L'editoriale
martedì 5 Maggio, 2026
Le stelle del calcio sono lontane
di Lorenzo Fabiano
Dalla noia di Milan-Juve alla bellezza di Psg-Bayern, i guai del nostro calcio sono finiti nell’amplificatore nel giro di appena 48 ore: noi, le stelle, possiamo solo guardarle
Inter campione», «La festa dell’Inter». Evviva l’Inter, complimenti vivissimi all’Inter che domenica sera a San Siro ha festeggiato il suo ventunesimo scudetto. Regina indiscussa, e con ben tre giornate di anticipo, del nostro campionato. Ma anche regina indiscussa, va detto, di un campionato mediocre, sempre più brutto. Inter che, non dimentichiamo, in Europa è stata presa a scudisciate ai playoff per accedere agli ottavi da dei modesti pescatori di aringhe norvegesi, certamente bravi, ma mica dei Galacticos.
Bene in Italia, male fuori quindi. Fatto che, sommato alle figuracce delle altre squadre italiane in Europa, la dice lunga sulla qualità del nostro calcio. Specie se la confronti a quella che ti offre la Champions League, la massima competizione continentale nella quale siamo relegati a stagnare nelle paludi della provincia dell’impero del pallone. Ed è proprio lì, in Champions, che la scorsa settimana ho assistito a una partita che, almeno fino a martedì sera, credevo fosse possibile solo alla PlayStation. Tutto quel che volete, della serie «il calcio è sangue e arena», «il calcio è tattica», «il calcio non è difese di burro», «il calcio non è un fenomeno circense da Harlem Globetrotters», «la partita perfetta è lo zero a zero» (lo sosteneva il sommo Gianni Brera), e via così. Eppure, la scorsa settimana devo proprio dire che, bello comodo sul divano con la mia birretta, il martedì sera di Champions tra Psg e Bayern me lo son proprio goduto e gustato dall’inizio alla fine. Se in più veniva, non me ne voglia Brera, dopo il desolante zero a zero di domenica sera a San Siro tra Milan e Juve, diciamo pure che me lo son gustato ancora di più. Sarà che con l’età, la sera il sonno bussa alla mia porta sempre più presto, ma Milan-Juve lo ha anticipato con l’effetto di una melatonina, mentre Psg-Bayern mi ha tenuto bello sveglio con gli occhi pallati davanti alla tv.
Due filosofie a confronto: ritmo frenetico, puntate uno contro uno, folate in attacco, gol e occasioni da gol a grappoli, linee verticali da una parte; stitico possesso palla, attesa e passeggio da bradipi per linee orizzontali dall’altra. Col risultato che Psg-Bayern la passione te la ravviva, mentre uno spettacolo soporifero come Milan-Juve te la soffoca. E poi il livello tecnico; dribbling funambolici, agganci col Vinavil, aperture col goniometro da festival del pallone in una Parigi che val bene una messa; compitini da neanche un sei striminzito in una Milàn, che per una sera no l’è un gran Milàn. Se possibile, inesorabili i guai del nostro calcio sono finiti nell’amplificatore nel giro di appena 48 ore, vecchie magagne che certo non abbiamo scoperto in una notte a San Siro ma che si son ingigantite dinanzi all’impietoso confronto.
Lasciamo stare il pianto della Nazionale, si è già detto tutto; lasciamo stare la pochezza delle nostre migliori squadre nelle competizioni europee, anche qui si è già detto tutto; lasciamo stare, ma in attesa di capire e vedere che ne verrà fuori, l’ennesimo bubbone scoppiato con gli arbitri, dove erano quattro amici al Var di Fischiettopoli: ciò che non si può lasciar stare è il fatto che il nostro calcio, per il misero spettacolo che offre, è sempre meno attraente e sempre meno attrattivo. I campioni, quelli veri, negli anni Ottanta e Novanta ambivano a venire a esibirsi in Italia; oggi vengono qui ormai solo a spuntare un ultimo ingaggio prima della pensione. Il calcio dovrebbe essere intrattenimento, noi non siamo più in grado di farlo. Navighiamo in un mare di mediocrità, questa è la triste realtà. A un ragazzino che vede Psg-Bayern vien voglia di giocare a pallone, gli si accende il sogno di giocare a pallone; Milan-Juve quel sogno glielo spegne. Meglio il tennis, meglio sognare Sinner o Musetti, che Locatelli o Fofana, per non dire dell’indolente Leão con quella faccia che ride sempre e non se ne capisce il motivo. E allora ben vengano adrenaliniche serate come quella di Parigi, con replica domani sera a Monaco di Baviera; saranno anche difese scriteriate, ma il livello del gioco è siderale, e lo spettacolo che ne scaturisce pure. Fai pace col pallone, in serate così.
Quanto a noi, be’… a un mese dalla disfatta in Bosnia abbiamo finora sentito scorrere un fiume di parole ed elevarsi proseliti in un profluvio di ricette. Cose già viste, nel 2018 quando la Svezia ci tenne a casa dal Mondiale, e quattro anni fa quando a tenerci a casa fu nientemeno che la Macedonia del Nord. Ballano i nomi, Malagò e Abete (guai solo a proporre un ex calciatore, che non si compia reato di lesa maestà nei confronti dei signorotti del Palazzo), per la grande riforma: ma quale, grande riforma, nessuno lo sa. Più volte sbandierata e annunciata, e puntualmente mai fatta in uno shakespeariano tanto rumore per nulla. Circolano nomi e non programmi, un classico piatto nazionale, più o meno alla stessa maniera di come nell’agone politico si tormenta (e si Tafazza) il Campo Largo nell’amletico dubbio «primarie sì o primarie no». Conte o Schlein (l’outsider Silvia Salis la sta già impallinando il fuoco amico), Malagò o Abete. «This is the question», e non è un belvedere.
Intanto, le stelle giocano a pallone e incantano. Nel mentre, noi le stelle le possiamo solo stare a guardare. Sul divano, davanti alla tv, in compagnia di una birretta fresca. Per carità, bello pure quello, però… per dirla con Catalano tornassimo noi a esser le stelle saremmo tutti più contenti. Detto ciò, complimenti all’Inter. Sia mai che, in un Paese di permalosi, qualcuno si offenda.
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