Campi liberi

domenica 3 Settembre, 2023

La linea di Dino Zoff: «Spalletti, ct giusto. Gascoigne un artista, si è buttato via»

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A tu per tu con la leggenda del calcio, 81 anni, ex ct azzurro e bandiera della Juventus. «Mancini, poca chiarezza. La parata più difficile? Su Oscar nel 1982»

Un monumento. «No, meglio di no. Spesso i monumenti sono lapidi o qualcosa di simile…», chiosa lui, Dino Zoff, il più grande, capitano e simbolo di quell’Italia che nel 1982 ci regalò il mondiale più bello. Di lui si è detto e scritto tutto, ma le parole più appropriate per descrivere un uomo di tale spessore e portata, ce le ha lasciate in eredità l’eleganza della penna di Vladimiro Caminiti, un gigante del giornalismo sportivo italiano e fine narratore di cose di pallone: «È vero che il tempo passa, ma Zoff ha l’aria di fregarsene. È passato bene, questo tempo. Ha arricchito il campione di esperienza, lo ha reso tetragono perfino alle invidie. Suo padre e sua madre, in quel paesino del Friuli, non hanno mai fatto il passo più lungo della gamba, semmai più corto, come mi diceva il figlio che per parte sua non ha mai fatto stravaganze, si è rispettato e basta. E lo ha fatto come pochi italiani lo sanno fare, se è vero, com’è vero, che oggi il profilo dell’italiano è la pancia. Nella leggenda è entrato con i fatti dei suoi primati: non mi ha mai divertito, ma mi ha sempre appassionato. I primati di Zoff erano espressione del suo carattere, divenuto stile di uomo».
Zoff, dove ha trascorso l’estate?
«Al mare, come tutte le altre. Niente di nuovo».
In montagna ci va?
«Conosco bene le Dolomiti dove sono stato più volte e un po’ dappertutto. Ma anche quando giocavo, le settimane di vacanza e riposo le trascorrevo al mare. E così faccio ancora oggi».
Un’estate, se parliamo di calcio, segnata dall’improvviso addio di Roberto Mancini alla Nazionale per andare ad allenare l’Arabia Saudita. Che ne pensa?
«Premesso che io non faccio la morale a nessuno, dico che le modalità della vicenda non sono state abbastanza chiare. È venuta meno la chiarezza, secondo me».
Ai suoi tempi, molti campioni a fine carriera andavano a guadagnare gli ultimi dollari in America, ma se oggi in Arabia Saudita ci vai nel pieno della tua carriera, qualcosa cambia. Che sta succedendo?
«Succede (ride, ndr) che i soldi attraggono sempre molta gente, tutto qua. Diciamo poi che il calcio è ormai globalizzato, e ce n’è per tutti».
Spalletti come lo vede nel ruolo di ct?
«È un uomo di esperienza, ha vinto lo scudetto col Napoli giocando un gran bel calcio. Mi pare sia una buona scelta».
Che Italia era invece la sua?
«Una grandissima squadra, sotto tutti gli aspetti, in campo e fuori. Una squadra che ha vinto alla grande».
L’hanno sempre dipinta come un taciturno: non crede che parlar poco sia una virtù, in un mondo dove tutti tendono a parlar troppo?
«In realtà da quando ho smesso di giocare, parlo molto di più…(altra risata, ndr)».
È persino spuntata una sua foto in discoteca…
«A Torino, dove stavamo festeggiando con la Juve uno scudetto nei primi anni Settanta. Andare in discoteca non era certo una mia consuetudine».
Il primo insegnamento che le ha dato suo padre?
«Comportarsi bene e impegnarsi a fare le cose altrettanto bene. È lo stesso che ho cercato di trasmettere a mio figlio e ai miei nipoti».
Beh, davanti hanno un bell’esempio…
«Diciamo che ho sempre cercato di fare del mio meglio».
Lei compie gli anni il 28 febbraio, lo stesso giorno di Gustavo Thoeni: due profili molto simili…
«In effetti, tutti e due qualcosa abbiamo vinto dai…».
La parata più bella della sua carriera?
«Nessun dubbio, quella sul colpo di testa di Oscar in Italia-Brasile al mondiale del 1982».
Ha detto di lei Rudi Krol, grande campione dell’Olanda degli anni Settanta: «Ecco uno che è sempre mancato a noi dell’Olanda».
«Ringrazio Krol per le sue parole; quell’Olanda giocava un gran calcio, ma in finale a quei mondiali perse con i tedeschi. Strana sta cosa: secondo la stampa i tedeschi non hanno mai inventato nulla, ma poi vai un po’ a vedere e scopri che hanno sempre vinto tanto».
Il loro portiere, Jan Jongbloed, era un tipo piuttosto stravagante; ci ha lasciati un paio di giorni fa…
«Eh me lo ricordo Jongbloed! Stravagante, ma era molto abile a giocare la palla con i piedi e ha fatto due finali mondiali. Mi spiace sia mancato».
Giancarlo Alessandrelli era invece il suo secondo alla Juve. Non giocava mai, ma nell’ultima giornata del campionato 1978-1979 Trapattoni lo fece subentrare a lei nel secondo tempo di Juventus-Avellino; poveraccio, in meno di mezz’ora beccò tre reti e la partita finì 3-3…
«Lo ricordo come un bravissimo ragazzo. Gli scaricarono addosso tutte le responsabilità per quel secondo tempo, ma non erano sue».
Che ricordo ha dell’avvocato Agnelli?
«Un uomo straordinario. C’era la possibilità di parlare spesso con lui quando veniva a Villar Perosa. Era molto interessato e sapeva molto di calcio».
La sua Juve, la più forte di sempre?
«Così alcuni dicono, ma un “sempre” non c’è mai. Si vedrà, sarà la storia a dire. Intanto, vediamo cosa fa piuttosto quest’anno; io credo possa far bene».
Non aver le coppe è un vantaggio…
«Questo lo dicono i giornalisti. Io dico invece che le grandi squadre sono tali quando vincono scudetti e coppe».
Con Berlusconi non ebbe invece proprio un idillio. Nel 2000 un’entrata a gamba tesa del Cavaliere la indusse a rassegnare le dimissioni da ct della Nazionale all’indomani della finale degli Europei persa con la Francia.
«Personalmente non l’ho mai conosciuto. Preferirei tuttavia non parlare più di quella storia, lasciamo stare…».
Giocatore, allenatore e presidente; lei nel calcio ha ricoperto ogni ruolo, differenze?
«Sostanziali: da giocatore rispondi soprattutto a te stesso, negli altri due ruoli il campo delle responsabilità si allarga notevolmente».
«Paul Gascoigne è stato il più grande dispiacere della mia carriera», lo ha detto lei.
«Mi è dispiaciuto si sia buttato via in quel mondo con comportamenti che non erano certo da atleta. Aveva un talento immenso, era un artista del calcio».
Le hanno mai offerto il posto di presidente delle Federazione Italiana?
«No».
In un Paese «normale» a uno come lei lo avrebbero offerto, secondo me.
«Mah, non so (ride, ndr). Lei dice…?»
Ne sono assolutamente convinto.
«Va bene…(ride di nuovo, ndr)».
«Dura un attimo la gloria» è il titolo della sua autobiografia; ma davvero la gloria dura solo un attimo?
«Mi spiego: la gloria dura tuttora, ma è l’essere in gloria che dura un attimo. È così che funziona».
Vorrei spiegare a mio figlio chi è Dino Zoff: mi aiuti lei.
«Gli dica che è una persona perbene».
Grazie.
«Grazie a lei».