I numeri
sabato 22 Novembre, 2025
Congedi parentali per la cura dei figli: in Trentino 230mila giornate utilizzate dalle madri e solo 50mila ai padri
di Redazione
Al Festival della Famiglia la fotografia di un divario che resta evidente: cultura, carriera e welfare frenano la partecipazione maschile
Da figure marginali nella cura dei figli a presenza sempre più costante nella vita quotidiana: i padri sono cambiati. Cresce l’uso del congedo di paternità, aumenta la richiesta di tempo dedicato ai figli, ma il divario con le madri resta enorme. È la fotografia emersa al panel “I padri protagonisti del quotidiano”, ospitato al Castello del Buonconsiglio nell’ambito del Festival della Famiglia di Trento, con l’intervento del vicepresidente della Provincia Achille Spinelli.
«È tempo che la cura sia davvero condivisa», ha sottolineato Spinelli, evidenziando come la scelta paterna incida direttamente sulla conciliazione vita-lavoro e sulla cultura aziendale. La Provincia, ha aggiunto, sta lavorando su nuovi strumenti: maggiori posti nido grazie al PNRR, tariffe calmierate in base all’ICEF e un nuovo Servizio di interesse economico generale per attività estive rivolte a primaria e secondaria di primo grado.
La realtà però resta lontana dall’equilibrio. In provincia di Trento, su 280mila giornate di congedo parentale, 230mila sono richieste dalle madri. A ricordarlo è stata Stefania Terlizzi, dirigente dell’Agenzia del Lavoro: «La resistenza dei padri nasce dal timore di penalizzare la carriera. Le donne, invece, lavorano part-time nel 38% dei casi, contro il 5% degli uomini».
Un quadro confermato anche sul piano nazionale. Maria De Paola, economista e dirigente INPS, ha spiegato che il congedo obbligatorio di paternità (10 giorni) viene utilizzato dal 64% dei padri, ma quello parentale «non arriva all’1%». E il risultato è un gender gap che continua ad ampliarsi: carriere femminili interrotte, salari più bassi, maggiore carico di cura anche per gli anziani.
La Spagna, è stato ricordato dal professor Marc Grau-Grau, offre un altro modello: 16 settimane di congedo per i padri, molto più del caso italiano. «Serve un cambio di paradigma culturale», ha affermato.
E una parte rilevante del problema resta culturale, ha aggiunto la demografa Alessandra Minello: «Se il 40% dei padri non utilizza un congedo retribuito al 100%, è perché persistono stigma e scarsa conoscenza. Anche la parola mammo è un deterrente».
Per gli esperti, la transizione è iniziata ma è ancora lontana: i padri sono più presenti che in passato, ma non ancora in modo paritario. Servono politiche più incisive, servizi di cura diffusi e una narrazione sociale in grado di sostenere davvero la condivisione.
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