L'editoriale
venerdì 10 Luglio, 2026
Medicina, festa e futuro
di Alessandro Quattrone
Per l'Università di Trento è tempo di festeggiare i primi laureati del corso di medicina: ora è il momento di ribaltare la falsa prospettiva del «piccolo e provinciale» in «piccolo e funzionale»
Oggi è tempo di festeggiare per la medicina trentina, e i motivi sono più d’uno. Il primo e più importante è che abbiamo i primi laureati del nuovo corso di Medicina e Chirurgia attivato presso UniTrento a ottobre 2020. Un altro motivo è che il progetto, per come fu varato e per come ancora adesso è configurato, emerse come una partnership – avviare in solitaria cose di questa complessità è velleitario – con la Medicina dell’Università di Verona, dopo uno scontro istituzionale che si era consumato quasi un anno prima, nei primi giorni del 2019.
Dei due protagonisti di questo scontro, al presidente della Provincia Fugatti va il merito di aver spinto il progetto con forza; al rettore di allora Collini quello di non aver ceduto, con pari forza, al modello propostogli di una subordinazione molto marcata alla scuola di medicina dell’Università di Padova, della quale Trento sarebbe diventata una succursale. L’accordo con UniVerona che ne è seguito ha permesso invece all’attuale rettore Deflorian di costruire il corpo docente con un’autonomia sostanziale, tenendo conto soprattutto delle esigenze logistiche dell’azienda sanitaria trentina, aiutato, mai prevaricato, dal partner accademico veronese, e di costituire in autonomia il primo nucleo di medici docenti che oggi licenziano i neodottori.
Festeggiamo, anche, per quello che non si vede. I giovani laureati sono la punta dell’iceberg di un sistema accademico, e nel caso trentino la parte sommersa è particolarmente articolata, anche perché soggetta a tensioni, e grandi aspettative. Che, inutile forse ricordarlo, ruotano intorno al desiderio del territorio di essere attrattivo per giovani medici che vogliano iniziare o continuare qui la loro carriera. L’aver varato un corso di laurea locale è per questo sicuramente importante, ma lo è ancora di più, per il processo di «fidelizzazione» e radicamento, l’attivazione delle scuole di specialità, cioè il segmento finale della formazione medica. Per il momento ne abbiamo cinque, e se ne stanno progettando altre: quanto più si riuscirà ad ampliarne il numero nei prossimi anni, tanto più assisteremo al radicamento di una quota crescente di specializzandi.
È vero altresì che pensare di poter stabilizzare bravi medici sul territorio solo per un effetto di «imprinting» – qui ti sei laureato e/o specializzato – rischia di essere pericolosamente illusorio. Vale ricordare che, su scala nazionale, perdiamo circa 25 mila giovani laureati l’anno verso l’estero, a causa di migliori opportunità lavorative. Una soluzione intelligente e a basso costo potrebbe essere quella suggerita su questo giornale nei giorni scorsi dal presidente dell’ordine dei medici de Pretis, la costruzione di un «pacchetto carriera» che garantisca ai medici ospedalieri, universitari e non, la permanenza per periodi di aggiornamento in centri esteri di avanguardia. Il timore centrale che spinge chi se ne va, e che trattiene chi non viene, è forse di finire in una «sacca culturale», in un piccolo territorio non abbastanza sincronizzato sui grandi avanzamenti della scienza medica. Che non sia così possiamo già dirlo, sulla base di indicatori di qualità e di previsioni fondate, soprattutto sull’impulso che la scuola di medicina darà alla ricerca. I primi dati usciti sulla produttività scientifica dei docenti del Centro di Scienze Mediche, diretto da Olivier Jousson, sono eccezionalmente buoni, già ci proiettano nella fascia alta delle classifiche nazionali. Ed è solo appena iniziato il processo di integrazione dei nuovi ricercatori di medicina con le aree mature, quelle della biotecnologia per la salute, dell’ingegneria industriale, dell’informatica, della fisica, delle nanotecnologie e altro.
Lo stesso pregiudizio che produce la falsa prospettiva di «piccolo e provinciale», e che ha giocato un ruolo nella carenza di candidature ospedaliere in passato, può essere ribaltato in «piccolo e funzionale». In ambito accademico-sanitario, la dimensione contenuta può favorire qualità didattica, coesione organizzativa e specializzazione. Non è un caso che i giovani medici intervistati in questi giorni tutti o quasi riportassero la percezione di un contesto quasi domestico, con un forte rapporto coi docenti. La dimensione contenuta può poi favorire l’interdisciplinarità, il motore principale di innovazione spinta, ciò che ci aspettiamo faccia fare un ulteriore salto al progetto di medicina. Laddove si sappia costruire un adeguato sistema di incentivi, prima di tutto finanziari, questa è la sfera di più alta potenzialità futura del progetto. Non a caso i due modelli studiati nella fase iniziale furono la Scuola di Sant’Anna di Pisa e l’Humanitas University di Milano, piccoli ed eccellenti.
Ma ora stiamo andando troppo oltre, non si conviene che si faccia in una giornata di brindisi e di festeggiamenti. Auguri quindi agli studenti, laureati e futuri laureati, e a chi ha duramente lavorato per arrivare fin qui. Del futuro – che non andrà subìto – si parlerà domani.
*Professore ordinario di Patologia generale all’Università di Trento