La storia

domenica 17 Maggio, 2026

La storia di Stefano Robol: «Lentezza e perfezione, ecco la mia arte di liutaio»

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Classe 1963, ha iniziato come falegname e dal 2003 si dedica alla realizzazione di chitarre e violini che diventano pezzi unici

In Trentino sono rimasti in pochissimi, si contano sulle dita di una mano. Come, del resto, in ogni regione italiana. Parliamo dei liutai, quegli artigiani dalla sapienza antica e dalla manualità certosina specialisti nella realizzazione su misura e pezzo per pezzo di strumenti a corde. Stefano Robol ha 63 anni e il suo laboratorio è sotto casa, a Lizzana, nel garage di una bella palazzina colorata sulla collina che sale all’Ossario. Calma silenzio, gesti antichi. Robol è in pensione ma continua a coltivare la sua passione: «Mi tiene impegnato, senza non potrei starci» racconta.

Robol, domanda inevitabile: quando è maturato il suo primo contatto con il legno come materiale da modellare?
«Ho iniziato a 15 anni, nel 1978, a fare il falegname. Mio padre aveva intravisto in me una certa manualità. Mi piaceva “fare”. Ho lavorato per 27 anni in un laboratorio di mobili per l’arredamento, la ditta Barozzi di Rovereto, in zona industriale».

E dagli arredi agli strumenti a corda com’è stato il passaggio?
«Lo devo a mia cognata (Robol sorride grato, ndr). Dato che ero bravo a lavorare il legno, 23 anni fa mi domandò: “Perché non mi costruisci una chitarra folk? Vorrei iniziare a suonarla”. Una di quelle chitarre che si suonano in spiaggia, al chiaro di luna… utilizzando la tablatura, ovvero uno spartito che riporta le sei corde della chitarra per far suonare anche chi non conosce le note. Detto fatto, mi misi al lavoro e gliela realizzai. Così esplose la mia passione per la liuteria…».

Da allora quanti strumenti a corda avrà costruito?
«Credo più di trecento».

Talento innato, voglia e metodo, ma immaginiamo avrà seguito dei corsi e avuto anche qualche maestro…
«Certo. Non posso dimenticare Nello Bertè, a sua volta allievo del famoso maestro ferrarese Mozzani, di Cento. Ma anche Mario Garrone di Acqui Terme e John Monteleone a Sarzana».

Cosa vuol dire essere liutaio?
«Significa far nascere dal nulla lo strumento. Si viaggia per trovare i legni giusti, si fa il progetto con i disegni, si scelgono le decorazioni (ad esempio il mosaico per la rosetta), si procede manualmente passo passo, in sintonia con il committente, per tagli e assemblaggi. Si sente nascere il suono unico di quello strumento».

Quanto può costare una chitarra artigianale realizzata da un liutaio come lei?
«Si va dai 4.500 ai 6mila euro. Il liutaio lavora uno strumento alla volta, per due-tre mesi. Alcuni colleghi in Europa realizzano chitarre e violini anche fino a 15mila euro di costo».

Quali sono i legni che lei utilizza più spesso, ad esempio per realizzare le chitarre?
«L’abete di risonanza della Val di Fiemme, molto spesso, per la tavola. Per le fasce e il fondo, il palissandro brasiliano, ma si può spaziare molto. Per la tastiera uso magari l’ebano e per il manico la cedrella quasi sempre, oppure il mogano».

Quali sono gli strumenti che produce più spesso?
«Oltre ai violini, la chitarra. classica, con corde in nylon, ma anche acustica, con le corde in acciaio e il manico più stretto. Poi la chitarra flamenca».

Che caratteristiche ha la chitarra flamenca?
«È simile all’acustica, ma l’altezza delle corde sulla tastiera è più bassa, per dare velocità. Le code in tensione hanno più forza».

Chi sono i suoi clienti?
«Beh, devo dire che ne ho sia in Italia che all’estero. In particolare in Germania, Corea e a New York».

Lei fa anche corsi di liuteria: chi vi partecipa?
«Ne sto facendo uno anche adesso, fino al 18 maggio a Terragnolo, alla Segheria Veneziana. Vengono persone di tutte le età. Organizzo piccoli gruppi, di 6 persone. Il corso dura tutto il giorno per una settimana».

Dovesse dire qual è la qualità indispensabile per un liutaio?
«La pazienza, indubbiamente. È un ‘arte della lentezza, della precisione. Se serve, si rifà. Non si deve avere paura».

E la soddisfazione?
«La mia è non accorgermi del tempo che passa, cercare la perfezione, sapere che con ogni lavoro puoi migliorarti facendo tesoro dell’esperienza».

Ma ama la musica?
«Certo. La ascolto. Una volta ero più onnivoro. Nella classica mi piacciono Chopin e Bach. Amo i cantautori come De André e Branduardi e come tecnica mi piace molto Ritchie Blackmore».