La storia
martedì 17 Marzo, 2026
Gli ottantamila libri del «libraio di strada» Arturo Osti: «Da un anno e mezzo cerco di cedere l’attività. Quella volta che un miliardario americano comprò decine di vinili…»
di Alberto Folgheraiter
«I trentini sono legati al libro fisico: si sono dimenticati del Kindle»
Sulla bancarella di libri e di vinili di musica (di seconda mano), un cartello racconta più di una biografia del protagonista: «In tempo di crisi mantenere il sorriso è un atto rivoluzionario». Piazza d’Arogno, a Trento, un sabato mattina. Una libreria senza pareti, un libraio pieno di buon umore e di saggezza. Da un anno e mezzo cerca una famiglia cui affidare l’attività di strada che ha intrapreso nel 2015 e che ha deciso di lasciare, sia pure a malincuore, per dedicarsi alla propria famiglia (due figlie, quattro nipoti). Non solo, a fare un po’ di volontariato inframmezzato a qualche hobby. Come spolverare e dare gas a una motocicletta che attende nel garage di casa, a Spormaggiore, da troppi anni. Per trent’anni, Arturo Osti (1965) ha fatto l’agente di commercio. Alla morte prematura del fratello Fabio ha deciso di cambiare vita. «Fabio era un biologo che si è occupato in particolare dell’orso, ma era anche una bella persona… era un protezionista. Lui mi ha lasciato un migliaio di libri a casa. E da lì è scattata l’idea di iniziare un nuovo lavoro. Mi sono licenziato, facevo l’agente di commercio, e mi sono messo a fare questo mestiere».
Perché il libraio di strada?
«Per una scelta personale. A Trento, librerie ce ne sono tante e nelle librerie le persone entrano già con una predisposizione all’acquisto. Il mio scopo era quello di motivare le persone che non sono interessate ai libri a fermarsi in una libreria. E siccome sono in strada e l’accesso è libero, automaticamente si fermano a curiosare».
E acquistano?
«Su dieci persone singole che si fermano a curiosare, sette comprano. Su dieci coppie che si fermano a guardare, solo una compra».
Come mai?
«Perché nella coppia uno condiziona la scelta dell’altro. Un universitario, se arriva da solo, compra. Se arriva in compagnia di altri colleghi nessuno compra niente. Uno penserebbe: un gruppo di sette persone, sette vendite; o su sette sicuramente uno compra. È esattamente il contrario. Su dieci singoli, sette comprano; su dieci coppie, solo una compra. E per coppia intendo anche gruppo familiare, due donne, due uomini, due fratelli, due sorelle».
Libreria all’aperto in piazza d’Arogno, a Trento, due giorni a settimana…
«Il giovedì e il sabato. In piazza Fiera il martedì; il mercoledì e il venerdì in via Verdi, all’uscita di Sociologia».
C’è un mercato dell’usato?
«L’usato ha mercato. In particolare, a Trento. L’ho sperimentato in questi dodici anni: il trentino è molto legato al libro. Si è dimenticato che esiste quell’aggeggio elettronico chiamato Kindle. Gli piace proprio frugare tra i libri».
Perché qui si legge più che altrove?
«Perché eravamo austro-ungarici. Non è la stessa cosa per i veneti. I veneti che vengono qua – dico veneti perché sono i più vicini, poi anche i lombardi – più che il libro, puntano molto più sulla musica… Invece il trentino non cerca o cerca poco il disco di vinile, il Cd».
Che cosa chiedono i trentini?
«Non è che i trentini parlino molto, soprattutto quelli della città. Non si confidano, sono persone piuttosto riservate, amano essere lasciati in pace e decidono… Siccome i miei libri sono confezionati nel cellophane e sono indicati il prezzo e la data di stampa, automaticamente uno fa la propria scelta».
E quali sono i titoli scelti?
«Non c’è una logica. La letteratura, soprattutto libri legati al Trentino, piace ancora. Ma i libri di una volta non vanno più. C’è una generazione che è uscita: quelli nati negli anni Quaranta, negli anni Trenta, non ci sono più in giro. Pertanto i libri anche celebri del Trentino, del Duomo, ormai non vanno più».
Il libro più raro in vendita oggi, qual è?
«Poco fa una signora ha comprato i libri del Gorfer, i due volumi sulle Valli del Trentino del Gorfer. Sono due libri che oggi è difficile trovare sulle bancarelle dell’usato. Sono custoditi gelosamente in molte abitazioni».
Già, la «bibbia» del Trentino.
