Cultura
lunedì 25 Maggio, 2026
Colpo di scena all’Accademia degli Agiati: Benito Mussolini non è più socio dal 1946. Lo chiarisce un atto dimenticato
di Anna Maria Eccli
L'istituzione roveretana si era riunita ieri, domenica 24 maggio proprio per discutere la revoca: non è stato necessario
Era partita da Duccio Canestrini, mesi fa, la richiesta di revoca per indegnità dell’affiliazione come socio (non onorario) di Benito Mussolini all’Accademia Roveretana degli Agiati avvenuta nel 1926, quando ancora le prodezze dell’autocrate stavano incubando. L’iscrizione a socio era legata al riconoscimento di un merito: quello di avere sostenuto la fondazione della Reale Accademia d’Italia (operativa dal 1929 al 1944, era la lunga amano del regime che aveva a cuore la delegittimazione della poco manipolabile Accademia dei Lincei e la centralizzazione, nonché controllo, culturale del Paese).
La questione aperta da Canestrini aveva acceso il dibattito tra chi, come lui, antropologo sensibile al valore simbolico delle azioni, ne faceva una questione etica, di riparazione, imprescindibile per affermare il cristallino operare degli Agiati, e chi, consapevole che tra l’Accademia roveretana e il dittatore, al di là della fatidica nomina, non vi sia mai stato legame (se si fa eccezione per l’invio a Roma dei messi col compito di comunicare la decisione roveretana, che non furono mai ricevuti) vedeva nella cancellazione un atto di prevaricazione verso la Storia, che non si può piegare a proprio piacimento negando quanto accaduto; chi, ancora, non ravvisava dal punto di vista giuridico possibilità di revoca alcuna, tanto più per un soggetto non più in vita.
Così ieri, domenica 24 maggio, a conclusione dell’assemblea annuale ordinaria del Corpo Accademico, la questione è stata affrontata in assemblea, risolvendosi con un vero «coupe de theatre»: la lettura da parte dell’avvocato Bruno Ballardini di una relazione firmata dal barone Fiorio (al tempo presidente degli Agiati) datata 17 febbraio 1946. Relazione, che faceva parte della documentazione inviata all’avvocato da Fabrizio Rasera, le cui parole sono suonate come pietra tombale, sia sulla querelle moderna, sia su eventuali, sospetti di connivenza tra la nobile Istituzione cittadina e il regime fascista. Eccole: «È infine mio dovere ricordare – si legge nel verbale del ’46 – che scompare dall’albo dei soci corrispondenti anche il nome dell’uomo che, nella sua fatale aberrazione di potenza e nella successiva innaturale alleanza con le forze del pangermanesimo hitleriano, anziché portare l’Italia sulla scia luminosa di una superiore civiltà, oscurò e travolse il destino della nazione vittima a sua volta delle più atroci reazioni che i popoli possano aver vissuto nel doloroso, travagliato, cammino della loro storia». Non ha senso, ora, escludere per indegnità dall’albo chi da quell’albo è già stato escluso, in precedente assemblea, ha commentato Ballardini, salutato da un applauso liberatorio generale.
Una lettura che ha lasciato tutti sorpresi, ricucendo i punti di vista, obiettivo sperato sin dall’inizio dalla presidente Patricia Salomoni, preoccupata del fatto che l’assemblea potesse spaccarsi in una votazione sterile che non avrebbe fatto bene allo spirito stesso dell’Accademia, sempre distante dalle polarizzazioni, proteso a studio e approfondimento. «Cancellare la storia è impossibile ed è antistorico – aveva scritto affinchè fosse letto in assemblea data la sua impossibilità a essere presente, Mario Allegri – e non c’è stata Associazione culturale che all’epoca non avesse proposto come socio Mussolini». Dichiarazione asciutta cui gli organi di stampa, drogati di notiziole spicciole, come si sa, non potranno aggiungere alcunché. Più interessante e articolato è stato il commento dello stesso Ballardini che ha parlato dello “sforzo” di quanti furono a fianco del barone Fiorio quel 17 febbraio: «I soci che esclusero Mussolini dalla storia dell’Accademia erano gli stessi che qualche anno prima l’avevano accolto – ha commentato – Tra loro c’era chi aveva firmato il diploma di annessione di Mussolini e coloro che col regime avevano convissuto. A loro venne chiesto di essere molto più severi di quanto possiamo essere noi, oggi».
Sarebbe tuttavia impietoso, ora, derubricare la questione come bolla di sapone scoppiata in niente, tanto che la stessa presidente Salomoni alla fine ha ringraziato Canestrini per aver provocato tutta una serie di confronti e ricerche che oggi vanno ad arricchire l’Accademia. «Canestrini ci ha fatto riprocessare quanto è accaduto in Accademia – ha detto l’avvocato Massimo Franzoni – non dobbiamo dimenticare che l’affiliazione di Mussolini data 1926, non si era nel 1938, alle leggi fascistissime; soprattutto non dobbiamo dimenticare che la Storia è anche contradditoria, è fatta di passioni e le passioni sono anche storicamente determinanti, si verificano e non le puoi cancellare». Saggio è, allora, prendere esempio da quanto c’è stato per essere diversi: «Grazie a Canestrini ci siamo posti un problema – ha concluso Franzoni – Come lo risolviamo? Confermando una decisione che è già stata presa». Prossimo sforzo sarà ora lavorare e rendere pubblici gli atti del ’26, quelli del ’46, le ricerche di Rasera sui rapporti dell’Accademia con il regime, magari istituendo anche una borsa di studio per incentivare alla ricerca i giovani, come ha proposto la presidente.
In chiusura, l’intervento di colui che ha massimamente contribuito a sciogliere la matassa: «La mia ricerca suggeriva un modo alternativo di compiere “l’atto simbolico” che ci veniva chiesto – ha detto Fabrizio Rasera – impegnando l’Accademia in una serie di progetti che permettano di fare i conti con ieri in modo alto, più produttivo e umanamente rispettoso, superando gli “assoluti” che nel nostro tempo sono diventati slogan». Per uscire da un antifascismo ridotto a generica e improduttiva liturgia, ha detto il professore, vanno valorizzate le persone, intellettuali in crisi come Umberto Tomazzoni, uomo di scuola animato dall’idealismo, che poi produrrà un diario in cui si legge “tutto il senso di morte” che attanagliò quella generazione, divenendo in seguito un riformatore democratico della scuola; i fratelli Betta, prestigiosi rettori accademici durante il regime che però saranno «leader morali della resistenza degli internati militari in Germania»; o Valentino Chiocchetti, che nel 1945 divenne presidente dell’ASAR (battendosi per l’autogoverno della nostra regione, ndr.)…
Nuove prospettive, dunque, attendono di lavoro accademico che potrà inoltrarsi nello studio delle diverse soggettività che animarono una generazione che conobbe l’orrore e che espresse modi diversi d’essere fascisti, contribuendo poi a trasformare l’Italia in un Paese democratico.
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