Il sito sessista

sabato 30 Agosto, 2025

Phica, denunce anche dal Trentino. Ecco come capire se la proprio foto è stata diffusa

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L'avvocata Elena Biaggioni: «Non farsi spaventare dai reati informatici, le leggi ci sono. E si può andare al centro antiviolenza»

Foto di donne rubate, pubblicate online senza il loro consenso, date in pasto agli utenti che si scatenano con ondate di commenti volgari, sessisti, e offensivi. Dopo il caso del gruppo Facebook «Mia Moglie» — nel frattempo rimosso — ecco quello del sito Phica.eu in cui sono finite, a loro insaputa, anche alcune politiche italiane, tra queste anche la premier Giorgia Meloni, ma anche attrici, influencer e donne comuni. Alcune delle quali hanno già formalizzato denuncia. Sito, anche questo, chiuso dopo lo scandalo. Un archivio digitale che per anni ha alimentato la circolazione di contenuti privati, intimi, sottratti senza consenso, alimentando commenti offensivi e denigratori. Tutte rubate le foto, spesso trasformate con applicazioni che simulano nudità. Purtroppo non una novità — e il caso Phica.eu ne è la prova — questo succede da anni.

 

La legge c’è
«All’estero c’è maggiore consapevolezza ed è un fenomeno che si analizza molto di più, tanto che ci sono anche associazioni ed esperti che se ne occupano — fa sapere l’avvocata Elena Biaggioni, delegata di Wave, rete europea di centri antiviolenza — Qui da noi invece c’è ancora poca consapevolezza di questi meccanismi, in genere se ne sa poco. Anche per il fatto che riguarda aspetti più tecnologici viene percepito dalla gente come un qualcosa di ultra specialistico».
Eppure, evidenzia ancora l’avvocata Biaggioni, «ci sarà sempre più attenzione su questi aspetti, su queste vicende: già la direttiva europea 2024 sulla violenza ha una sezione specifica proprio sulla criminalità facilitata dalla tecnologia, sulla diffusione di immagini alterate ad hoc, manipolate, su deepfake. Direttiva — fa sapere l’esperta — che vuole che a rispondere di questi reati sia la stessa piattaforma che pubblica e non chi carica la foto incriminata. Se all’esterno c’è grande conoscenza e attivazione qui in Italia c’è ancora un vuoto».
Negli anni sono state diverse le donne che si sono rivolte all’avvocata Biaggioni, dopo essersi ritrovate nella stessa situazione, magari vittime di un ex che per vendetta, per ritorsione, ha diffuso la loro foto, quella della sfera più intima e privata.

 

Come capire se ci si è «finiti dentro»

Per capire se è stata condivisa la propria immagine, si può ricorrere a Google e altri siti analoghi. I motori di ricerca, infatti, aiutano a verificare la diffusione di immagini online: basta inserire nome e cognome con il sito sospetto per trovare thread dedicati. Per ricerche mirate si usano gli operatori booleani, che filtrano i risultati (es. site:phica.eu AND “nome e cognome” OR “città”). Questo metodo non copre dark web e piattaforme criptate. In alternativa si parte dalle immagini: servizi come PimEyes, basato sul riconoscimento facciale, o Google Immagini permettono di caricare una foto e confrontarla con quelle presenti sul web, restituendo eventuali corrispondenze.

 

Come chiedere aiuto
«È necessario lavorare con le giovani generazioni, non mi stancherò mai di dirlo — prosegue la legale — Importante è anche che chi subisce, chi si trova in situazioni del genere, si rivolga ai centri antiviolenza. Quando succede si tende ad isolarsi, per vergogna, ma è difficile affrontare tutto da sola. Bisogna che la vittima elabori e denunci. E dall’altra puntare alla piattaforma che diffonde le foto più che al singolo».
E c’è anche un messaggio diretto agli uomini. «Nelle comunità maschili occorre iniziare a chiedersi come si agisce di fronte a un amico, parente o collega che si sa frequentare questi siti. Qualcuno di loro dovrebbe essere capace di opporsi quando l’altro oltrepassa il limite, dovrebbe fargli capire che si tratta di reato. Forse insieme alla riduzione della legittimazione sociale andranno a ridursi anche questo tipo di comportamenti».