L'opinione
mercoledì 24 Giugno, 2026
Al museo di San Michele la mostra dei giocattoli con pinocchi e orsetti. L’ex direttore Kezich: «Acquisizione di scarso valore. Non c’entra nulla con il Trentino»
di Giovanni Kezich*
La riflessione dell'antropologo: «La collezione è entrata nel patrimonio del museo etnografico, ben pagata. Nessuno controlla»
Caro direttore,
annunciata da un elegante locandina color carta da zucchero, con Pinocchio, l’orsetto e la cicogna, il Museo di San Michele propone per questa stagione una mostra ora in corso, e visitabile fino al 30 novembre, dal titolo «L’officina dei giocattoli. Storie e sogni di legno dalla montagna», attraente iniziativa «che invita a guardare il giocattolo di legno con occhi nuovi». E fin qui, tutto bene. Cosa ci può essere di più rasserenante in tempi come i nostri dell’eterno miraggio dell’infanzia, e dell’innocente cultura del gioco che l’accompagna?
Ma anche un allestimento accattivante, curato da un’artista di vaglia, pieno di brio, di colori e di fantasia fanciullesca, può celare qualche retroscena discutibile. Si apprende, infatti, che «l’esposizione presenta una collezione di eccezionale valore (sic) recentemente acquisita dal Museo: centinaia di giocattoli intagliati e dipinti artigianalmente…». Si tratta della raccolta di un apprezzato maestro d’arte roveretano che ha rovistato per decenni i mercatini antiquari di tutta la regione in cerca di giocattoli in legno e non solo: impresa ragguardevole, ancorché completamente estranea al metodo e alle finalità della ricerca etnografica, e che però alla fine del 2024 è stata premiata dal Museo con la dignità di un’acquisizione a pieno titolo nel proprio patrimonio inalienabile, dietro il corrispondersi di una cifra di tutto rispetto.
Si tratta, evidentemente, di un clamoroso malinteso: la «collezione di eccezionale valore» è un ricco repertorio di curiosità, ma frammentario e incompleto, oltreché raccogliticcio, che mette insieme cascami di una giocattoleria novecentesca prevalentemente gardenese, destinata alla clientela borghese di mezza Europa, e che delle «storie e sogni della montagna», a guardar bene, al di là di qualche stereotipo, non dice proprio niente. Per convincersene, basta scorrere la distinta degli oggetti acquisiti, peraltro laconicissima di informazioni. A stralcio (gli oggetti sono 630…), troviamo «due orsi hampelmann; un uccello a rotazione (cicogna); tre acrobati (due scimmie e un clown); un cavaliere acrobata su colonna; cinque cavallini in legno naturale; quattro cavallini con carrettino» e poi «sette pinocchi colorati; un Fortunello colorato; un gioco in movimento con gallinelle; ventotto tappi animati per bottiglie; una gallinella a rotazione; un Pinocchio con un piccolo Pinocchio nella gerla su carretto…».
Curiosità d’epoca, ispirate alla letteratura per l’infanzia, alla giocoleria da circo, al teatro dei burattini, dove però non si rileva nulla di alpino, e men che meno di trentino – nel Trentino, semmai si giocava al pirlo, e nessuno ha mai fatto pinocchi, gallinelle e tappi animati, tranne forse qualcosa a Tesero… –, ma soprattutto non vi è nulla di etnografico. Tra la rigatteria antiquaria di gusto fanè e le testimonianze etnografiche degne di entrare in un museo, corre infatti una differenza basilare: che l’oggetto di interesse etnografico, ancorché muto, è sempre in grado, almeno per sommi capi, di raccontare una storia, la storia di chi l’ha fabbricato, chi l’ha acquistato, chi l’ha utilizzato, e chi l’ha dismesso. Cosa che gli oggetti ramazzati sul mercato antiquario e sui banchi dei mercatini, già passati di mano in mano nel tritacarne dei trovarobe e dei collezionisti della domenica, non possono più fare: perché non sappiamo più da dove vengono, chi li ha adoperati e quando.
Ben venga, certo, l’apertura dei musei alle raccolte private, alle stramberie di collezionisti e hobbisti di ogni risma: ma un’acquisizione patrimoniale, e per giunta a caro prezzo, che impegna l’istituzione museale fino alla consumazione dei secoli alla catalogazione, alla conservazione, alla tutela di oggetti di provenienza spuria, è tutt’altra cosa. Così è lecito chiedersi, a fronte di simili bravate compiute in forza del denaro pubblico: esiste ancora, nel nostro disastrato settore museale, un qualche residuo organo di controllo? E quando da Praga o da Ortisei, passando per Piazzola sul Brenta o Besenello, fanno il loro ingresso trionfale nel museo «un piccolo Pinocchio nella gerla su carretto; sette soldatini su base a fisarmonica in legno dipinto; una piccola automobile dipinta con Pinocchio; una piccola automobile dipinta con Fortunello…», non c’è proprio nessuno che abbia qualcosa da eccepire, richiedendo a questi oggetti le credenziali minime di provenienza e identità che si esigono, anche oggi, da qualsiasi viaggiatore?
* Già Direttore del Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina
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