Campi Liberi
venerdì 5 Giugno, 2026
Kristian Ghedina, una vita a tutta velocità: «Mia mamma morì quando avevo 15 anni, papà mi disse che nella vita non c’è il tasto rewind e bisogna andare avanti»
di Angelo Zambotti
Il fuoriclasse di Cortina si è raccontato in una sala eventi del T Quotidiano gremita di appassionati
Una vita all’insegna della velocità, anche se – al di là dei successi inanellati in carriera – quel che contraddistingue Kristian Ghedina nell’immaginario collettivo è quella spontaneità che lo mantiene sempre «il ragazzo della porta accanto». Un campione della competizione e della comunità, sfere tra le quali il fuoriclasse ha tenuto viva la connessione anche dopo l’abbandono delle gare. «Ora però nello sport è tutto esasperato», le parole di Ghedina davanti a una gremita sala eventi de «ilT Quotidiano», con in prima fila la presidente del Coni Paola Mora e l’assessore provinciale allo sport Mattia Gottardi.
Un’ora e mezza di racconti, aneddoti, con il direttore Simone Casalini e il giornalista Lorenzo Fabiano (autore del libro «Ghedo, non ho fretta ma vado veloce») a condurre un incontro che sarebbe potuto durare altre ore considerando la quantità di fatti da raccontare e la capacità di coinvolgere di Kristian. «Sono estroverso, lo sanno tutti. Eppure da bambino ero timido. Vi racconto questa: a Natale avevo soggezione persino nel fare gli auguri ai parenti prima del pranzo, ho avuto più paura in quei momenti che al cancelletto di una discesa libera di Coppa del Mondo». E partono le prime risate.
Poi i primi accenni a quella velocità che l’ha sempre accompagnato, sugli sci e nel mondo dei motori. «Ho sempre avuto grande passione per tutto ciò che provoca emozioni forti, sono sempre andato alla ricerca del limite. Tutto ciò per la disperazione di mio padre e soprattutto di mia madre. Loro hanno sempre lavorato, quindi ero spesso a casa da solo con le mie due sorelle: altrettanto spesso finivo in ospedale, e quando mi facevo male il peggio era pensare alle “legnate” che rischiavo di prendere da mio padre quando tornavo a casa, quindi dovevo nascondere ogni tipo di dolore!».
Un padre rigido, che ha sempre spinto Ghedina verso lo studio, ma senza troppo successo. «Mi ha sempre detto che nello sport tutto è imprevedibile: da ragazzo non lo ascoltavo, ma aveva ragione. Lui aveva iniziato a lavorare col padre panettiere a 11 anni, ha sofferto molto perché gli piaceva leggere ma non ha avuto la possibilità di studiare, anche per questo ci ha sempre spronato ricordandoci l’importanza della scuola». Però con i temi di italiano Kristian non ha mai avuto un gran feeling. «Io dopo cinque righe mi fermavo, non sapevo più cosa aggiungere. Così arrivò il giorno del tema “Il giorno più bello della mia vita”. Mi dissi: “Racconto la mia prima vittoria in gara, farò un capolavoro”. Partii col racconto del viaggio, la colazione, poi la gara… ma dopo poche righe avevo già finito tutto! E adesso che non ho più argomenti, che faccio? E lì arrivo il colpo di genio. Per arrivare a una paginetta scrissi anche l’intero conto alla rovescia sentito al cancelletto di partenza: venti, diciannove, diciotto, diciassette…». Lacrime. «C’è poco da fare, scrivere non è mai stato il mio punto forte. Vedete questo libro (indicando “Ghedo”, ndr), Lorenzo è venuto a trovarmi un po’ di volte a Cortina, io parlavo veloce e lui “va pian”. Però in un’estate ha scritto un libro, io manco in dieci anni sarei stato capace».
Poi si corre con la mente agli inizi, con Kristian che indossò i pattini prima degli sci. «Mio padre era nel direttivo dell’hockey club, è stato pure presidente, quindi da ragazzino ho iniziato a giocare. Però mi sono stufato in fretta e sapete perché? Perché dal palazzetto dovevo tornare a casa a piedi per un chilometro e mezzo, magari tra la neve, con la sacca pesante tra pattini e tutta l’attrezzatura necessaria. Un giorno ho detto “basta”, così ho fatto selezioni dello sci club, in quel modo potevo tornare fino a casa con gli sci ai piedi. Mi ha insegnato mia mamma, è stata la prima maestra donna dell’unica scuola che c’era a quei tempi a Cortina: ha lottato per far cambiare lo statuto della scuola che prevedeva solo maestri maschi, lei è sempre stata molto fiera di tutto ciò».
