Giustizia
martedì 14 Aprile, 2026
Lauro Azzolini gli ultimi istanti di Mara Cagol: «Aveva le mani alzate, gridava di non sparare. Non lo dimenticherò mai»
di Paolo Morando
Nel processo in Corte d'assise ad Alessandria, l'ex brigatista rompe il silenzio sulla sparatoria del 1975. Al centro dell'udienza, la ricostruzione della resa della militante trentina e la richiesta di una nuova perizia balistica
Si riparte da Lauro Azzolini. Oggi sarà l’ex brigatista, principale imputato per i fatti della Cascina Spiotta del 5 giugno 1975, a essere interrogato nella dodicesima udienza del processo in corso davanti alla Corte d’assise di Alessandria. Quel giorno, al termine di una sparatoria, rimasero uccisi l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la trentina Margherita Cagol, nei pressi della cascina dove le Br teneva in ostaggio l’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia, sequestrato il giorno prima a scopo di autofinanziamento. Assieme a Cagol c’era un altro esponente del partito armato, che però riuscì a fuggire senza essere mai identificato.
Come noto, si tratta di una vicenda su cui all’epoca si indagò in maniera estremamente approssimativa. E lo si deve anche alle circostanze che portarono uomini dell’Arma, in particolare quelli della Tenenza di Acqui Terme, a perlustrare la Spiotta senza coordinarsi con gli uomini più esperti del Nucleo antiterrorismo comandato dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Con responsabilità reciproche mai fino in fondo appurate, come emerso anche da un’udienza degli scorsi mesi in cui testimoniarono carabinieri di alto grado in servizio all’epoca: un’udienza in cui i «non ricordo» fioccarono numerosi.
Azzolini ha 83 anni ed è imputato di concorso in omicidio: l’inchiesta nei suoi confronti si è sviluppata soprattutto attraverso intercettazioni ambientali e telefoniche. Fin dalla prima udienza, nel marzo dello scorso anno, ha ammesso che era effettivamente lui l’altro brigatista presente alla Spiotta. E il processo, di per sé, avrebbe potuto concludersi anche in quel momento. Ma ci sono altri due imputati, i leader storici delle Br Renato Curcio (marito di Margherita Cagol) e Mario Moretti. Devono rispondere di concorso morale nell’omicidio di D’Alfonso in qualità di presunti ideatori del sequestro Gancia e, soprattutto, per via di un controverso documento brigatista con indicazioni ai militanti su come comportarsi in caso di accerchiamento: in sostanza, sparare e fuggire.
Entrambi, rispettivamente di 85 e 80 anni, oggi non ci saranno, benché pure loro siano stati convocati per essere interrogati: d’altra parte mai finora sono comparsi in aula. Tutti e tre gli imputati sono stati più volte condannati all’ergastolo. Mentre Azzolini e Curcio sono oggi liberi, Moretti si trova ancora in regime di semilibertà, non avendo mai chiesto la libertà condizionale: ogni sera, terminato il lavoro (svolge servizio di volontariato in una Rsa), fa rientro nel carcere di Brescia.
Occorre tornare alle dichiarazioni spontanee di Azzolini, rese in aula l’11 marzo 2025. A proposito della fuga dalla Spiotta, parlò dell’uso di bombe Srcm e di uno scambio di colpi (che costarono la vita a D’Alfonso, e il ferimento degli altri carabinieri Cattafi e Rocca) «nel caos di una frazione di secondi». Poi, l’incidente rocambolesco tra le auto dei due brigatisti, «finendo la corsa sotto il tiro di un altro carabiniere che era spuntato all’improvviso». E la conseguente resa.
A quel punto, nel racconto di Azzolini, a un cenno di Cagol lanciò una bomba che ancora aveva. «Mi misi a correre verso il bosco, convinto che Mara mi avrebbe seguito. Raggiunto il bosco mi accorsi che lei non c’era e allora guardai verso il prato della cascina e l’ultima immagine che ho di Mara, che non dimenticherò mai, è di lei ancora viva che si era arresa con entrambe le braccia alzate, disarmata, e urlava di non sparare».
Benché non oggetto del processo, oggi in Corte d’assise il convitato di pietra saranno ancora le circostanze dell’uccisione della brigatista trentina da parte dell’appuntato Pietro Barberis (da tempo deceduto): un colpo sparatole nei concitati momenti dell’esplosione della bomba a mano lanciata da Azzolini, oppure una “esecuzione” mentre la donna si era già arresa e si trovava a mani alzate? È un’ipotesi di cui si parla da sempre, suggerita anche dai risultati dell’autopsia sul corpo della giovane trentina, e che lo stesso Curcio ha rilanciato durante l’istruttoria, quando venne interrogato dalla Procura (alla quale consegnò una propria memoria in questo senso).
Non a caso nell’udienza di un mese fa, le difese (in particolare il legale di Moretti, a cui si sono associati quelli di Azzolini e Curcio) hanno presentato richiesta formale di una nuova perizia balistica su tutte le fasi del conflitto a fuoco. Una perizia da svolgere ovviamente a partire dalle “carte” di allora, poiché armi e proiettili sono stati nel frattempo distrutti. Peraltro, tra il materiale repertato all’epoca non figurano affatto le armi utilizzate ai carabinieri.
È una richiesta a cui la Procura e le parti civili si sono opposte con fermezza. Ma il presidente della Corte d’assise, Paolo Bargero, si è riservato di decidere dopo gli interrogatori degli imputati: dalle loro stesse parole, a partire appunto da quelle di Azzolini, il brigatista fuggitivo (Curcio e Moretti quel giorno alla Spiotta non c’erano), potrebbero infatti venire ulteriori elementi utili per effettuare o meno una perizia balistica. Anche per questo, dunque, l’udienza di oggi ad Alessandria potrebbe risultare di particolare rilevanza.
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