Le storie

sabato 22 Agosto, 2026

Michele Trentini, il regista-antropologo che racconta la montagna senza filtri: «Aspetto che la realtà accada da sé»

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Dalle malghe ai paesaggi rurali, filma persone, fatica e contraddizioni senza trasformarle in cartoline: «Mi piace ascoltare, attendere, osservare»

Gli antichi greci la chiamavano ècfrasi, era la capacità di descrivere un’opera gareggiando con essa in bellezza e significanza. Nel cinema antropologico ed etnografico Michele Trentini troviamo le inquadrature intense di chi, cercando immensità e silenzio, percepisce i flussi nervosi che attraversano la realtà. Il videomaker roveretano non cerca makeup oleografici, nemmeno se le riprese sono finalizzate alla promozione di un territorio. È capace di sostenere la lentezza fino a incrociare il “punctum” in cui la superficie s’incrina all’irrompere della fatica, della contraddizione, del dubbio. Filmare per lui equivale ad ascoltare per disciplinare dentro di sé una complessità del reale dirompente e spesso caotica.

Classe 1974, doppia laurea in Sociologia, all’Università di Trento e di Dresda, dal 2003 al 2017 gira documentari per il Museo Etnografico Trentino San Michele. Alla base dei lavori sta quello che sociologi e antropologi chiamano “osservazione partecipante”, una full immersion nei fenomeni per carpirne l’anima. Ha documentato maschere oscene e tragiche del continente europeo, si è inerpicato sui pendii boscosi della Val di Rabbi al seguito della pastora Maria Cheyenne Daprà, nata in Baviera, transumanante della Foresta Nera con dieci pecore e un montone per arrivare a girare la valle trentina con un gregge importante. Bellissimo documentario, “Cheyenne, trent’anni” è un grande manifesto di forza femminile, fuori dai canoni. Narra delle fatiche e del senso di pienezza d’una donna dalle unghie nere, che sagoma picchetti, tira reti metalliche, sana gli zoccoli di pecore malate scavandoli come chirurgo. Davanti a lei e ai suoi due infallibili cani, la macchina da presa di Trentini che non concettualizza, ma guarda, ascolta, annusa. Un anti cartesiano, si capisce, che setaccia il mondo attraverso i sensi. L’impatto umano sulla natura lo porta a citare Rainer Maria Rilke: «Si cominciò a capire la natura quando non la si capì più».

