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martedì 15 Settembre, 2026
«Non è solo una questione di cibo»: Rabini spiega cosa si nasconde dietro i disturbi alimentari e perché spesso sono invisibili
di Stefania Santoni
Dall’anoressia al binge eating, i disturbi alimentari possono colpire anche chi ha un corpo apparentemente «normale»: «Conta l’immagine che abbiamo di noi»
Il rapporto con il cibo può raccontare molto di come
ci sentiamo e di come guardiamo il nostro corpo. Durante l’adolescenza, tra cambiamenti e confronto con modelli spesso irraggiungibili, può diventare un terreno particolarmente delicato. Con lo psicologo e psicoterapueta Giuseppe Rabini oggi parliamo di disturbi del comportamento alimentare, falsi miti e segnali da non sottovalutare.
Spesso si pensa che anoressia e bulimia possano colpire solo alcune persone, per esempio ragazze o persone molto magre. Quali sono i principali falsi miti su questi disturbi che è importante sfatare?
«I falsi miti sui disturbi del comportamento alimentare sono spesso legati a stigma e stereotipi. Uno dei più diffusi è pensare che un disturbo alimentare sia una scelta personale o una mancanza di volontà: “Dovrebbe solo mangiare normalmente”, “È solo un problema con il cibo”. In realtà, si tratta di disturbi complessi, legati a fattori biologici, socioculturali e psicologici che coinvolgono anche la percezione di sé, del proprio corpo e il controllo alimentare. Un altro stereotipo è credere che, se una persona non è molto magra, non possa avere un disturbo alimentare. Non è così: esistono disturbi, come la bulimia o il binge eating, che non comportano necessariamente un basso peso e possono essere caratterizzati da abbuffate, perdita di controllo, senso di colpa e vergogna. Infine, si pensa spesso che i disturbi alimentari riguardino solo le ragazze. Sebbene le donne siano maggiormente rappresentate nelle statistiche cliniche, anche gli uomini possono soffrirne, talvolta con preoccupazioni legate alla muscolarità o all’esercizio compulsivo».
Si può soffrire anche quando il proprio corpo, dall’esterno, sembra “normale”?
«Potremmo spostare la domanda a cosa significa normale, e anche qui cadremmo probabilmente in alcuni stereotipi. Normale è un corpo magro? Un corpo asciutto? Muscoloso? Né troppo grasso né troppo magro? Cosa intendiamo per normalità? Se parliamo, per esempio, di peso, il normopeso è definito come quell’intervallo di peso in cui il peso non ha un’influenza negativa sulla nostra salute. Le componenti di un disturbo alimentare non necessariamente hanno delle ripercussioni manifeste a livello di aspetto fisico. Gran parte del disturbo si esprime in preoccupazioni quotidiane, stati emotivi e conseguenze che vanno ben oltre. Dobbiamo ricordare che una delle componenti maggiori ha a che fare con l’immagine del corpo, e non con l’aspetto fisico in sé. La rappresentazione mentale, o appunto immagine, che abbiamo del nostro corpo è ciò che può creare la sofferenza maggiore e generalmente può essere molto differente dall’aspetto oggettivo del nostro corpo».
Se un’amica o un amico ci confida di avere un rapporto difficile con il cibo, come possiamo essergli davvero vicini?
«Prima di tutto, non giudicando negativamente la persona per quello che sta facendo e per come si sente. Già il fatto che un’amica
o un amico ci faccia questa confidenza è il primo scalino verso una richiesta di aiuto. Non essere giudicanti vuol dire accettare che la persona sia in difficoltà e non per questo cambiare l’idea che abbiamo di lei. Di fronte a un giudizio negativo è frequente chiudere le porte e ritirarsi, il che diminuisce drasticamente la possibilità di una futura richiesta d’aiuto efficace. Nel non giudicare, è importante anche non sminuire la problematica. Come si diceva prima, non si tratta solo di mangiare di più, o meglio, o in modo diverso; non si tratta di metterci più impegno e basta. Le persone che vivono questa difficoltà si ritrovano in un complesso circuito di pensieri e comportamenti che si auto-rafforzano e dai quali risulta difficile uscire. Essere vicini può voler dire anche semplicemente esserci, trasmettere fiducia e positività e, allo stesso tempo, accettare che non necessariamente riusciamo ad aiutarle in prima persona come vorremmo».
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