Terra Madre
sabato 7 Febbraio, 2026
Nives Meroi: «L’alpinismo è una forma di ascolto: quando sei in quota, ciò che è futile scompare»
di Gilberto Bonani
L'alpinista bergamasca intervistata da Pierluigi Pardo: «Come ho iniziato? Ero ragazzina e non sapevo cosa fare. Quando arriviamo in cima togliamo il disturbo il prima possibile»
Un dialogo tra due mondi diversi è andato in scena nel palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme. Lei, Nives Meroi alpinista bergamasca (ma friulana d’adozione) che ha scalato tutti i 14 ottomila del pianeta. Lui è Pierluigi Pardo, giornalista sportivo e conduttore televisivo, più a suo agio con le telecronache a bordo campo che con le asperità della montagna. Un dialogo improbabile ma reso possibile all’interno dell’evento «Conversazioni in quota», iniziativa promossa dal Pastificio Felicetti e collocata nelle giornate dei Giochi olimpici invernali per arricchire l’offerta culturale del territorio.
Come si diventa alpinisti
La prima domanda è ovvia: come si diventa alpinisti. La risposta è disarmante. «Ero ragazzina e non sapevo cosa fare» ha dichiarato Nives Meroi. «Dopo alcune garette sugli sci, sport subito abbandonato perché non amo la fretta, ho iniziato a camminare in montagna. Non pensavo di fare l’alpinista e oggi non ho ancora smesso». Fondamentale è stato l’incontro con Romano Benet, l’uomo che sposerà e che diventerà il compagno di cordata, scalando insieme a lui i «Giganti della Terra». Un prerequisito per andare in montagna è l’attenta preparazione dello zaino. L’alpinismo leggero, quello fatto senza l’ausilio di bombole di ossigeno né portatori d’alta quota, richiede di «smascherare il superfluo» insomma scegliere l’indispensabile. Ma come tutte le affermazioni di principio ammette delle eccezioni. «Ricordo una terribile discesa dall’Annapurna (decima vetta più alta al mondo) tra la nebbia e la neve alta. Un frangente «davvero difficile» ha raccontato Nives Meroi. «Con grande stupore uno degli alpinisti della cordata cilena, che avevamo incontrato sulla montagna, estrae dallo zaino una cassa acustica da mezzo chilo che collega al suo smartphone. Sulle pendici di un ottomila sferzate dal vento è risuonata la musica che ci darà la giusta carica per trovare la strada del campo base. Il superfluo a volte è indispensabile».
«In quota il futile scompare»
La coppia Nives Meroi – Romano Benet non è promotrice di un alpinismo arrogante che vede la supremazia dell’uomo sulla montagna. «Salire in vetta non è una conquista, ma una forma di ascolto» ha sottolineato Meroi. «In quota, il futile scompare e resti tu, il tuo compagno e il respiro della terra – riflette l’alpinista – Quando sono in cima non esulto ma assumo una postura poco eroica. Mi accuccio perché mi sento piccola in un mondo troppo grande. Resto in un silenzio che dà pace e ti fa percepire il Tutto. Poi la discesa. Non siamo progettati per l’alta quota. E quindi togliamo il disturbo prima possibile. L’organismo non ricorda l’aria sottile della “zona della morte” e ogni salita richiede sempre la stessa fatica. Fondamentale è ascoltare il proprio corpo ed essere pronti a una fuga senza vergogna».
La salita al Kangchenjunga
Parlando di rinuncia non poteva mancare il ricordo della prima salita al Kangchenjunga (alto 8586 metri). L’ascensione alla terza montagna più alta della Terra nel 2009 era stata interrotta a causa delle gravi condizioni di salute di Romano, che aveva dovuto affrontare un doppio trapianto di midollo. «È stata un’esperienza dura ma umanamente molto profonda. Abbiamo sperimentato – ha detto Nives Meroi – il valore del dono, gratuito, silenzioso perché donatore e ricevente sono del tutto anonimi».
Dopo cinque anni la forza di tornare sui propri passi ancora sul Kangchenjunga, per raggiungere la vetta.
Al termine della serata c’è stato anche un simpatico siparietto tra Nives Meroi e Romano Benet. La testimonianza di una cordata della vita: una storia di amore e solidarietà che ha superato bufere himalayane e sfide personali durissime. L’affidarsi a un alpinismo “leggero” dove la montagna è approcciata con umiltà e senza l’arroganza della tecnologia estrema. Il coraggio di tornare indietro quando la montagna dice «no», mettendo la vita e l’etica davanti alla gloria.
«Territorio fiero»
Mauro Gilmozzi, scario della Magnifica Comunità di Fiemme ha sottolineato, nell’introduzione alla serata, il positivo rapporto tra imprenditoria e territorio. Un territorio che va fiero della sua storia e della particolare realtà di «bene comune», un antidoto allo spopolamento della montagna. Stefano Felicetti, vice Presidente di Pastificio, ha fatto suo il moto «tenacia, passione e perseveranza» che accomuna l’impegno di un atleta olimpico a quello di un imprenditore di valle. «Conversazioni in quota» è al terzo appuntamento promosso da Pastificio Felicetti. Il primo con lo scrittore Marco Albino Ferrari durante il quale è stato trattato il tema del «mal di montagna» come analogia al «mal d’Africa». Successivamente anche l’incontro con la climber e attivista iraniana Nasim Eshqi che invece ha raccontato la sua storia di libertà attraverso l’arrampicata.
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