Arrivò anche la prima gara. «Mia mamma aveva una delle prime cineprese, ero teso prima della partenza poi via tra le porte del gigante… ma quando ho sentito mia mamma dirmi “bravo” ho abbandonato il tracciato e sono andato da lei!». Arrivò quindi quel maledetto 4 aprile 1985. «Eravamo una famiglia bella e unita. Per quel giorno si decise di andare a fare “un canalino” sul Monte Cristallo. Non so perché ma quella volta mi tirai indietro, avevo uno strano sentore. E infatti nel pomeriggio papà chiamò a casa: “Mamma è caduta, vado all’ospedale con lei”. Arrivò alle 6 di mattina con la brutta notizia: mamma era morta. Ci cadde il mondo addosso. Mio papà vedovo, le mie sorelle di 11 e 17 anni, io 15enne… Ricordo benissimo le parole di mio padre: “La vita riserva anche questo, non si può schiacciare il tasto rewind, bisogna andare avanti”. Queste parole mi hanno segnato molto. Mia sorella era al secondo anno in nazionale e abbandonò, si sentì in dovere di fare le veci della madre, per me invece stare sugli sci significava proprio stare con mia mamma.
Una settimana dopo c’era un superG a Obereggen, mio papà e l’allenatore non volevano lasciarmi andare in quelle condizioni, ma puntai i piedi: “Voglio andare e provare a vincere per la mamma”. E così fu». Il padre intanto continuava con il suo rigore. «Mi diceva “Kristian, resterai in Nazionale 2-3 anni come tua sorella, poi smetterai e tornerai a studiare”. Nel contempo mi ripeteva che visto che avevo scelto la vita da atleta, avrei dovuto fare l’atleta a 360 gradi. Quindi tutte le sere a dormire alle 10 e tutte le mattine alle 6 in piedi. “Ausstehen che l’è morgen”, urlava papà, tutte le mattine. Spesso era pesante come vita, ma quando i miei compagni si alzavano alle 7, magari senza nemmeno svegliarsi davvero, io ero già pronto per partire, la mia macchina era calda. Quindi è servito». Tanti gli incidenti in carriera, e tante anche le risalite, seguite dalle vittorie. «Quando vinsi la mia prima gara di Coppa a Cortina nel febbraio del 1990, penso sia un record unico l’aver vinto la prima in casa, ero reduce dalla rottura delle costole a Kitzbühel e dallo stalking alla commissione medica per rientrare nel giro di due settimane, raccontavo che stavo bene… Andò così anche prima del successo di Are un mesetto dopo».
Poi l’incidente e il coma nel 1991. «Quella volta mi dissi: “Se dopo due infortuni più lievi ho vinto due gare di Coppa, dopo una roba del genere vinco la generale!” Invece è stata davvero dura, sono pure caduto in bicicletta, perché mi sembrava di stare bene, invece il neurologo aveva ragione, dovevo riprendere l’utilizzo dei miei organi sensoriali, ero come un computer che era andato in tilt… Non sono mai stato abituato ad ascoltare molto i dottori...». Poi gli aneddoti, dalla mitica spaccata di Kitzbühel del 2004. «Quello è diventato il mio segno di riconoscimento, e fu frutto di una scommessa fatta con mio cugino: in ricognizione a bassa velocità ho fatto una mezza spaccata, lui mi ha visto e mi aveva un po’ ripreso per la bravata. Io manco mi ricordavo di quel gesto, gli risposi che per me una cosa così era il pane quotidiano. “Se vuoi te la faccio in gara…”. E lui “Gnanca bon”. Una provocazione troppo grossa per uno come me. E cosa vinsi? Una pizza e una birra, nulla più. A quei tempi non c’erano i social, se si faceva una cosa così era per puro orgoglio. Dopo la gara vinta da Stephan Eberharter mi stavo preparando per tornare a casa, ma mi dissero che dovevo andare alla premiazione anche se, essendo arrivato sesto, ero fuori dai primi 5. Io non sapevo che fare, mi diedero un premio speciale perché grazie al mio numero la gara era stata fatta vedere ovunque… insomma sono stato capace di mettere in ombra un austriaco che vince sulla Streif, il pubblico acclamava me invece che Stephan, assurdo!».
E infine Chamonix. «Era il 1994, ricordo benissimo la dissenteria, persi tre chili in una notte. Mi dicevano di non correre, mi sono fatto dare ricostituenti, ma nonostante varie medicine i malesseri non passavano e continuavo a correre in bagno. Ero dilaniato, poi mi è toccato mettere la tuta, un rito per noi importante, ci si mette un po’ per fare le cose bene. In partenza non c’erano i servizi, non sapevo come fare ma tra qualche foto e altro ho tenuto duro, fino al momento della partenza. Dopo le prime discese tutti dicevano di stare attenti al salto che tutti andavano lunghi, arrivai lì e mi sembrava di aver fatto tutto perfettamente. Invece andai lunghissimo, nella compressione dopo aver tirato a tutta gli addominali per stare in piedi… potete immaginare cosa è successo (e alle parole è affiancata una mimica chiara ed esilarante, con Kristian in piedi e il pubblico in sala piegato dal ridere, ndr), Ero ai 100 all’ora ma mi chiedevo cosa fare fino all’arrivo, ero preoccupatissimo ma non potevo fare gesti troppo evidenti in diretta tv. Poi al traguardo mi lanciai dalla parte opposta rispetto alle telecamere, per non farmi vedere mi appoggiai con tutta la schiena e il resto ai tabelloni pubblicitari, tirando su lo sci, un amico mi chiamava e solo dopo capii che non ero sporco… la tuta aveva tenuto tutto, si vede che era davvero buona! Poi in albergo mi spogliai… Una vera giornata di…». Sipario.
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