L'editoriale

mercoledì 8 Aprile, 2026

Giulio Regeni ucciso due volte

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Dalla gabbia del perverso meccanismo Curva Nord e Curva Sud non se ne esce. Così, la la mobilitazione #veritàpergiulioregeni è vista come qualcosa di sinistra, e il Ministero della Cultura nega i finanziamenti pubblici al documentario dedicato.

Ma perché? Ma perché al documentario «Giulio Regeni – Tutto il male del mondo», diretto da Simone Manetti, prodotto da Ganesh e Fandango in collaborazione con Sky, il Ministero della Cultura ha negato i finanziamenti pubblici non riconoscendo il valore culturale dell’opera? La risposta la dovrà ora dare il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, chiamato in Parlamento a rispondere a tre interrogazioni presentate dalle opposizioni (Pd, Avs e +Europa). Il sospetto è che dietro al «niet» espresso dai cinque incaricati dal ministro, tre dei quali sono riconducibili alla maggioranza di governo, ci sia un preciso indirizzo politico.

D’altronde, che il governo Meloni voglia demolire la presunta e assai indigesta egemonia culturale della sinistra non è certo un mistero, anzi. In tal senso per il suo indomito attivismo si distingue da tempo il presidente della Commissione Cultura alla Camera, il Fratello d’Italia Federico Mollicone, uno che ha detto che «la croce celtica è un simbolo religioso». Ora, è noto come in taluni ambienti, oggi al centro del potere, la mobilitazione #veritàpergiulioregeni è vista come qualcosa di sinistra. Chissà perché, poi. Boh, non è dato a sapersi. E vabbè, andiamo avanti. Meritevoli, tra gli altri, di sostegno pubblico sono stati invece giudicati il biopic su Gigi D’Alessio, il progetto di Pier Francesco Pingitore, l’autore televisivo del Bagaglino molto amato dalla destra, un film su Fiume dannunziana, uno su Giovannino Guareschi, un altro con Manuela Arcuri che al botteghino ha incassato briciole, uno del regista Maximiliano H. Bruno segnalatosi per aver detto che «il revisionismo storico è una cosa buona. Dire che nella Guerra Mondiale hanno vinto i buoni contro i cattivi è riduttivo».

Tra i bocciati, oltre al film su Regeni, spiccano «The Echo Chamber», prodotto da Indigo Film, diretto dal regista trentino Andrea Pallaoro, quattro premi Oscar impegnati, sull’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, e «Illusione» di Francesca Archibugi sceneggiato con il Premio Strega Francesco Piccolo. Ma è soprattutto il caso, e non potrebbe essere altrimenti, del docufilm su Giulio Regeni ad aver aperto il fronte dell’indignazione: «Una scelta politica. Ed è incredibile che lo sia, perché la storia di Giulio dovrebbe ferire e indignare non soltanto una parte del Paese ma tutti quelli che hanno un minimo di umanità. La ricerca di verità e giustizia dovrebbe interessare tutti gli italiani, non certo soltanto una parte», ha sottolineato in un accorato appello Domenico Procacci, coproduttore del film con la sua Fandango.

E come dargli torto, se è proprio quello il punto: è una vicenda, piena di ombre e sulla quale si sta faticosamente cercando di far luce in un’aula di tribunale, che dovrebbe unire, e non dividere, le coscienze degli italiani in nome della verità. E, la verità, vorremmo ricordare come non sia mai né di destra né di sinistra. Piaccia o no, è la verità, punto. E, invece, dalla gabbia del perverso meccanismo Curva Nord e Curva Sud non se ne esce. La vasca da bagno è di destra, la doccia di sinistra, il culatello è di destra ma la mortadella è di sinistra, cantava parecchi lustri fa quel visionario di Giorgio Gaber. E siamo ancora lì.

Uscito nelle sale a inizio febbraio, «Giulio Regeni – Tutto il male del mondo» è stato premiato col Nastro d’Argento per la legalità, settantasei università italiane (ma se ne aggiungeranno altre) lo proietteranno negli atenei, e il prossimo 5 maggio la pellicola sarà al Parlamento europeo. Niente, non basta per meritarsi il riconoscimento dello Stato attraverso un finanziamento pubblico. A Gigi D’Alessio e al Bagaglino sì, a Giulio Regeni no. E l’odore acre di «decisione politica» vien su a pungerti le narici. Della serie «a pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina» avrebbe detto Giulio Andreotti. Comunque sia, quella del Mic è una decisione che ferisce e lascia sbigottiti a prescindere.

Detto che non siamo certo degli illusi che credono che in un Paese come questo, impantanato sempre dentro un derby tra Lazio e Roma o Milan e Inter, si possa un giorno arrivare ad abbattere le barriere ideologiche, diciamo che questa poteva, e doveva, essere un’occasione per fare almeno un passetto in avanti sulla via bipartisan della coscienza civile. Lo si doveva a Giulio, alla sua famiglia, a quanti gli hanno voluto bene, e a quanti, e sono tantissimi, annaspano nello smarrimento per l’orrore e i troppi buchi neri della sua tragica vicenda. Lo si doveva alla ricerca della verità. Non è stato così, e fa davvero male, perché è come se lo avessero ammazzato un’altra volta quel povero ragazzo: è un colpo basso allo stomaco vedere come lo Stato abbandoni così un suo figlio martoriato e fatto fuori come un cane randagio dagli aguzzini del regime in un Paese straniero. E in nome di che, poi, della Curva Nord o della Curva Sud?

Signori del Mic, signori del governo, allora ve lo chiediamo anche noi: ma perché ce l’avete tanto con Giulio Regeni? Ma che vi ha fatto? Ma perché tanta acredine, non c’è abbastanza dolore in ‘sta storia? Ripensateci finché siete in tempo, che nella vita non è mai troppo tardi per riconoscere e correggere una grossa ingiustizia. Rasserenerebbe gli animi a tutti, anche a voi, e darebbe mostra di un Paese un filino migliore.