l'intervista

martedì 7 Gennaio, 2025

Piero Gros: «Mi ritirai a 28 anni per motivi economici. Gareggiai ai mondiali con degli sci prestati da Marc Girardelli»

di

L’ex campione di sci a Madonna di Campiglio: "Dopo i primi successi mi comprai una Porsche...la vendetti dopo sei mesi per non morire"

Ripubblichiamo una delle storie più apprezzate da lettrici e lettori nel corso del 2025.

 

«Curvava a sinistra e i capelli gli andavano a destra, curvava a destra e i capelli gli andavano a destra. Era proprio bello da vedere!». Così lo presenta Giovanni Veronesi nel docufilm «La Valanga Azzurra» che sarà proiettato oggi alle 16 al Pala Campiglio. Atteso a Madonna di Campiglio dove abbraccerà altre leggende dello sci come l’amico di una vita Paolo De Chiesa, Ingemar Stenmark, Alberto Tomba e Marc Girardelli, Piero Gros è legato da un cordone ombelicale con la 3Tre: il 17 dicembre del 1972, a 18 anni, sul Canalone Miramonti vinse il primo slalom della sua carriera, uscendo dal cancelletto col pettorale 42, pensate un po’. Primo Gros, secondo a 7 centesimi Gustavo Thöni per una doppietta firmata Valanga Azzurra: «Avevo appena vinto la mia prima gara di Coppa del Mondo, il gigante a Val d’Isère: mi chiamarono a Roma per arruolarmi in Guardia di Finanza. Volevano tagliarmi i capelli, ma mi rifiutai: “se me li tagliate, io non mi arruolo”, dissi. E non me li tagliai. Andai di corsa su a Campiglio e vinsi la mia prima gara da Finanziere. Poi vinsi anche nel 1974, ma in gigante», racconta Pierino.
Cosa rappresentava Campiglio per voi?
«Una grandissima festa prima di Natale. Ci portavano i materiali nuovi e anche i maglioni, i guanti per la nuova stagione. Del resto, noi eravamo i più eleganti eh…».
7 gennaio 1974, gigante a Berchtesgaden: primo Gros, secondo Thoeni, terzo Stricker, quarto Schmalzl, quinto Pietrogiovanna. Cinquina azzurra, 51 anni fa nacque ufficialmente la Valanga Azzurra. Cosa è stata la Valanga Azzurra?
«Una famiglia, un gruppo di amici che vissero un momento straordinario dal punto di vista sportivo ma anche di appartenenza perché andare in giro per il mondo con la tuta con la scritta “Italia” era motivo di grande orgoglio».
Ora siete sbarcati pure nei cinema…
«Innanzitutto, è stato molto bello ritrovare tanti amici. In questi giorni incontro gente felice che mi ferma per strada per dirmi che ha visto il documentario. È stato un successo, devo dire per me inaspettato. Non conoscevo Giovanni Veronesi ed è stata una gran scoperta dal punto vista umano. Ha tradotto il racconto con sentimento e ironia, e noi abbiamo coronato un ricordo che rimarrà indelebile».
Thoeni e Gros, l’attacco a due punte della Valanga Azzurra. Due stili opposti: nel film lui è ritratto nell’armonia intimista dei Beatles, lei nel graffio ruvido dei Rolling Stones. Com’erano veramente i rapporti tra di voi?
«Sana rivalità. Se non avessimo avuto un bel rapporto, questo film non lo avremmo fatto perché mica puoi mentire. Lo scorso ottobre quando eravamo a Roma per l’anteprima del film alla Festa del Cinema, io e Gustavo siamo andati a farci un giro tra le bellezze della città: all’Isola Tiberina dei turisti italiani ci hanno riconosciuto e ci han detto sorpresi “Thöni e Gros, ma non eravate nemici voi due…?”. Ci siamo guardati e ci siam messi a ridere. Senza Gustavo la Valanga probabilmente non sarebbe nata; poi sono arrivato io e noi due insieme abbiamo trascinato un gruppo di sciatori molto forti».
Lei ha vinto Coppa del Mondo e Olimpiade; a tirar oggi le somme, cosa le ha dato più soddisfazione?
«La Coppa del Mondo, perché ti devi gestire bene e premia il migliore nell’arco di tutta la stagione. L’Olimpiade è diversa, è un colpo secco. Certo, non l’avessi vinta mi mancherebbe qualcosa. Nella mia carriera ho vinto la Coppa del Mondo, l’Olimpiade e due medaglie, un bronzo e un argento, ai Mondiali; lo sport prende e dà, non mi posso certo lamentare. Sono orgoglioso dell’argento in slalom ai Mondiali di Garmisch del 1978, quando tenni in piedi la Valanga Azzurra che era ormai in affanno e il morale in squadra era giù. Ero in testa dopo la prima manche, sentii il carico di responsabilità e forse nella seconda non spinsi al massimo. Vinse Stenmark, e in conferenza stampa tutte le domande le fecero a lui, a me neanche una. Ma per me quella è una medaglia importante».
