Vallagarina
mercoledì 20 Maggio, 2026
«Come i brentegani hanno fatto grande Milano a colpi di latterie»
di Anna Maria Eccli
Il chirurgo Alessio Less racconta l'immigrazione da Brentonico alla metropoli lombarda: «In 60 anni, 200 negozi aperti, tra latterie e gelaterie»
«I primissimi ricordi della mia infanzia sono quelli di un treno, tipo littorina, che da Rovereto arrivava a Verona, dove si saliva su un fumoso treno ancora a vapore, che da Verona andava a Milano e si arrivava nella grande stazione dove il fumo delle vaporiere e l’acre odore del carbone bruciato si disperdevano sotto le immense volte di ferro e vetro». Il piccolo Alessio Less, lungi dall’immaginare la vita impegnativa di chirurgo che l’attendeva, in quel susseguirsi di vie ferrate era al seguito della madre, Argia Bianchi, originaria di Brentonico. Andavano nel capoluogo lombardo a fare vista agli zii Angelo e Leone, gestori di due latterie, alla zia Angelina e alla nonna Rosa Giovannazzi. Quel tempo lontano ritorna ora con tutte le sue fatiche e promesse grazie al libro scritto da Less «I brentegani a Milano. Memorie di latterie, gelaterie e ristoranti», tomo di oltre 700 pagine che ricostruisce la storia delle centinaia di donne e di uomini di Brentonico che nel Novecento, tra la Grande Guerra e gli anni Ottanta, lasciarono il verde altopiano del Baldo per avventurarsi tra le nebbie padane; tra questi nonno Giovanni Bianchi. Un libro in cui Less strappa dalla polvere biografie, volti, nomi, circostanze, sogni, paure, successi e cadute di un mondo splendidamente documentato anche da un apparato iconografico di grande valore (a iniziare dalla bellissima fotografia scelta per la copertina, che immortala la milanese latteria/gelateria degli Serapioni in via Paolo Sarpi 16). Scandaglia un’epopea grazie alla ricerca, riporta in vita garzoni che seppero rubare il mestiere ai gelatai (in 60 anni sono state quasi 200 le attività aperte dai brentegani a Milano), donne di servizio impiegate come tate serissime e contadini, operai, impiegati che investirono in Lombardia le proprie speranze. E quando finalmente la fame iniziale si attenuò restò quella di conoscenza, autorealizzazione e libertà. Milano cambierà persino il concetto di migrante. «Avvicinandosi ai giorni nostri – scrive il medico – il termine appare improprio, fino a sfumare progressivamente nel lavoratore pendolare, o soggiornante periodicamente. Poi ci furono gli studenti e in particolare gli universitari». E il legame tra Brentonico e Milano non si dissolse più. Migrante, a modo suo, è stato lo stesso dottore spostatosi dalla sala chirurgica agli impegni istituzionali (in Consiglio comunale, nella Apsp Vannetti, nel Mitag, in altre associazioni culturali) e verso quella ricerca storica che lo ha visto co-autore, assieme al presidente del Mitag Oswald Mederle, di un altro testo importante, dal titolo volutamente fuorviante: «La grande guerra dal Garda all’Adige. I dieci chilometri del fronte da Torbole all’Asmara». «Si sono chiesti tutti cosa c’entrasse Asmara – ride – ma così si chiama il dosso sopra l’Adige, a Ravazzone, dove finiva la trincea».
Classe 1946, del chirurgo Less ha conservato precisione e meticolosità; ha consultato montagne di documenti, tra gli archivi della Camera di commercio milanese, nei registri anagrafici, rovistando tra vecchie cartoline e archivi familiari alla ricerca di persone da poter intervistare. «Se un tempo si diceva che New York era la più popolosa delle città italiane – scherza –, si può dire che alla metà del secolo scorso Milano era la più popolosa frazione di Brentonico». A parlare di quel tempo una carrellata di magnifiche fotografie, immortalano volti e azioni, i muri sberciati d’una Milano non ancora «da bere».
Dottor Less, da cosa è nato questo interesse per la migrazione brentegana a Milano?
