L'editoriale

martedì 12 Maggio, 2026

I vaccini anti-tumore e la scelta del Pezcoller

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Quella di assegnare il prestigioso riconoscimento a Douglas Lowy e John Schiller, scopritori del vaccino contro il papillomavirus, è una scelta particolare e, per certi versi, dirompente

Sabato scorso è stato consegnato il premio Pezcoller 2026 ai due ricercatori statunitensi Douglas R. Lowy e John T. Schiller, entrambi del National Cancer Institute di Bethesda e collaboratori di vecchia data. Il premio riconosce il loro contributo decisivo all’introduzione del vaccino contro il papillomavirus umano (Hpv), il primo vaccino sviluppato specificamente per prevenire il carcinoma del collo dell’utero ma anche quello di altri distretti del corpo associati alla trasmissione dell’Hpv. L’evento, come avviene di consueto, è stato coperto in modo più che adeguato dai mezzi di comunicazione locali, inclusa questa testata. Inutile, quindi, dilungarsi sulla notizia e utile, invece, cercare di capire perché questa scelta è molto particolare e, per certi versi, dirompente.

Il premio Pezcoller, assegnato con la preziosa collaborazione dell’associazione americana per la ricerca sul cancro, è noto, anche grazie al rigoroso processo di selezione messo in atto pazientemente ogni anno, per identificare personalità scientifiche che davvero hanno fatto la differenza: è una specie di sensore globale di dove sta andando la ricerca significativa nel settore. Finora il sensore ha misurato due classi di contributi: o una scoperta importante di biologia tumorale, spesso di biologia cellulare perché capire il cancro significa capire prima di tutto come funzionano le cellule sane, o una nuova terapia antitumorale.

Questa volta, per la prima volta, i premiati non appartengono a nessuna di queste due categorie: ne fondano una terza. E credo che la lunghezza della strada che ci separa dalla sconfitta definitiva del cancro sarà tanto più breve quanti più futuri premiati Pezcoller rientreranno in questa nuova categoria. Che è quella, possiamo dir così, delle cose che si possono fare prima che il cancro si sviluppi. La vaccinazione contro uno dei virus associati alla cancerogenesi è la cosa più facile – si fa per dire – in futuro potrebbe arrivare molto altro. Se ci saranno investimenti adeguati, arriveranno vaccini in grado di aggredire tumori ai primissimi stadi di sviluppo, che riconosceranno le proteine anomale prodotte dalle mutazioni che accompagnano lo sviluppo di certi tumori: queste proteine le stiamo conoscendo sempre meglio, e forse non molti sanno che i milioni di vite salvate dal Covid-19 sono il magnifico «sottoprodotto» di una tecnologia da anni in corso di sviluppo proprio per i vaccini anticancro. Arriverà il giorno nel quale ai bambini, o ai giovani, o anche agli anziani che sono i soggetti più a rischio, verranno somministrati analoghi degli attuali vaccini esavalenti o tetravalenti, per le gravi malattie infettive dell’infanzia. Saranno per classi di profilo mutazionale di tumori, fino a coprire almeno i più prevalenti, i cosiddetti big killer.

Accadrà se ci saranno investimenti adeguati, e non solo. Nei Paesi avanzati, socialmente e culturalmente, gli investimenti adeguati si fanno quando c’è una percezione pubblica corretta dell’importanza di uno sforzo scientifico, perché questa percezione genera pressione sulla politica, che agisce di conseguenza. Questo processo, che negli Stati Uniti ha parzialmente funzionato per decenni, è ora inceppato, come sappiamo, il che è davvero un problema perché i soldi veri alla ricerca biomedica sono sempre stati spesi lì (per esempio, investimento pubblico pro-capite 7 volte più dell’Europa). E poi c’è l’aggravio che qui si parla di vaccini, ovvero del terreno più fertile per la crescita di mostruose teorie del complotto. Quindi, per il filone di ricerca avviato da Lowy e Schiller e che potrebbe, magari con la benedizione dei premi Pezcoller dei prossimi anni, porre davvero fine alla nostra centenaria lotta al cancro, le cose non si mettono così bene.

Agli operatori del settore – diciamo così – chiarissimo, da risultati anche di altro tipo, che l’addomesticamento del sistema immunitario, in varie forme realizzato, è la strada maestra non solo per prevenire, ma anche per curare il cancro quando è conclamato. Ma poi c’è l’industria, altro attore essenziale, e sappiamo quanto sia stato difficile per Lowy e Schiller trovare i giusti canali industriali, perché è arduo far quadrare i conti dell’investimento in vaccini (nota per i teorici del complotto: qui complotto non c’è, sono semplici dinamiche capitalistiche a cui tutti soggiaciamo). E poi c’è, soprattutto, un’altra cosa 一 questa davvero micidiale.

Quando si cura un tumore, o si riesce a rallentarne lo sviluppo, c’è una precisa documentazione della cosa, che parte da un paziente, dalla sua malattia, passa attraverso la cura, la remissione, a volte la ricaduta. Chiunque abbia avuto una personale esperienza, sia per se stesso che per familiari o amici (visti i numeri chiunque di noi, purtroppo) ha registrato una o più storie di questo tipo e sa bene di cosa parliamo. Provate adesso a confrontare con questa esperienza, questo dolore, la seguente affermazione: solo per il carcinoma della cervice uterina fra le ragazze già vaccinate ad oggi contro l’Hpv ci saranno 1,4 milioni di morti in meno, che potrebbero diventare oltre 62 milioni entro il 2120 se si avrà il 90% di ragazze vaccinate, 70% di donne sottoposte a screening e 90% delle lesioni precancerose o dei tumori trattati. Non suona allo stesso modo di un’esperienza personale, no? Sono stime robuste, perché la statistica è una scienza; ma queste giovani donne e uomini vivi grazie al vaccino contro l’Hpv li incontreremo a più riprese per la strada e non li riconosceremo. I loro parenti, i loro amici, non attenderanno in corsie di ospedale. I loro genitori non piangeranno di nascosto, non spereranno nella salvezza. Sono mancate morti, pertanto immateriali. Se vogliamo davvero sconfiggere il cancro, dovremo abituarci a uscire da noi stessi, dalla nostra esperienza, e a fidarci dei numeri, e a percepirli anche per il loro valore emotivo, più nascosto.

Intanto abbiamo la prodezza nascosta di Lowy e Schiller, e l’orgoglio che il nostro piccolo Trentino abbia loro reso omaggio con il premio Pezcoller. Nell’ultima diapositiva del suo intervento, un momento di grande commozione nel pubblico, John Schiller ha trovato il modo di ben comunicare il concetto delle mancate morti. La diapositiva ritraeva a sinistra una neonata, e a destra una ragazzina di 13 anni, che teneva la mano di un uomo, il padre, mentre offriva la spalla a un’infermiera. Inutile dire cosa stesse accadendo, in quel momento. Chissà come si è sentito, il biologo John Schiller, mentre offriva a sua figlia, insieme a milioni di altre ragazze, un formidabile scudo contro la sorte.

*Professore ordinario di Patologia generale all’Università di Trento