Vallagarina
giovedì 2 Luglio, 2026
Isera, addio a Pietro Comper, fondatore della Tecnodoor. Il figlio: le sue ultime parole, «sono pronto»
di Anna Maria Eccli
Da imprenditore scoprì i focolarini. I funerali venerdì alle 17
La notizia della morte di Pietro Comper, fondatore della Tecnodoor (serramenti e chiusure industriali e civili), avvenuta nel pomeriggio di martedì, arriva come fulmine a ciel sereno perché quando il peso della malattia è grande ci si aggrappa sempre alla speranza. Sapevamo dell’annaspare tra chemio, auspicio, caduta e ripresa… ma la grande forza interiore di cui era dotato Comper, il suo immancabile sorriso, la calma che esprimeva, in contrasto con la sua natura febbricitante tipica di chi nasce con la genialità dell’homo faber, ci aveva distratti.
Consegnati alla melassa d’una attesa fiduciosa, ci siamo così sorpresi impreparati a parare il colpo.
Lo avevano incontrato solo 5 mesi fa, ne avevamo percepito l’energia rivoluzionaria di chi ha saputo raccordare il desiderio di giustizia con l’amore per il prossimo, l’urgenza di cambiamento con il benessere interiore. La strada aveva imparato a batterla con disciplina nel 1991, da perfetto pioniere tra una comunità di pionieri, quando (dopo il canonico inciampo che dovrebbe permettere a tutti di interrogarsi sul senso vero delle cose) scoprì la figura di Chiara Lubich e la sua Economia di Comunione. Percorso intriso di fiducia, di cura, di ottimismo e senso di servizio, unici per realizzare una società semplicemente “corretta”, i cui membri possano finanche sperare di sentirsi felicemente realizzati, solidali, sensibili, presenti l’uno all’altro. «Chiara Lubich ci aveva spiegato come essere “facilitatori” di giustizia e di benessere usando la base di ogni impresa, il denaro, come mezzo e non più come fine – ci aveva raccontato cinque mesi fa – Questo significa invertire il modo di pensare: il dipendente diventa a tutti gli effetti un collaboratore e tu sei costretto a essere attento all’altro, alle diverse attitudini, a facilitare il modo in cui queste possono esprimersi. La sensibilità che si crea all’interno dell’azienda innesca, poi, un sistema di supporto reciproco e di ricerca di miglioramento unici». Nel solco che separa l’economia della discordia da quella di un neo-umanesimo foriero di benessere e di salute mentale sta il seme del progetto evolutivo cui Pietro Comper ha dedicato la propria vita da un certo momento in poi; progetto che oggi toccherà al figlio Damiano, conduttore della Tecnodoor, sviluppare.
«Papà ha trascorso le ultime tre settimane in terapia intensiva – ci dice Damiano – perché aveva grandi difficoltà respiratorie. Era intubato, non poteva più esprimersi a voce, ma ci contattava con gli occhi, si esprimeva muovendo le sopracciglia o attraverso qualche smorfia della bocca. Quando, lunedì sera, poche ore prima della morte, sono entrato in terapia intensiva, parlandogli a voce alta, era assopito. Ha aperto le palpebre cercandomi con gli occhi e allungandomi la mano quasi a volermi dire di stare tranquillo perché lui era “pronto”». Il parere dei medici era salomonico: ormai Comper era in vita solo perché attaccato alle macchine, come si suole dire. «Ci siamo raccolti tutti attono al suo letto mentre la dottoressa staccava il respiratore. Lui ha aspettato anche l’arrivo di mia figlia prima di lasciarci. Davanti al dolore ci consolava solo quel sentirci tutti uniti, consapevoli, tutti eravamo in uno».
Ecco come se n’è andato e cosa ha lasciato un uomo franco che aveva cercato il senso profondo delle cose e della vita, nato dall’irrequieto ragazzino che sfasciava i vetri con la fionda di un tempo, diventato grande lavoratore, geniale artigiano, che alla famiglia ha lascito anche la sua intensa autobiografia “Una vita fa: la storia di un imprenditore”.
Appassionato di cose difficili da risolvere, ma soprattutto di umanità, Comper si arrabbiava «solo per finta» e con la sua Maria Pia Oliana ha trascorso 56 anni di vita intensa, da cui sono nati Damiano, Nicola, Gloria e una nuvola di nipoti. Diceva che l’imprenditore è «un sognatore, non un manager; un inventore che usa la logica ma che ha anche la capacità di prefigurarsi le cose, di immaginarle prima di averle realizzarle». Prima non avevamo mai incontrato un imprenditore che, come lui, reclamasse un posto particolare per le dipendenti donne della sua azienda: «Sono loro che danno bellezza e anima ai progetti, che sono tecnici», ci aveva detto. Considerazione femminista rara, frutto anche del ricordo d’una mamma speciale, che “di notte faceva la sarta per fare quadrare il bilancio”, costretta a foderargli il cappottino cucendo tra loro, stette, strette, le stringhe numerate che contraddistinguevano gli abiti dei militari.
Era nato a Calliano nel 1944, grande sportivo (sciatore e calciatore del Rovereto quando la squadra era in serie C), grazie alla Lubich (che conoscerà personalmente nel 2002) aveva trovato il modo di “vivere un cristianesimo pratico”, avviando un modo nuovo di fare impresa e di operare nel sociale, coinvolgendo il prossimo, applicando il precetto evangelico della condivisione. Ultimo saluto domani, venerdì 3 luglio, alle 17, nella chiesa parrocchiale di San Giuseppe. Seguirà tumulazione nel cimitero di San Marco.