino si troverebbe a votare due volte in due anni (2027 e 2028). A quel punto come cambierebbero i piani del centrosinistra? Il ragionamento è aperto. In ogni caso la competizione del Campo largo su scala nazionale e il suo esito (vittoria o sconfitta) avranno un peso specifico anche sul voto provinciale perché, in nessun livello, il centrosinistra sembra avere un progetto alternativo di Autonomia.
La coalizione provinciale Ada è reduce di tre anni di opposizione intransigente. Come tutte le minoranze nei sistemi con premi di maggioranza sconta il ridotto peso politico. Ma ha cercato di inceppare la macchina di governo su alcuni temi strutturali (Valdastico) e aperto una dialettica su Dolomiti Energia che – oltre a produrre una divisione con i propri sindaci di Trento e Rovereto – rischia di creare qualche problema di posizionamento a Fugatti e ad una parte del centrodestra. Le altre battaglie simboliche sono sui migranti – che chiama in causa anche la globalizzazione, l’elaborazione del passato dell’Occidente e la prospettiva di società – e sul Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) che sollecita una differente concezione della sicurezza e incontra la postura sensibile del trentino medio e cattolico. Esattamente dove Fugatti ha costruito la sua «comunità immaginata». Al netto di questo, il centrosinistra ha almeno due questioni impellenti.
Punto primo, qual è la rappresentanza sociale che vuole (ri)costruire posto che dal Dellai ter del 2008 al 2023 ha perso 71mila voti? Pur avendo un’adesione diversificata è evidente che la coalizione, soprattutto il Partito democratico, sono rimasti confinati ai ceti urbani qualificati. Il mondo dei ruoli, dei garantiti (compresi i pensionati di classe…), del poco di intellettuale che rimane in questa società e alcuni mondi del terzo settore sono saldamente immersi nel centrosinistra. La rappresentanza la si allarga includendo nuove proposte politiche, nuove alleanze o riposizionando il messaggio politico e lo stile (di vita) che lo accompagna. O muovendosi su entrambi i fronti. Il voto del referendum sulla giustizia ha punito la premier Meloni e il suo governo, ma non ha premiato l’opposizione. Una schiera di astenuti o votanti sporadici è semplicemente riemersa dai fondali per segnalare una questione (chi la hybris di Meloni, chi la guerra, chi Gaza, chi la difesa democratica). Un voto estemporaneo che non tornerà nelle urne delle politiche e delle provinciali se non gli si costruirà un sentiero di espressione.
Come si fa ad allargare il recinto elettorale? Non certo con una proposta che governi la contingenza o che proponga una nuova alleanza di potere (questa semmai fa entrare in competizione la propria proposta con quella avversaria nel caso in cui si sfaldi). E ancora, l’intersezione dirimente è come coniugare colto e popolare, città e valli, due anime che, in questo momento, se convivono lo fanno senza avere una relazione reale. Per comprendere e unire questi spunti, forse, sarebbe utile indagare il rapporto tra Fugatti e le istanze popolari, fino ad oggi molto sottovalutato, e tornare a compiere analisi sociale (empirica soprattutto). Sul nesso cultura urbana-cultura popolare si disputa una parte rilevante del voto provinciale.
Punto due: la cultura è ancora uno strumento trasformativo? È stato sicuramente un polmone della politica, l’unico che può alimentare prospettive, visioni, sogni e utopie. Ma la sensazione è che sia un’arma spuntata e dequalificata. È diventata sfoggio e intrattenimento, e qui ci riconnettiamo al primo punto. Se è questa la sua funzione attuale, e non quella di determinare un pensiero critico, allora non serve più. Questo equivoco nel campo della sinistra è pesante e la destra, lo stesso Fugatti, hanno investito per dimostrare il sillogismo cultura-élite-privilegio.
Quello di «crisi» sembra, poi, essere un concetto congenito alla sinistra. L’etimologia – dal greco «krisis» – spiega la ragione: il suo significato è «scelta» o «decisione». E ogni scelta implica una diramazione che spesso genera una divisione o una divergenza. La sinistra ha vissuto fratture e ricomposizioni, ha mediato e abbandonato negoziazioni, ha costruito popoli e li ha persi. La «crisi», anche quella tenue, è un atto generativo. Semmai il problema è che oggi non esistono più i presupposti di una dialettica perché le culture politiche sono fragili e le posizioni centrifughe sono per lo più personali. Qui s’inserisce anche – e non solo – la questione della leadership. Per ora sta costruendo la sua candidatura il primo cittadino di Trento, Franco Ianeselli. Anche con una serie di alleanze che precedono la scelta dei partiti o che mirano a condizionarne la posizione. Chiunque sarà indicato dovrà costruire una visione alternativa di Autonomia e individuare una connessione reale tra aree urbane e culture montane. La partita è in salita.