L'editoriale

mercoledì 24 Giugno, 2026

Garlasco: l’assurdo teatro e la perversa deviazione della giustizia mediatica

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Tante trasmissioni hanno trasformato il grande pubblico in un improvvisato tribunale della morale. Ma sul caso mancano ancora dettagli fondamentali

Sono oramai trascorsi più di 18 anni dall’omicidio di Garlasco (Pavia) e sono ancora tanti i dubbi che esistono sul chi il 13 agosto del 2007 ha realmente ucciso la povera Chiara Poggi nonostante le sentenze passate in giudicato abbiano definitivamente indicato il colpevole in Alberto Stasi, il suo fidanzato dell’epoca.
La riapertura delle indagini è avvenuta, come sappiamo, all’esito delle nuove indagini genetiche che, con le metodiche di nuova generazione, hanno rilevato tracce di Dna compatibili con quelle di Andrea Sempio sulle unghie di Chiara Poggi prelevate nel corso del suo esame autoptico.

E suscitato un esagerato (direi, sostanzialmente morboso) interesse pubblico: un interesse che è stato certamente acuito dalle tante (troppe) trasmissioni televisive messe in onda da agguerriti e cinici pseudo-giornalisti i quali, a quei colpi di audience ai quali siamo stati addestrati dalla folta schiera di opinionisti, di criminologi, di avvocati, di genetisti e di altri presunti pseudo-esperti del settore dai molti (inquietanti) conflitti di interesse, hanno trasformato il grande pubblico in un improvvisato tribunale della morale. Con vivaci, improvvisi e furbeschi scoop televisivi in cui l’ascoltatore, accattivato dai particolari (spesso) scabrosi e dai toni sensazionalistici dei molti grilli parlanti, si è trasformato in un improvvisato giudice analogamente a quello che avviene sul palcoscenico del Grande Fratello. È così che la spettacolarizzazione del crimine e il sostanziale protagonismo dello spettatore televisivo si sono trasformati in una pericolosissima parodia mediatica che, alla fine dei fatti, squalifica la giustizia e la stessa credibilità delle nostre istituzioni.

Quando penso a tutto questo, quando ascolto le tante presunte ricostruzioni di quello che sarebbe accaduto in quella isolata villetta di Garlasco e ogni qual volta la voce dei tanti commensali racconta i particolari dell’impronta 33, i risultati delle indagini dattiloscopiche nonché di quelle genetiche e le pseudoprove scientifiche sull’impronta della scarpa lasciata dall’assassino sul luogo del delitto quando gli stessi non sono stati ancora stati in grado di definire quel dato (l’ora della morte della povera Chiara) che resta il focus principale dell’inchiesta giudiziaria, ciò che mi ritorna alla mente è l’intuizione contenuta in uno degli ultimi romanzi di Leonardo Sciascia («Todo modo», pubblicato per la prima volta nel 1974): quella che l’ingiustizia moderna non si presenta sempre con l’aspetto di una violenza evidente ma come un teatro del potere nella sua assurda e spettrale nudità.

Nel romanzo dello scrittore siciliano le morti violente che pur ci sono non sono al centro della scena; il centro è, invece, la giustizia imprigionata nel labirinto del potere. In questa architettura il protagonista principale del romanzo è don Gaetano, una figura di confine, quella forse più enigmatica di tutta l’opera sciasciana. Pur essendo un sacerdote, don Gaetano non predica la redenzione, non illumina e non nutre alcun interesse per la verità: don Gaetano gestisce, invece, le coscienze, non cerca la verità ma la amministra utilizzando il linguaggio del bene per neutralizzare la libertà e la capacità di quel pensiero autonomo che è stato il fulcro di tutta la critica arendtiana. Il cuore filosofico del romanzo di Sciascia è il rapporto tra la verità e la giustizia che retrocede ogniqualvolta il reale è falsificato, manipolato se non addirittura occultato.

Chi controlla il racconto dei fatti controlla, così, anche il giudizio e questo avviene con la produzione di tutte quelle verità narrative costruite e finalizzate al solo scopo di fare a audience anche al prezzo della più completa dissoluzione di tutti quei criteri che ci permettono di distinguere il vero dal falso. Quando tutto è interpretabile e quando la verità trasmigra nelle ipotesi e nelle suggestioni, il tutto diventa, purtroppo, controllabile perché viene a mancare quel terreno comune di verità sul quale il giudizio può e deve responsabilmente fondarsi. È così che ogni qual volta la ricerca della verità viene assorbita dalla menzogna la sua ricerca si trasforma in un dolorosissimo campo di battaglia al cui interno molte sono le vittime sacrificali. Questo è il prodotto di quel circo mediatico-giudiziario che, con le sue tentacolari spire, ci ha avvolti violando sistematicamente la realtà del segreto istruttorio con la messa a disposizione pubblica di quei ripetuti soliloqui che abbiamo ascoltato, dei contenuti delle intercettazioni, dei frammenti delle conversazioni familiari, dei ticket dei pedaggi di sosta e di quelle tante altre suggestioni che hanno caratterizzato quelle neo-lombrosiane mostrificazioni pubbliche del presunto assassino della povera Chiara.

Tutti noi siamo corresponsabili di queste perverse deviazioni perché, nostro malgrado siamo, ahimè, diventati passivi ingranaggi di questa terribile macchinazione mediatica. I cui effetti sono del tutto nocivi essendo stati addestrati a non distinguere più il vero dal falso, a riconoscere le mistificazioni e al non pensiero autonomo. E che graveranno anche su chi dovrà eventualmente ritornare a giudicare i profili di colpa essendo, purtroppo, risaputi gli effetti e i condizionamenti negativi che il circo mediatico è in grado di esercitare sulle indagini giudiziarie e sul giusto processo.

*Medico legale, già direttore dell’Unità di operativa complessa di Medicina Legale