Montagna

sabato 18 Aprile, 2026

La straordinaria storia di Kim Young-mi al Festival del Cinema di Trento: «Ho attraversato da sola l’Antartide e a scalare le sette vette. Ma non chiamatemi “alpinista donna”»

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La sudcoreana presenterà il suo film «Alone in Antractica». E si confronterà in un evento con Alex Bellini

Kim Young-mi è un’esploratrice ed alpinista sudcoreana che ha compiuto imprese celebrate in tutto il mondo, grazie alle quali ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Al Trento Film Festival sarà presente nella duplice veste di membro della giuria del concorso e di regista del documentario «Alone in Antarctica», che racconta la sua traversata in solitaria del continente antartico. Sarà inoltre protagonista di un momento di dialogo con l’esploratore Alex Bellini. L’abbiamo incontrata per parlare del suo lavoro e di ciò che si aspetta dall’esperienza del Festival.

Il suo film si apre con un’immagine che evidenzia da subito la situazione estrema. Al contempo la voce narrante offre allo spettatore una riflessione importante sulla necessità di non arrendersi di fronte alle difficoltà. Ritiene che il cinema di montagna possa essere un modo per capire come porsi di fronte alle sfide della vita?
«Credo che il mio documentario dia al pubblico l’opportunità di riflettere sulla propria vita attraverso l’esperienza di una singola persona. La traversata in Antartide si è svolta in un ambiente estremamente ostile. Filmare da soli non è stato semplice, ma ho voluto documentare questo viaggio attraverso il linguaggio cinematografico. I fallimenti e la perseveranza durante la spedizione antartica non sono poi così diversi da ciò che affrontiamo nella vita di tutti i giorni. Credo che i film di montagna di oggi si stiano evolvendo, andando oltre la semplice documentazione di una scalata, per diventare un modo di guardare alla vita stessa».

Lei ha compiuto la quarta traversata in solitaria del continente antartico. È stata anche la prima coreana a completare le sette cime. Lei è sicuramente un esempio per il mondo dell’alpinismo femminile, quale pensa sia il messaggio da trasmettere a chi volesse seguire le sue orme?
«Quando ho raggiunto la vetta di tutte le sette le cime, i giornalisti mi hanno definita “alpinista donna”. Ho chiesto loro di omettere il termine “donna” e di chiamarmi semplicemente “alpinista”. Sono solo una persona che continua a percorrere il sentiero sulle montagne che amo. Più esperienza accumulo, più mi rendo conto di quanto siamo fragili di fronte alla natura. Ma ho acquisito anche la consapevolezza che le persone non sono così deboli come credono. La natura offre sempre l’ispirazione per non arrendersi mai. E io dico: abbiate fiducia nel potere delle esperienze che avete accumulato sul palcoscenico della vostra vita. Non si può sapere di cosa si è capaci finché non ci si prova».

Tra le sue imprese, come la traversata del Lago Bajkal e la storica scalata dell’Ampu I Peak, ce n’è una alla quale si sente particolarmente legata?
«L’Ampu è stata una scalata verticale, affrontata in stile alpino. Tecnicamente è stata più impegnativa ed è stata una perfetta scalata di squadra. Il Baikal e l’Antartide sono stati in solitaria, una battaglia di tutt’altro genere. Camminare è l’abilità più elementare, eppure è anche il tipo di sforzo che prosciuga le energie fisiche e mentali fino all’ultimo. Ognuna di queste esperienze è speciale a suo modo. In Antartide ho mangiato da sola, dormito da sola e camminato da sola, eppure ho capito che non c’è nulla al mondo che si possa veramente realizzare da soli. Se mi chiedete qual è il mio prossimo obiettivo, non sarà in solitaria, sarà una scalata di squadra».

A Trento rappresenterà il suo Paese, la Corea del Sud. La nazione ospite quest’anno del festival gode di uno sguardo variegato e approfondito attraverso il cinema. Cosa le piacerebbe che il pubblico cogliesse?
«Credo che l’interesse per la cultura coreana sia cresciuto considerevolmente negli ultimi anni. Tuttavia, da alpinista, è un peccato che non ci siano ancora molti film di alpinismo che permettano al pubblico di percepire veramente l’essenza della Corea. Piuttosto che riassumere la Corea in un’unica immagine, spero che il pubblico possa “sentirla” come un Paese dalle tante sfaccettature. Spero che le persone possano entrare in contatto con i diversi stili di vita e con le storie della gente, scoprendo qualcosa che abbia un significato personale per ciascuno di loro».

Lei sarà nella giuria del concorso, cosa spera di trovare nei film che vedrà?
«Metterò a frutto la mia esperienza di alpinista. Quando ho fatto parte di giurie in Corea ho cercato di prestare maggiore attenzione alle storie di coloro che guideranno la prossima generazione. Anche questa volta non vedo l’ora di vedere opere che mettano in luce un’ampia gamma di esperienze e voci».

Sarà anche ospite di un incontro con Alex Bellini. Ritiene importante il dialogo con altri atleti? C’è qualcuno con cui le farebbe piacere confrontarsi?
«Sono felice di far parte di questo tipo di scambio, poiché credo che sia uno degli scopi del festival. Al di là dei confini e delle generazioni, siamo connessi attraverso le montagne e l’esplorazione. Spero che possiamo comprenderci e comunicare attraverso esperienze condivise e un senso di fratellanza. Un alpinista coreano che scalò l’Everest con me – e che purtroppo non c’è più – una volta mi raccontò un episodio che coinvolgeva Silvio Mondinelli durante una spedizione sul Lhotse e ricordo anche un messaggio che desiderava trasmettere se mai se ne fosse presentata l’occasione. Condivido le sue parole così come le ricordo: “Durante la discesa, mi ritrovai da solo sulla parete del Lhotse senza corda fissa, quasi privo di sensi. Una persona che non avevo mai visto prima si legò a me con una corda da calata. Se fossi caduto io, sarebbe potuto cadere anche lui. Eppure mi protesse fino alla tenda all’ultimo campo e mise una thermos di acqua calda nel mio sacco a pelo. Non so il suo nome. Ricordo solo che era un alpinista italiano. Un vero alpinista. Ho la sensazione che un giorno lo incontrerò di nuovo su una montagna. Se ciò accadrà, vorrei ringraziarlo”. A nome di tutti i miei colleghi alpinisti coreani, desidero esprimere la mia gratitudine e il mio più profondo rispetto a Silvio Mondinelli, un vero alpinista, e se ci sarà l’occasione spero di incontrarlo durante il festival».