Ha fondato una casa di produzione indipendente, “Trotzdem”, dal 2012 è docente nel corso di laurea in Scienze del Paesaggio dell’Università di Padova, da 8 è maestro di Tedesco e Arte in Val Concei.
Michele, dai DVD si è passati ai link, ma il fascino delle sue incursioni tra umanità e natura è lo stesso.
«Il Covid ha accelerato il passaggio dai DVD-book ai link della rete. Una nuova distribuzione, interessante per gli editori e anche per me: il web spinge verso un pubblico più vasto le produzioni di nicchia come le mie. Mi permette di andare oltre i festival, o le proiezioni sul territorio, che comunque ritengo importantissime. Ne faccio un buon numero e mi danno sempre grandi soddisfazioni».
Cos’è l’antropologia visuale a cui fa riferimento nei suoi film?
«È una disciplina che ha un approccio non cattedratico; si basa sull’osservazione diretta della realtà e sulla produzione di immagini come strumento per documentare pratiche e comprendere culture. Non ci sono idee troppo rigide pregresse, come avviene nella maggior parte dei documentari generalisti. È attraverso la telecamera che scopri i fenomeni che stai studiando e a me piace ascoltare, attendere, osservare».
Attendere cosa?
«La luce giusta, ma anche che qualcosa accada “da sé”. Rispetto quanto sta accadendo, la sua lentezza. Io ho il culto del “prendersi il tempo”, il che non significa che riesca sempre a farlo. Diciamo che è uno dei miei obiettivi. Se riguardo i miei lavori vedo sempre la priorità dell’attendere, di aspettare che i fatti e i racconti delle persone avvengano senza forzature. E mentre avvengono io li vivo. Anche per questo il mio lavoro è un pezzo di vita e quindi cerco sempre di scegliere soggetti che realmente desidero, che mi corrispondano, che aderiscano ai miei valori.
Quali sono i suoi valori?
«Essere schietti e rispettosi verso le realtà, cogliendone incongruenze e idiosincrasie. Così nella vita, così nel lavoro».
Un esempio, nel lavoro?
«Parto spesso dal paesaggio, dalla fascinazione per il modo rurale, ma i miei lavori non sono mai spot pubblicitari; contengono contraddizioni, difficoltà, dubbi. Dal documentario dedicato alla pastora Cheyenne, realizzato con Marco Romano, emerge il tema del mantenimento e della cura del paesaggio, molto attuale visto l’abbandono di diverse zone di montagna e non c’è solo la figura d’una giovane donna che vive la solitudine e l’ambiente selvaggio, ma la difficoltà del suo operare, il peso delle scelte, il fatto che solitudine significhi libertà ma anche grande fatica. In “Contadini di montagna” parlo del paesaggio terrazzato della Valle di Cembra, ma oltre al paesaggio bellissimo, immortalato nelle etichette del vino, ci sono altri aspetti, l’uso dei fitofarmaci, i limiti della monocoltura, i rischi del turismo di massa…».
Su idea di Giulia Mirandola nel 2016 ha girato un bellissimo documentario, degno di Guareschi: “Alta Scuola – Storia di un’utopia concreta”. Testimonianza storica sulla scuola parentale avviata a Peio nel 2011, alla chiusura per esiguità di bambini della scuola provinciale. Senza voti, retta da genitori e insegnanti volontari, durò 2 anni, ma continua a interrogare sulla capacità generatrice “del basso”, la gioiosità e le difficoltà d’una scuola diversa, sul destino infausto delle comunità rurali…
«Sì, questi lavori servono proprio a questo, “per guardarci”».
L’esperienza di Pejo l’ha sedotta al punto di scegliere di fare anche il maestro elementare.
«Sì, ho rispolverato il diploma magistrale preso da privatista, l’esperienza in Germania e per alcuni giorni alla settimana vado nella scuola di Val Concei a insegnare Tedesco e Arte. Mi trovo benissimo, mi aiuta a mantenere i piedi per terra, altrimenti volerei via. Provo piacere nel sentirmi utile, lì sei in prima linea, e vi ho trovato gente piena di dedizione. Nella scuola non puoi resistere se non ce l’hai. La prima campanella da insegnante, poi, mi ha fatto un effetto pazzesco».
Che bambino è stato?
«Molto selettivo. Mi piaceva la libertà, anche allora avevo bisogno di proteggere il mio tempo, di organizzarmelo come meglio credevo».
Pregi e difetti.
«Essere troppo selettivi è un difetto, poi non sopporto la confusione e sono lento a decidere perché devo soppesare pro e contro. Sono pure un po’ permaloso. Come pregi… non mi piace la visione unilaterale di chi crede di avere la verità in tasca, so ascoltare e sono curioso».
Cosa significa “Trotzen”, nome della sua casa produttrice?
«In tedesco significa “ciò nonostante”. Dedicarsi alle proprie passioni e condurre piccole produzioni, con pochi mezzi, non è semplice, bisogna proprio volerlo. In cambio si ha libertà di azione ed espressiva».
A che punto è il Trentino nella produzione di cinema?
«Trento Film Festival in 70 anni è diventata una realtà importante, riconosciuta a livello internazionale, veramente all’avanguardia. È il Festival di Venezia per i film di montagna e di paesaggio e per me è stata una vera scuola di cinema. La Trentino Film Commission ha poi strutturato il campo, promuovendo e finanziando il cinema. Nel Trentino, comunque, ci sono tante realtà che producono o sostengono documentari di qualità, come musei, fondazioni e istituti culturali».
Cosa fa all’Università di Padova?
«Dal 2012 collaboro con il primo corso di laurea in Scienze per il Paesaggio mediante il laboratorio “Landscape Videomaking”, percorso formativo in cui studenti e dottorandi realizzano brevi documentari tra antropologia visuale e geografia».
Attualmente a cosa sta lavorando?
«Al mondo delle malghe, delle minoranze, dei bivacchi. Vado nelle valli, avvicino persone, paziento…»
Prossime proiezioni sul territorio?
«Oggi, al Rifugio Altissimo con “Paesaggio rifugio”; il 28 a Malga Cere nel Lagorai, con “Sui sentieri”. Sono due produzioni recenti, realizzate con Andrea Colbacchini per Accademia della Montagna. Il 31 agosto a Malè con “Cheyenne, trent’anni”, la serata è promossa dalla SAT per l’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori 2026».

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