«Mio padre Enrico, medico condotto in Val di Gresta, sposò mamma Argìa Bianchi che di quella migrazione era figlia. Nel libro trovano posto racconti, basati sulla memoria di centinaia di famiglie, assieme a dati oggettivi sulle attività raccolti nei pellegrinaggi alla Camera di commercio di Milano. È stato un lungo lavoro che ho sviluppato negli anni, sospeso e ripreso a più mandate. Questo non è un romanzo o un libro da leggere per intero, è una ricerca da consultare; fa la storia di Brentonico e di Milano incastonandovi quella delle famiglie».
Quale fu la prima latteria brentegana di Milano?
«Quella di Luigi Passerini, detto Gioanòm, di Fontechel. Era nato nel 1881 e migrato in America a 25 anni. Rientrò dopo soli quattro anni, salvo poi fuggire in Italia per evitare la leva militare austriaca. A Milano si assicurerà il pasto facendo inizialmente il tranviere, ma sembra proprio sia stato lui il primo a rilevare e gestire una latteria, chiamando anche il fratello, come garzone che, a propria volta, acquisterà un’altra latteria».
Perché proprio latterie?
«Una volta erano i negozi più diffusi a Milano. Arrivava il latte dalle campagne e veniva venduto assieme ai derivati e alle uova. Poi fu costruita la centrale del latte, che lo sterilizzava e imbottigliava. Era l’unico fornitore ammesso dalla legge e anche il prezzo venne calmierato. In quel momento le latterie, avendo un margine di guadagno esiguo, divennero gelaterie e luoghi per la piccola ristorazione, con colazioni e pasti economici».
Anche a Rovereto negli anni ’50 c’era una latteria in cui, un po’ alla volta, si è visto comparire il prosciutto accanto a latte e formaggi, era il Bar Bianco di via Scuole.
«Ecco, la piccola ristorazione è stata inventata proprio nella Milano degli anni Trenta e da essa partiranno gli stessi grandi ristoranti».
Con le latterie i brentegani si erano portati appresso la loro storia, fatta di campi, stalle e malghe…
«Sì, i milanesi chiamavano le osterie “i trani”, perché vi si vendeva il vino importato dai pugliesi di Trani, anche Giorgio Gaber canta “trani a go go”. Le latterie le chiamavano “le brentegane”. Il lavoro era molto pesante, fatto di carico e scarico, di consegne a domicilio, così i primi brentegani a emigrare ne chiamarono altri a rinforzo. Come in una catena di sant’Antonio, si arrivò a quasi 200 negozi con una mobilitazione di circa un migliaio di brentegani che dagli anni Venti agli anni Sessanta si spostarono a Milano aiutandosi l’un l’altro, trafficando in ricette per fare il gelato che era attività da iniziati, i cui segreti erano custoditi gelosamente da chi li possedeva».
Tra le storie, quella della famiglia di sua mamma, cacciata da Brentonico perché antifascista.
«Sì, nonno Giovanni Bianchi era socialista, irredentista come Cesare Battisti e nel 1915 dovette fuggire in Italia perché accusato di aver passato informazioni sulle costruzioni militari austriache agli italiani. I figli Angelino e Leone, invece, per lo stesso motivo furono arrestati e internati nel lager di Katzenau. Nel dopoguerra tornò in paese e riprese la sua impresa di costruzioni rendendola ancora più forte, la più importante dell’altopiano. Ricostruì casa facendone una struttura ricettiva dal nome e dai colori inequivocabili: Albergo Vittoria Nazionale, dipinto con i tre colori della bandiera e con una fontana nel cortile che riprendeva, in piccolo, quella disegnata dall’ingegnere Edoardo Gerosa per Piazza Rosmini».
Ma come succede nelle migliori saghe familiari, la figlia dell’irredentista, Argia, sposerà un medico condotto che era stato volontario nell’esercito austroungarico, Enrico Less.
«Così è. La vita è spesso più saggia degli uomini. Per me è stato un vantaggio perché sono riuscito a comprendere entrambi i punti di vista».
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