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giovedì 27 Agosto, 2026

Carcere di Trento, un detenuto su quattro ha meno di 5 euro sul conto. Nella lista dei bisogni rasoi e assorbenti (che non sono garantiti)

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La Caritas interviene ogni mese per garantire almeno 10 euro a circa un centinaio di detenuti e nel 2025 ha distribuito oltre 800 pacchi di aiuti

In carcere a Trento la vita costa ed è a carico dei singoli detenuti, almeno quello che serve per avere un po’ di sollievo da condizioni per nulla semplici, il lavoro è poco e i soldi sono ancora meno. È questo quello che emerge dall’analisi della situazione reddituale delle persone detenute, dalla loro situazione lavorativa e dai costi relativi alle spese sopravvittuarie. I dati dicono che quasi un detenuto su 4 ha meno di 5 euro sul proprio conto corrente e che metà delle persone detenute non riesce a lavorare perché mancano i fondi per retribuirli. In questo contesto è fondamentale l’impegno della diocesi che attraverso la Caritas ogni mese si impegna a far si che tutti i detenuti abbiamo almeno 10 euro sul conto, contribuendo per coloro che non raggiungono quella cifra, che corrispondono a circa un centinaio di persone. «Non solo, forniamo anche pacchi di aiuti: vestiti, prodotti sanitari e quello di cui hanno bisogno – racconta Raffaele Michelotti della Fondazione Caritas diocesana – Nel 2025 abbiamo distribuito alle persone detenute più di 800 pacchi, mai così tanti e il bisogno sarebbe anche maggiore».

Lavoro e reddito

La possibilità per i detenuti di lavorare, e quindi di poter guadagnare uno stipendio alla fine del mese, diventa centrale se si pensa che circa il 60% delle persone detenute ha origine straniera e non ha necessariamente una famiglia alle spalle sul territorio che possa fornire un supporto economico e materiale durante il periodo di detenzione. A Spini di Gardolo, secondo i dati forniti dalla Casa circondariale, sono 24 i detenuti semiliberi che svolgono attività lavorativa all’esterno, anche se non tutti risultano necessariamente retribuiti. Sono invece 105 le persone impiegate in attività lavorative intramurarie, con una retribuzione media di circa 447 euro al mese. A questi si aggiungono 37 detenuti che lavorano con cooperative sociali, tra cui Kaleidoscopio e Le Venature, e 59 persone impegnate in attività di formazione retribuita. Resta però una parte consistente della popolazione detenuta esclusa dal lavoro: sono 176 le persone che non svolgono alcuna attività lavorativa. La motivazione indicata dalla stessa amministrazione penitenziaria è la «carenza di posti disponibili», dovuta in gran parte alla carenza di risorse sul capitolo di spesa destinato al pagamento delle retribuzioni. Una situazione che pesa anche considerando che circa un centinaio di detenuti dispone di meno di 5 euro sul proprio conto. E, almeno per quanto riguarda l’amministrazione penitenziaria, «non esiste alcuna misura strutturata a motivo di sostegno economico per i detenuti indigenti»

La lista dei bisogni

La disponibilità economica permette ai detenuti di affrontare anche spese che, fuori dal carcere, potrebbero sembrare ordinarie: ricaricare il telefono per poter parlare con il proprio legale o con i propri cari, comprare prodotti per l’igiene personale, un giornale o semplicemente qualcosa in più rispetto ai pasti forniti dall’amministrazione. Attraverso il cosiddetto «modulo 72» è possibile scegliere da una lista di prodotti, i cui prezzi vengono calcolati sulla base di quelli praticati nei supermercati vicini alla Casa circondariale. Si va dagli alimenti, come caffè, pasta, frutta e verdura, fino ai prodotti per l’igiene personale e ai giornali. Il carcere garantisce tre pasti al giorno, che rientrano nel cosiddetto «mantenimento quotidiano», per il quale il detenuto è comunque tenuto a pagare, salvo le eccezioni legate alla propria condizione economica. Tutto ciò che va oltre, però, dipende dalla disponibilità individuale e contribuisce a creare differenze molto concrete tra chi può permetterselo e chi no. Un esempio è il ventilatore: durante l’estate può essere acquistato dai detenuti al costo di 30 euro, perché non viene fornito dall’amministrazione penitenziaria. Si tratta, per altro, di una possibilità inserita di recente, visto che, secondo il segretario di Radicali Italiani Filippo Blengino, nel mese di giugno, i detenuti potevano acquistare solo piccoli ventilatori portatili. Lo stesso vale per alcuni prodotti di uso quotidiano. Tra questi ci sono rasoi e assorbenti: questi ultimi devono essere messi a disposizione dal carcere, con «un pacchetto di assorbenti al mese» richiedibile in base alle esigenze della singola donna. In alternativa, è possibile acquistarne uno autonomamente, al costo di 3,69 euro.

L’impegno della Caritas

In questo contesto l’impegno della Caritas e della diocesi è più che prezioso. A raccontare l’impegno di Caritas è Raffaele Michelotti. «I detenuti segnalano i problemi economici al cappellano e alle suore che entrano in carcere. Noi poi facciamo un versamento sui conti ogni mese per fare in modo che abbiano almeno 10 euro. Quello che serve per una ricarica telefonica per sentire l’avvocato e poco altro». Questo il lato economico, ma poi c’è molto altro.

«Hanno tanto bisogno di vestiario, quello che riusciamo glielo diamo con le donazioni, ma per calzini, mutande, asciugamani e ciabatte compriamo nuovo, ci sono una ventina di volontari che se ne occupano. E poi occhiali, cancelleria e tanto altro». Caritas integra anche la fornitura di beni primari. «Assorbenti, prodotti di pulizia intima, non sono mai sufficienti ma facciamo il massimo». Che il bisogno sia cresciuto Michelotti lo ha visto direttamente. «Un anno fa abbiamo preparato 800 pacchi per detenuti, mai così tanti e il bisogno è ancora maggiore».

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