E invece dopo l’oro a Innsbruck si comprò la Porsche…
«Lo avevo detto a mio padre che volevo comprarmi una Porsche. Così, al rientro dalle gare in America lui venne a prendermi all’aeroporto di Milano con una Porsche Carrera 2.7 bianca. La tenni sei mesi, e poi la vendetti perché sennò prima o poi mi sarei ammazzato. Avevo 22 anni e in macchina correvamo troppo allora».
La Valanga Azzurra vinceva tutto, poi arrivò Stenmark e vinse sempre meno fino a non vincere più. Fu solo per quello?
«In tutta onestà credo che la Valanga Azzurra non sia mai finita. La Valanga Azzurra è stata sfortunata. Con Leonardo David sarebbe andata avanti, ma purtroppo sappiamo com’è andata. Lui poteva essere l’anello di congiunzione tra noi e Tomba. Ai Mondiali del 1982 a Schladming in slalom Paolo De Chiesa arrivò quarto, io sesto e Peter Mally settimo: tre nei dieci. Se uno di noi avesse vinto o fosse salito sul podio, e avrebbe potuto essere Leo, la Valanga ci sarebbe stata. Ovviamente, come tutte le cose, anche le cose belle finiscono, ma finiscono non sempre per colpa degli atleti e non sempre per colpa degli allenatori».
Mario Cotelli, il boss. Lei che dice?
«Meriti, ma anche demeriti. Quando va tutto bene e si vince è tutto facile, da manager chiedeva soldi e gli si aprivano tutte le porte. Ma non ha saputo sostenere la squadra quando era in difficoltà. Chiamare Alfons Thoma per sostituire Oreste Peccedi fu un grosso sbaglio; sapeva che non era adatto per quel ruolo. E un direttore tecnico per sostenere i suoi atleti deve scegliere gli allenatori e gli skimen giusti».
Oreste Peccedi?
«Con lui eravamo una famiglia. Un grande allenatore che preparava la pista alla perfezione. Lasciò dopo le Olimpiadi del 1976 per stare con la sua famiglia, ma Mario Cotelli sbagliò a non offrigli un ruolo di consulente».
Lei si è ritirato a 28 anni, perché così presto?
«Per motivi economici. Arrivavi nei primi dieci e ti dicevano che eri una mezza tacca. A 28 anni ai mondiali di Schladming del 1982, chiusi sesto con un paio di sci raffazzonati che mi diede Marc Girardelli. Non avevo neanche lo skiman, nonostante arrivassi nei primi dieci. Erano anni in cui se non vincevi non guadagnavi. Ero sposato con un figlio, allora non potevamo accettare sponsorizzazioni e quindi chiesi al presidente della Fisi, Arrigo Gattai, più sostegno economico. Non me lo concesse e mi ritirai. Non avevo più stimoli».
Come vorrebbe essere ricordato?
«Con quello stesso affetto che mi dimostra la gente quando m’incontra. La gratificazione più grande sono le persone che ti ringraziano per le emozioni che gli hai dato. Pochi giorni fa, dei turisti siciliani mi hanno invitato in Sicilia. Questo film ha riportato alla luce un momento magico della nostra storia sciistica».
Oggi il settore maschile è in grande difficoltà. Come se ne esce?
«Allargando la base e investendo nei giovani. Ma per investire nei giovani devi anche creare le strutture adatte per far sciare questi ragazzi in sicurezza. In Italia negli ultimi vent’anni abbiamo speso 200 milioni di euro per fare due piste da bob e non abbiamo speso un euro per fare una pista di allenamento in discesa libera e superG».
Domani sera sulla 3Tre cosa possiamo aspettarci dai nostri?
«Tutto può succedere e magari qualcosina possono fare. Il livello è altissimo, e quindi o fai due manche stratosferiche o finisci ventesimo. E purtroppo nello sci uno che finisce ventesimo in Coppa del Mondo è bravo, ma non è un campione».
E oggi chi è Piero Gros?
«Un settantenne che si gode la pensione, va al mare, va a camminare in montagna, e fa il nonno portando a sciare il suo nipotino».