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martedì 31 Marzo, 2026

Campobasso, non fu intossicazione: madre e figlia uccise dalla ricina. Cos’è e perché il veleno del ricino è letale

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La svolta nelle indagini sulla morte delle due donne: la Procura apre un fascicolo per omicidio. Si scava nella vita privata e nelle ultime ore delle vittime

Non è stata una tragica fatalità, né un’improvvisa intossicazione alimentare. A uccidere Antonella Di Jelsi, 50 anni, e la figlia Sara Di Vita, di soli 15 anni, è stato un veleno silenzioso e letale: la ricina.

I risultati delle analisi tossicologiche, condotte sia in laboratori italiani che esteri, hanno tracciato un quadro inquietante sulla morte delle due donne, avvenuta presso l’ospedale Cardarelli subito dopo le festività natalizie. La presenza di questa sostanza nel sangue delle vittime ha costretto gli inquirenti a cambiare radicalmente la direzione delle indagini: non si procede più per omicidio colposo, ma per duplice omicidio premeditato.

La scoperta apre ora una caccia all’uomo senza precedenti. La ricina, infatti, non è una sostanza di facile reperimento sul mercato. Gli investigatori stanno cercando di capire come il killer sia riuscito a procurarsi il veleno e, soprattutto, in che modo sia stato somministrato alle due donne senza sollevare sospetti.

Che cos’è la ricina e perché è così pericolosa?

La ricina è una proteina velenosa tra le più tossiche conosciute dall’uomo. In natura, questa sostanza si trova esclusivamente nei semi della pianta del ricino (Ricinus communis).

Molti associano il nome della pianta al comune olio di ricino, utilizzato in ambito commerciale e farmaceutico. Tuttavia, è bene precisare che l’olio industriale non è pericoloso: durante la lavorazione, la ricina viene separata ed eliminata, rendendo il prodotto finale privo di tossicità.

I sintomi dell’avvelenamento

Se la ricina entra nel corpo umano in quantità significative, agisce bloccando la sintesi proteica delle cellule, portandole alla morte. I sintomi iniziali possono essere confusi con una severa gastroenterite, ma degenerano rapidamente:

Nausea e vomito violento;

Forte diarrea e dolori addominali acuti;

Difficoltà respiratorie (se inalata o ingerita in dosi massicce);

Collasso degli organi: nei casi più gravi, il veleno causa danni irreversibili a fegato e reni, portando inevitabilmente al decesso.

Il fattore tempo è critico: se l’avvelenamento non viene riconosciuto e trattato immediatamente con terapie di supporto, le possibilità di sopravvivenza sono minime. Nel caso di Campobasso, il killer potrebbe aver puntato proprio sulla rarità della sostanza per agire indisturbato, sperando che il decesso venisse archiviato come una sfortunata complicazione medica.