«Un aneddoto dei primi tempi quando ho cominciato: avevo questi due libri, il Trentino Occidentale e il Trentino Orientale. Fino a quel momento io non sapevo dell’esistenza. A Spormaggiore, dove vivo, quei libri lì forse non sono neanche mai arrivati. Erano tipici della città. Arriva una signora…».
E che cosa le ha detto?
«Ma elo li gal sti do libri a casa?”. “No, signora”. “Se elo no’l gh’ha sti libri sul caminetto, no l’è ‘n trentin”. Li deve avere per forza. Da quel giorno, una copia me la sono tenuta e ce l’ho sul caminetto, in bella mostra».
Perché vuol cedere l’attività?
«Perché sono in pensione già da un anno e mezzo. Ho 61 anni, ho quattro nipoti, mi piace andare in montagna, ho una moto, una Moto Guzzi. Quando vado nel garage, nel mio capannone a sistemare i libri, mi guarda e pare che dica: “Sarebbe ora di andare a fare un giro”».
Quanti sono i libri in attesa di acquirente che ha stipato nel suo capannone?
«Ho 80.000 libri in giacenza. Più vinili, più Cd, più Dvd, più un sacco di altre cose».
Raccolti dove?
«Soprattutto in città e nei sobborghi».
Svuotando cantine?
«Persone che devono cambiare casa o vengono a mancare, e i figli si trovano lì librerie immense. Perché i trentini, a prescindere dall’istruzione… hanno delle librerie incredibili. Veramente il trentino ama avere il libro in casa».
Da un anno e mezzo intende cedere l’attività. Perché nessuno la vuole?
«Ho avuto un paio di contatti, però non capiscono. Vedono questa attività come se fosse un divertimento, un passatempo. Invece no, è un’attività imprenditoriale con costi, ricavi e utili».
Come è cambiato il mestiere di libraio… all’aria aperta?
«Sono partito da un tavolo con una bilancia e vendevo i libri a dieci euro al chilo, perché non avevo una conoscenza del settore. Io vengo dal mondo dell’industria, vendevo materiali di sicurezza per l’industria, l’ho fatto per trent’anni, quindi ero completamente… estraneo al settore».
Arturo Osti, che incontri si fanno tra le bancarelle?
«Sembra incredibile, ma la città si divide in tre».
Come le sue tre postazioni?
«Certo. In Piazza Fiera arrivano i trentini anche perché è la porta del “Giro al Sas”. In Piazza d’Arogno lavoro molto con i turisti, perché i turisti comunque passano in Via Garibaldi e quindi mi vedono; il trentino già si vede meno. Invece in Via Verdi si lavora solo con quello che è l’indotto dell’università, quindi studenti e professori».
Quando cambia via o piazza, modifica anche i titoli in vendita?
«No, ma ho una proposta varia. Che io mi sposti da una parte all’altra della città c’è sempre qualcosa che interessa. Ho libri di filosofia, di sociologia, ho i classici di una volta, e poi ho tutti quei libri che possono essere d’avventura».
Se qualcuno fosse interessato, come fa a mettersi in contatto?
«Se qualcuno è interessato deve venire a fare due chiacchiere con me. Poi sarebbe importante che passasse qualche giorno qui. Non cerco un altro Arturo, ho bisogno di una famiglia, di un gruppo».
Perché che cosa le manca?
«Io ho sviluppato questa attività. Qui manca un database, un sito online, manca la possibilità di poter fare il doppio banco, perché io non posso essere da due parti contemporaneamente. Si potrebbe fare il doppio banco, capisce? Questo è il vantaggio di essere in quattro. E ci sarebbe un ritorno per quattro persone».
Ha mai avuto qualche cliente importante?
«Due anni fa, a mezzogiorno e mezzo di un giorno in cui non avevo ancora incassato un euro, stavo per andare a mangiare un panino. Arriva un signore. In inglese, con accento americano, chiede di poter acquistare alcuni dischi di vinile. Prego. Ne ha scelto un buon numero e la somma da pagare era piuttosto alta (alcune centinaia di euro). Allora, col mio inglese imparato per strada, gli ho detto: “The price is here” (il prezzo è qui dentro). Mi ha risposto: “It’s non problem, price” (il prezzo non è un problema). Mi ha lasciato il suo biglietto da visita. Quasi mi veniva un colpo. Era il Ceo di una multinazionale di scarpe sportive, il capo azienda di tutti gli Stati Uniti. Con quella carta avrebbe potuto comprarsi il Duomo, via Belenzani…».
E quando se ne è andato…?
«Mi ha stretto la mano: “Your shop in the road is fantastic” (il suo negozio per strada è fantastico). Quel giorno mi sono concesso un filetto ai ferri, dolce compreso».
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