Cronaca
giovedì 2 Luglio, 2026
Nel carcere di Trento il numero di colloqui intimi più alto d’Italia: 54 nei primi sei mesi. Ma Spini continua a essere gravemente sovraffolato
di Lucia Ori
Dei 428 detenuti presenti nella casa circondariale, 228 sono di origine straniera: «Non possono nemmeno comprarsi un ventilatore»
C’è un dato che racconta un carcere che prova a cambiare e un altro che restituisce tutte le contraddizioni della detenzione. Da una parte i 54 colloqui svolti nella stanza dell’affettività del carcere di Trento nei primi sei mesi del 2026, tra i numeri più alti registrati a livello nazionale. Dall’altra 428 detenuti in una struttura inizialmente progettata per ospitarne 240, il lavoro che manca, il caldo soffocante e il ricordo ancora vivo di Abrar Jarrar, la giovane che il 26 maggio si è tolta la vita in cella. Questa è la situazione che emerge dalla visita della delegazione di Radicali Italiani alla casa circondariale di Spini di Gardolo.
La Casa circondariale ha restituito l’immagine di un istituto che, rispetto a molti altri in Italia, presenta condizioni strutturali migliori, vista anche la sua recente costruzione. Un giudizio che, però, non cancella il problema della modifica dell’originaria capienza massima del carcere, che dalle originarie 240 persone, è stata portata a 428. Oggi nella struttura sono detenuti 379 uomini e 49 donne. Tra loro c’è anche un detenuto di 86 anni, il più anziano della casa circondariale. «Francamente non capisco come sia possibile che, a quell’età, permanga la pericolosità sociale del detenuto e che non si possano valutare soluzioni alternative», osserva il segretario di Radicali Italiani Filippo Blengino, tornando a chiedere un maggiore ricorso alle misure alternative alla detenzione nei casi in cui le condizioni lo consentano.
Tra le notizie positive emersi durante la visita c’è invece la stanza dell’affettività, uno degli strumenti introdotti dopo la pronuncia della Corte costituzionale del 2024 che ha riconosciuto il diritto dei detenuti a coltivare la propria sfera affettiva. Dal 1° gennaio a oggi sono stati effettuati 54 colloqui intimi. «È un numero molto positivo, anche perché significa che l’amministrazione penitenziaria sta gestendo in modo efficace questa nuova possibilità», sottolinea Blengino. Un dato che, secondo Radicali Italiani, dimostra come sia possibile trasformare un diritto in una pratica concreta, mantenendo vivi i legami familiari anche durante la detenzione. Ma basta attraversare i corridoi dell’istituto e parlare con chi vi è rinchiuso perché emergano altre priorità. «Parlando con i detenuti il tema fondamentale è il lavoro», racconta Blengino. Oggi lavorano 220 persone su 428, ma nella maggior parte dei casi si tratta di attività alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria e quindi interne, come le pulizie e la distribuzione dei pasti, con turnazioni che consentono di lavorare appena tre mesi all’anno. «Al di là di alcuni progetti positivi, è difficile parlare di reinserimento sociale quando il carcere offre così poche opportunità di formazione e di lavoro».
È proprio in questo contesto che una detenuta ha pronunciato la frase che più ha colpito il segretario dei Radicali: «Io voglio poter uscire di qui e sapere se andare a destra o a sinistra». Senza un percorso che prepari davvero al ritorno nella società, il carcere rischia di trasformarsi in un luogo che alimenta la recidiva anziché ridurla. Il volto più doloroso del disagio che si può provare in carcere ha il nome di Abrar Jarrar, la giovane di 21 anni morta suicida il 26 maggio scorso. Durante la visita, il suo ricordo è riaffiorato nei racconti delle altre detenute del reparto femminile. «Ci hanno detto che quella mattina si era truccata. Sembrava una giornata normale, nessuna immaginava quello che sarebbe successo», riferisce Blengino. Un dettaglio che restituisce tutta la difficoltà di cogliere un disagio spesso invisibile.
Una delle detenute gli ha confidato di comprendere quel gesto, «perché non è vita così». Parole che, secondo il segretario di Radicali Italiani, rendono ancora più urgente investire nel sostegno psicologico, ma anche nel lavoro e nella formazione, strumenti essenziali per offrire una prospettiva a chi sta scontando una pena.A pesare sulla quotidianità dei detenuti, in queste settimane segnate dall’ondata di calore, c’è anche un problema molto concreto. «Nel carcere di Trento non viene concesso ai detenuti di acquistare a proprie spese nemmeno un ventilatore», denuncia Blengino. Se all’esterno il caldo mette sotto pressione lavoratori, scuole e servizi, all’interno del carcere le possibilità di trovare sollievo sono ridotte al minimo. «La possibilità di uscire è data solo sui piazzali in cemento. Con questo caldo è un inferno», racconta, descrivendo una situazione che rende ancora più pesante la permanenza in carcere durante i mesi estivi.Infine il nodo dell’inclusione. Dei 428 detenuti presenti nella casa circondariale, 228 sono di origine straniera. Eppure non è presente nemmeno un mediatore culturale. «Come si può pensare che così si possa applicare la funzione rieducativa della pena?», domanda Blengino.