PsicoT
mercoledì 22 Aprile, 2026
Il cyberbullismo e le ferite invisibili. L’esperta: «Deumanizza, l’assenza di contatto visivo elimina la percezione del dolore»»
di Stefania Santoni
La nuova puntata di PsicoT. La psicopedagogista Loredana Lazzeri analizza la crescita e gli effetti della violenza digitale, specie tra i più giovani
Care ragazze, cari ragazzi, ci sono ferite che non si vedono sul corpo ma possono lasciare segni profondi dentro. Il cyberbullismo è una di queste: nasce sugli schermi, tra messaggi, immagini, esclusioni e parole usate per colpire, ma le sue conseguenze sono reali e dolorose. Per capire meglio cosa accade, perché il mondo digitale può amplificare la violenza e come imparare a prevenirla, ne parliamo con la psicopedagogista Loredana Lazzeri.
Il cyberbullismo spesso non lascia lividi sul corpo, ma segni profondi dentro. Quali sono le «ferite invisibili» che può provocare in ragazze e ragazzi, anche quando gli adulti tendono a minimizzare dicendo che «sono solo cose online»?
«L’essere continuamente e pubblicamente sotto attacco attraverso denigrazioni, minacce, molestie, diffusione di immagini o pettegolezzi imbarazzanti on line e la conseguente distorsione dell’immagine pubblica, hanno un forte impatto sul senso di autostima delle persone vittime e le portano a dubitare del proprio valore personale e sociale. I ragazzi e le ragazze che subiscono cybebullismo perdono gradualmente fiducia in se stessi e vivono un profondo senso di vergogna, che si accompagna alla perenne preoccupazione per quanto possa ancora accadere. Questo li rende tristi, insicuri e timorosi, sempre in allerta, fino al punto di rinunciare a stare nei contesti di relazione e di socialità, come la scuola, gli ambienti sportivi. Se la vittimizzazione si protrae nel tempo, possono manifestarsi ansia e attacchi di panico e, nei casi più gravi, pensieri suicidari. Lo stress costante, può portare anche a somatizzazioni come insonnia, disturbi alimentari e problemi gastrointestinali».
Perché il mondo digitale può amplificare la violenza tra pari?
«L’azione violenta nasce quando chi la compie non riconosce l’altro come persona, ma lo tratta come un oggetto da colpire, denigrare o deridere. Manca la capacità di percepire il dolore e la paura di chi subisce. Il mondo digitale moltiplica questa dinamica. L’assenza di contatto visivo elimina il riscontro immediato dell’impatto della violenza: non si vede il volto ferito dell’altro, non si ascoltano le sue parole o il suo silenzio. Vengono meno quei segnali concreti che potrebbero far capire che non si tratta di uno scherzo, ma di una violenza da fermare. Inoltre, la familiarità con il mondo virtuale abitua ragazze e ragazzi a estremizzazioni, attacchi personali e giudizi crudeli, favorendo una deumanizzazione: l’altro appare come un profilo o un avatar, non come una persona reale. Infine, like e condivisioni attenuano il senso di responsabilità individuale: il gesto del singolo si perde nel coro della rete, rendendo più facile ignorare o giustificare il danno arrecato».
Cosa cambia quando l’umiliazione, l’esclusione o l’insulto avvengono davanti a un pubblico potenzialmente infinito, restano online e possono essere condivisi in ogni momento?
«Cambiano l’impatto e la durata di ciò che si subisce: non solo il pubblico, ma anche il tempo della condivisione può diventare infinito. Ne deriva una violenza pervasiva. Se il bullismo tradizionale è legato a un luogo e a un tempo precisi, online non ci sono veri confini: la vittima può sentirsi esposta ovunque e in ogni momento. I contenuti restano disponibili, possono raggiungere nuovi spettatori e colpire ancora chi li subisce, alimentando una continua rivittimizzazione. Quando poi l’aggressione diventa virale, la persona perde ogni possibilità di controllo e difesa. Per ragazze e ragazzi questo significa vivere con vergogna, paura e vulnerabilità costanti. Inoltre, la persistenza dei contenuti digitali può far riemergere l’umiliazione anche dopo anni, influenzando relazioni future e la possibilità di voltare pagina».
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