Crisi Climatica

lunedì 27 Luglio, 2026

Il ghiaccio sepolto delle Alpi diventa un rifugio per la biodiversità d’alta quota: lo studio del Muse e dell’Università Statale di Milano

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Una ricerca lunga 13 anni rivela come i ghiacciai di pietra e neri rappresentino un riparo per le specie minacciate dal riscaldamento globale

Con la crisi climatica, le specie minacciate dal riscaldamento trovano una nuova casa nei ghiacciai di pietra (dove il ghiaccio è inframezzato alle rocce) e nei ghiacciai neri (ricoperti di detriti rocciosi). Lo rivela uno studio dell’Università Statale di Milano e del Muse pubblicato su Ecography: in questi ambienti i detriti rocciosi fungono da coperta termica, rallentando la fusione del ghiaccio, e creano microclimi freddi favorevoli alla sopravvivenza di alcune specie d’alta quota.

Il lavoro è stato condotto nell’arco di 13 anni in 471 punti distribuiti sulle Alpi italiane: sotto osservazione 209 specie di piante vascolari e artropodi, scelti come organismi sentinella per valutare gli effetti del cambiamento climatico sugli ecosistemi montani. Per 43 di queste, l’aumento delle temperature rappresenta un fattore sfavorevole alla sopravvivenza: le altre sono invece in grado di tollerarle. Tuttavia, per il 21% di queste specie, la presenza del ghiaccio sepolto attenua l’effetto negativo del riscaldamento, offrendo condizioni che possono favorirne la persistenza in contesti anche meno adatti. 

«I risultati mostrano che i ghiacciai di pietra e i ghiacciai neri non sono soltanto forme del paesaggio di interesse geomorfologico o glaciologico, ma sono importanti per la conservazione della biodiversità d’alta quota» spiega Barbara Valle, ricercatrice dei Dipartimenti di Scienze e Politiche Ambientali e di Bioscienze dell’Università Statale di Milano e corresponding author dello studio. «Il modello sviluppato in questa ricerca fornisce criteri utili per identificare i rifugi climatici, la cui presenza era stata fino a oggi solo ipotizzata, su scala locale e globale, offrendo uno strumento indispensabile per indirizzare le misure di protezione prima che il riscaldamento globale cancelli definitivamente un patrimonio naturalistico unico», aggiunge Marco Caccianiga, docente di Botanica del Dipartimento di Bioscienze dell’Università Statale di Milano e autore della pubblicazione.

«Il cambiamento climatico in atto richiede l’incremento di studi funzionali a comprendere il destino della biodiversità legata agli ambienti freddi, come quelli d’alta quota e glaciali. L’identificazione e la mappatura delle aree di rifugio per questa biodiversità esclusiva sarà la sfida scientifica che vedrà impegnati ecologi, botanici e zoologi nei prossimi anni» conclude Mauro Gobbi ecologo e ricercatore del MUSE-Museo delle Scienze di Trento e autore del lavoro.

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