L'intervista

giovedì 25 Giugno, 2026

Schwazer positivo all’Epo, Donati non arretra e lo sostiene: «Complotto contro Alex, sarà distrutto per sempre»

di

Il tecnico simbolo dell'antidoping torna all'attacco dopo il nuovo caso che coinvolge il marciatore altoatesino: «Le prove del 2016 furono alterate. Continuano ad accanirsi contro di lui

Mentre Alex Schwazer si affida ai social per ribadire la propria innocenza, il suo ex allenatore Sandro Donati – 79enne e simbolo della lotta contro il doping – confessa di essere «il primo a volerne capire di più». Il tutto ripetendo più volte la parola «complotto» parlando di quanto accaduto negli ultimi anni al marciatore oro a Pechino nella 50 km olimpica, con la positività all’Epo emersa lunedì e riferita a un controllo svoltosi in occasione della gara di maratona di marcia del 26 aprile ai campionati nazionali tedeschi di Kelsterbach come ultima scoppola.
Donati, quali i suoi pensieri dopo il nuovo caso doping che ha interessato Schwazer?
«La sintesi è che pure io voglio capire, insomma non nego che sono il primo a volerne sapere di più di tutta questa storia. Ormai da dieci anni non sono più l’allenatore di Alex, ma non l’ho mai abbandonato umanamente, tanto che gli ho sempre fornito diversi consigli da amico. Non sempre però mi ha ascoltato».
A cosa si riferisce?
«Al fatto che gli ho sempre detto di non tornare alle gare, perché non l’avrebbero trattato bene, ci sono troppe persone che gli vogliono male e che aspettavano il momento buono per continuare nel massacro».
Si percepisce una scarsa fiducia nel sistema.
«Proprio così, non mi fido della Wada, l’agenzia mondiale antidoping, e in particolare non mi fido del laboratorio di Colonia. Non lo dico per partito preso ma lo affermo con in mano un’ordinanza del tribunale di Bolzano, che certificò come nel 2016 le provette furono alterate per far risultare Alex positivo. Eppure a Colonia, pur cambiando i vertici del laboratorio, non hanno fatto nessuna indagine interna e nel complesso il sistema antidoping rimane medievale».
E perché Schwazer dovrebbe essere vittima di un complotto?
«Le cose sono note e sono state pure scoperte grazie all’irruzione degli hacker russi nello scambio di mail tra i vertici della Iaaf (la Federazione mondiale dell’atletica, ndr) e il laboratorio antidoping di Colonia, scritti che dimostrano come in tutti i modi hanno ostacolato la trasparenza di ogni accusa ai danni di Alex e negando la collaborazione con i tribunali italiani. Il motivo dell’accanimento? Ovviamente quanto accaduto nel 2012, con la positività alla vigilia di Londra, con Schwazer che ammise le proprie colpe riferendo nel contempo diversi dettagli su alcuni avversari, e da lì fu di fatto scoperchiato il cosiddetto “doping di stato” russo. Da lì in poi non solo negarono ad Alex lo sconto sulla squalifica riservato a chi collabora con la giustizia, ma di fatto per lui fu l’inizio della fine, con i fatti di Rio, la chiusura della sua carriera agonistica e tutto il resto».
E ora?
«Ora non è finita. In occasione della gara del 26 aprile al momento dei controlli antidoping, durante i quali ho accompagnato Alex, ho conservato un campione di urina dato che non mi hanno lasciato prendere un campione di sangue. Ci rimane comunque una provetta che contiene qualcosa di prezioso (non mancano però i dubbi circa la conservazione della stessa, che comunque non ha alcun crisma di ufficialità, ndr) per dimostrare l’innocenza di Schwazer».
È fiducioso?
«Se devo essere sincero, dico di no. Perché so che continueranno a puntare a distruggere Alex pure come uomo, lui da queste vicende ne uscirà rovinato anche sul lavoro, non solo nello sport dove arriverà puntuale una squalifica a vita».