Mafia

venerdì 8 Marzo, 2024

La mafia in Trentino c’è: definitiva la prima condanna per l’ndrina di Lona Lases

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La Cassazione ha rigettato il ricorso di Arfuso: irrevocabili gli 8 anni e 10 mesi. Ai vertici della ‘ndrina in Trentino, dovrà risarcire meno di 200mila euro a tre lavoratori delle cave ridotti in schiavitù, a sindacati ed enti costituiti, tra cui la Provincia

La mafia, in Trentino, c’è. I tentacoli della ‘ndrangheta sono arrivati ad infiltrarsi nell’economia locale, nel settore del porfido. Ora lo ha decretato anche la Corte di Cassazione che ha respinto il ricorso dei legali di Saverio Arfuso, calabrese di 52 anni finito nell’inchiesta denominata «Perfido», ritenuto il capo della locale di Cardeto. Diventa così definitiva, irrevocabile, la sua condanna, che la corte d’Appello di Trento aveva «limato»: dai 10 anni e 10 mesi del primo grado a 8 anni, 10 mesi e 20 giorni. «Sconto», questo, dovuto a una doppia aggravante che non doveva essere applicata. Definitivi anche i risarcimenti alle parti civili, che in secondo grado erano passati da oltre 500 mila euro a poco meno di 200 mila.
La prima storica condanna
Quella emessa a febbraio 2022 nei confronti di Arfuso — per l’accusa ai vertici della ‘ndrina in Trentino, più in particolare in val di Cembra, tra Albiano e Lona- Lases — era stata la prima storica sentenza di condanna per mafia emessa a Trento. Insomma, l’impianto accusatorio della Procura di Trento, che contestava al calabrese i reati di associazione mafiosa e di riduzione in schiavitù, ha retto in tutti i gradi di giudizio e certo la decisione della sesta sezione della Suprema corte inciderà anche sugli altri coinvolti nell’articolata inchiesta e finiti a processo. Tra questi gli otto che a luglio scorso sono stati condannati a 76 anni di reclusione totali dalla corte d’Assise di Trento. Che ha così riconosciuto a sua volta il reato di associazione mafiosa, per quanto le difese abbiano cercato di smontare la pesante accusa. Di negarla. Anche per i legali di Arfuso, detenuto in carcere a Bologna, non ci sarebbe stata una «locale trentina» legata al mondo del porfido e affiliata a una cosca calabrese. E, soprattutto, non ci sarebbe prova di un’azione, di un eventuale coinvolgimento «effettivo ed efficace», del loro assistito nel sodalizio criminale. E per questo la contestazione di associazione mafiosa doveva cadere. Ma, invece, ha retto di fronte a tre tribunali diversi.
Parti civili da risarcire
Oltre alla pena diventano definitivi anche i risarcimenti che in secondo grado erano stati più che dimezzati. Erano infatti passati da 50 mila euro a 10 mila per ciascuna delle parti civili e cioè i ministeri di Interno e Difesa e Presidenza del Consiglio dei ministri, Provincia di Trento, sindacati Cgil e Cisl, Comune di Lona Lases e associazione Libera.
E, ancora, sempre un anno fa erano stati ridotti da 50 mila a 30 mila euro i risarcimenti per ciascuno dei tre operai cinesi ridotti in schiavitù nelle cave di porfido (uno anche picchiato).
La Cassazione ha condannato Arfuso a pagare anche le loro spese processuali, per un totale di quasi 3700 euro.
Sindacati: «Legittimo esserci»
Ad esprimere soddisfazione, tra gli altri, Cgil e Cisl, rappresentate rispettivamente dagli avvocati Giovanni Guarini e Alessio Giovanazzi.
«La conferma della sentenza di condanna da parte della Corte di Cassazione, pur in attesa di conoscere le motivazioni, pone un importante suggello all’impianto accusatorio complessivo dell’indagine Perfido — commenta Giovanazzi per Filca Cisl — doveroso ringraziare gli inquirenti e le forze dell’ordine che hanno individuato e frenato l’allarmante fenomeno criminale e tutte le componenti della società civile che hanno reagito e si sono opposte al suo dilagare dimostrando di poter essere parte attiva nel costituire gli anticorpi sociali alle infiltrazioni di stampo mafioso nel nostro territorio».
Una sentenza che — dichiara il difensore Guarini — conferma in modo irrevocabile l’esistenza della locale di ‘ndrangheta di Lona Lases e la legittimazione di Cgil ad essere presente nei processi che riguardano la mafia».