La rubrica

venerdì 3 Luglio, 2026

Dalle auto ai carri armati: ecco come l’asse miliardario Leonardo-Iveco a Bolzano guida la riconversione dell’automotive

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Con la crisi del settore e l'esplosione delle spese militari in Europa, i colossi delle quattro ruote riconvertono stabilimenti e operai: i casi di Volkswagen, Mercedes e le manovre sui marchi cinesi

Dal punto di vista simbolico, Bolzano è il crocevia del nuovo intreccio industriale tra il mondo dell’auto e quello della difesa. Con l’acquisizione per 1,6 miliardi di euro della Iveco Defence (1,37 miliardi di fatturato lo scorso anno, +19%) da parte di Leonardo (controllata per il 30% del ministero del Tesoro e seconda azienda europea del comparto con 19,5 miliardi di ricavi nel 2025) e il piano per una cooperazione forte con la tedesca Rheinmetall (10 miliardi di giro d’affari e un valore delle azioni lievitato di 16 volte con l’aggressione russa in Ucraina) almeno sul piano terrestre, il sito diventa un possibile esempio delle potenziali ricadute, anche per l’industria dell’auto, dei massicci investimenti previsti in Europa nel riarmo. Il boom, avvertono gli economisti dell’università di Mannheim Patrick Kaczmarczyk e Tom Krebs, «non compenserà ciò che si perde in altri settori», anche se la classe politica ci spera. Nel Vecchio Continente sono state contabilizzate spese per 800 miliardi di euro, parte dei quali potrebbero venire assorbiti dall’industria automobilistica, che sta continuando a sopprimere posti di lavoro.

Per il comparto della difesa, invece, uno studio condotto dall’European Policy Center citato da AutoMotive News viene stimata una domanda di 760.000 addetti entro il 2030, ossia più di quelli occupati attualmente nel comparto, che sono circa 600.000. Si tratta di un possibile canale di ricollocazione del personale (solo in Germania, il numero di lavoratori del comparto auto è già crollato da 840.000 a 700.000 e il gruppo Volkswagen ha appena manifestato l’intenzione di raddoppiare il numero degli esuberi: ne aveva concordati 50.000 entro il 2030, ma vuole farli diventare 100.000), spesso anche esperto, di cui non ha più bisogno l’industria dell’auto e nemmeno i suoi fornitori, anche se la Schaeffler ha messo in piedi una specifica divisione per la difesa. Nei prossimi dieci anni, per la movimentazione di armi e personale verrebbero spesi 50 miliardi, visto che il 60% degli investimenti per la difesa riguarda personale, amministrazione e manutenzione.

In questo contesto non meno che critico è evidente la necessità delle case automobilistiche di aumentare il tasso di utilizzo dei propri stabilimenti. I Ceo dei gruppi Volkswagen e Mercedes-Benz Oliver Blume («se possiamo contribuire a sostenere l’industria della difesa locale con la nostra esperienza e capacità, lo faremo») e Ola Källenius si sono dichiarati aperti a forme di collaborazione con il comparto della difesa. Per il sito Vw di Osnabrück, con il beneplacito del governo, il gruppo si starebbe confrontando con l’israeliana Rafeal che si occupa del programma di interdizione aerea Iron Dome. Non costruirebbe armi, ma veicoli, nella convinzione che «il nostro modello aziendale non funziona più», come ha concesso nei giorni scorsi Blume.

All’Ila di Monaco (esposizione internazionale aerospaziale), «benedetta» dall’esecutivo, la casa con la Stella ha ufficializzato un memorandum d’intesa con la start-up bavarese Tytan Technologies per la sperimentazione e l’ulteriore sviluppo di un sistema di difesa e dispiegamento di droni basato su modelli come la Classe G e di un mezzo per il trasporto di droni basato sullo Sprinter. Con la divisione Defence, entro il 2028 la controllata Daimler Truck conta di raddoppiare il giro d’affari e portarlo a un miliardo. Renault, grazie ad una commessa vinta assieme alla Turgis Gaillard, fabbricherà telai a Le Mans e motori a Cléon destinati alla realizzazione di 600 droni al mese per conto del ministero della Difesa transalpino. Al Satory di Parigi ha anche esibito la variante 4 Troop del Suv plug-in a trazione integrale Rafale, proposto come Vcmr, acronimo di veicolo civile multi funzione, con 305 Cv e una batteria da 22 kWh in grado di assicurare anche 100 kilometri di autonomia elettrica. Nelle foto viene immaginato come «base» mobile i droni di piccole dimensioni. Con 57 miliardi previsti per il 2026, la Francia è seconda solo alla Germania (108) per investimenti nel riarmo programmati nel 2026. La cooperazione con il settore della difesa, potrebbe permettere alle case automobilistiche di aumentare il tasso di utilizzo degli impianti produttivi, che secondo l’analisi dell’Epc è attualmente del 23% sotto i livelli del 2017. Per questo si intrecciano anche i confronti per forme di cooperazione, soprattutto con le case automobilistiche cinesi. Dal Regno Unito è rimbalzata la notizia che Nissan e Chery «valutano la possibilità di produrre vetture Chery nello stabilimento di Sunderland». Stellantis, azionista a quasi il 20% di Leapmotor, ma con il 51% della joint venture delle operazioni fuori dalla Cina, ha esteso la collaborazione con il costruttore per conto del quale ha assemblato la T03 in Polonia e produrrà la B10 a Saragozza (da ottobre) e una nuova generazione di vetture a Villaverde, sempre in Spagna, a partire dal 2028.

Ha anche annunciato una joint venture con Dongfeng per fabbricare veicoli «a nuova energia» a Rennes, in Francia, con il marchio Voyah, oltre che aver firmato un Memorandum d’intesa per «valutare opportunità di collaborazione nello sviluppo prodotto negli Stati Uniti» con Jaguar Land Rover, il gruppo britannico controllato dagli indiani di Tata. Dal 2028 la Mg produrrà auto in Galizia e la Xpeng, che per il momento fa lavorare su commessa la Magna Steyr in Austria, sta trattando con il gruppo Volkswagen l’acquisizione di uno stabilimento in Germania, così como pare stia facendo la Byd per il sito di Dresda, la Gläserne Manufaktur.