Il concerto

mercoledì 22 Aprile, 2026

Cristiano De André tra le ovazioni a Trento e la bandiera della Palestina: «Fanculo Trump e Netanyahu»

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Auditorium Santa Chiara sold out, due ore e mezzo di grande musica. Qualche problema tecnico, la lite del cantautore con il backstage

Cristiano De André, sempre più sulle orme del padre Fabrizio, ha intrattenuto per due ore e mezzo il pubblico dell’auditorium Santa Chiara di Trento, sold out da giorni. Bambini, giovanissimi, adulti e reduci sono stati travolti dalla raffinate espressione artistica del cantautore genovese e dalla sua consolidata band di musicisti (Osvaldo di Dio alle chitarre, Davide Pezzin al basso e contrabbasso, Luciano Luisi alle tastiere e Ivano Zanotti alla batteria) impegnati nel tour “De André canta De André Best OF Tour 2026”.

Il concerto si è aperto sulle note di «Jamìn-a» e «’Â çimma» e «Mégu Megún» per poi riavvolgere tutto il nastro della produzione deandreiana, ripresentata nella veste musicale e negli arrangiamenti a cui lavora ormai dal 2009 il figlio Cristiano, quasi a voler transitare tutta l’opera del grande Faber dal Novecento ai nostri giorni. Ma l’opera tiene nel suo insieme perché i testi rimangono sempre attuali: la guerra, la pace, l’eros, le biografie emarginate, il tempo e la vita. Poesie che sul palco Cristiano ripropone con intensità, non come un’interpretazione ma in una linea di continuità. E così c’è spazio per tutto il campionario umano di Fabrizio: «Don Raffaè», «Verranno a chiederti del nostro amore», «Quello che non ho», «Volta la carta», «Via del Campo». «Bocca di rosa», «La canzone di Marinella» e nel bis finale il viaggio mediterraneo di «Creuza de mä», «Il pescatore» e «La canzone dell’amore perduto» con il pubblico che era ormai collassato sotto il palco.

Cristiano De André è stato abile anche a dribblare i problemi tecnici che dalla prima canzone lo hanno inseguito, il ritorno in cuffia troppo alto in particolare che a metà concerto lo ha costretto ad una sospensione di pochi minuti per catechizzare i tecnici nel backstage. Ripresa con “Coda di lupo” e dopo due strofe l’urlo innervosito: “Giùùùùùù”. In precedenza era stato il violino a non rimandare il suono con un tecnico impegnato sul palco a risolvere il problema. Inconvenienti a parte, De André ha raccontato anche aneddoti della vita con il padre («Mi voleva veterinario, ma dopo due anni di confronto mi iscrisse al Conservatorio di Genova») e ricordato la delusione del padre nel tour di «Anime salve» (che aveva anticipato in questa intervista al T Quotidiano): «Ho scritto contro la guerra e per gli ultimi ma non è servito a un cazzo».

Cristiano ha rilanciato il messaggio del padre. Prima di cantare “Sidùn”, la storia di un bambino palestinese ucciso da un carrarmato israeliano, si è lanciato in un affondo contro i conflitto in corso: «Fanculo Trump, fanculo Netanyahu. Siete dei criminali. Andatevene da Gaza e dalla Cisgiordania». Prima dei bis è poi tornato sul tema portando sul palco la bandiera palestinese. Il concerto si è chiuso con «La canzone dell’amor perduto» e Cristiano al pianoforte per un dei pezzi più struggenti della lunga epopea di De André che continua pulsare, di generazione in generazione.