l'intervista

domenica 11 Ottobre, 2026

Padre Mattè, cappellano a Bologna: «In carcere degrado e disumanizzazione. Vedere i detenuti tornare cantando dal servizio di volontariato ripaga gli sforzi»

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Padre Marcello, roveretano di nascita ma da anni nel capoluogo emiliano: «In prigione ci sono 850 persone, quando i posti sono 450. Quando un detenuto esce è pieno di rabbia e di rancore»

In Via del Gomito 2, a Bologna, sorge il penitenziario felsineo intitolato a un agente di custodia ucciso negli Anni di Piombo, Rocco d’Amato, ma la gente del posto continua a chiamare quel posto “La Dozza”, dal quartiere periferico lungo la Via Ferrarese in cui sorge (niente a che vedere con il Comune di Dozza, distante una quarantina di chilometri da Bologna, famoso per la rocca medievale e i murales lasciati dagli artisti che vi sono transitati). “La Dozza” è un carcere e “la dozza” era il canale d’acqua che un tempo rendeva fertili i campi e alimentava i mulini. “Doccia” portatrice di vita, dunque, che purifica, come dovrebbe fare un carcere, luogo di espiazione ma anche di educazione e crescita, di punizione ma anche di speranza. Incredibilmente, nel Paese dell’illuminista Cesare Beccaria, così non è. La Dozza, non meno di qualsiasi altro carcere italiano, è luogo promiscuo e sovraffollato di abbrutimento.
Da 31 anni, ogni giorno, vi entra padre Marcello Mattè, dapprima come volontario poi come cappellano. Classe 1956, originario di Volano, il sacerdote sarà a Rovereto oggi, ospite della rassegna “IncontrArti” creata dal nipote Claudio Mattè. Con Lucia Di Mauro Montanino (la vedova della guardia giurata uccisa15 anni fa che ha perdonato e accompagnato l’assassino del marito e i suoi figli) parlerà de “Il perdono che fa rinascere”. Sacerdote dehoniano, padre Marcello è il fondatore di Casa don Giuseppe Nozzi, un complesso agricolo appartenente alla parrocchia di Santi Savino e Silvestro di Corticella che accoglie condannati che godono della misura alternativa al carcere; li affianca per trovare casa e lavoro, abbattendo il fenomeno della recidività, altrimenti attestato attorno al 70 per cento: «Non si batte la spirale del male col male», dice Mattè. Ultimo di dieci figli, dotato di grande piglio giovanile («È vero, ce l’ho e me lo tengo caro»), ha 24 nipoti, 37 pronipoti ed è appassionato di musica rock e pop.

Padre Marcello, cosa significa essere sacerdote dehoniano?
«Apparteniamo alla Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, istituto religioso fondato in Francia nel 1878 da padre Leone Dehon, particolarmente votato alla solidarietà umana che caratterizza il cattolicesimo sociale».
Roveretano di nascita, ma da 50 anni lei vive altrove.
«Sì, ho lasciato la mia famiglia all’età di 10 anni per entrare nel seminario minore dei sacerdoti del Sacro Cuore, a Trento. Poi ho girato un po’, ginnasio a Padova, liceo a Monza, noviziato in provincia di Savona e approdo a Bologna nel 1976 per gli studi di Teologia. A Bologna sono sempre rimasto, fatti salvi i due anni romani per acquisire la licenza in Teologia Morale».
A Bologna si è interessato subito del carcere?
«No, inizialmente ho lavorato al Centro editoriale dehoniano e per le riviste “Il Regno” e “Settimana”, fino al 2016 quando il vescovo mi ha dato l’incarico di cappellano nella Casa Circondariale. Ma quella Casa la frequentavo già dal 1995 da volontario. Avevo iniziato un po’ per caso, seguendo un ragazzo albanese, solo in Italia. Andavo ai colloqui su autorizzazione del magistrato. La realtà del carcere mi ha subito colpito profondamente, tanto che ancora oggi, da pensionato, sono cappellano volontario».
Cosa la colpiva?
«La miseria dell’ambiente, il degradato strutturale, la debilitazione dal punto di vista umanitario… Soprattutto mi colpiva che le persone mi chiedessero “perché” fossi lì. Temevano finalità secondarie, pensavano fossi pagato. Di solito chi finisce in carcere ha conosciuto solo rapporti strumentali, non è abituato alla gratuità. Sono tutti sospettosi, ma quando s’accorgono dell’assenza di secondi fini, qualcosa cambia. In carcere sono nate amicizie che continuano. Le persone aiutate a trovare la propria autonomia non recidono i legami con chi le ha aiutate».
Come si viveva, là dentro, nella torrida estate di quest’anno?
«Era disumano: struttura di cemento armato con tetti di catrame, senza tegole, celle prive di corrente per fare funzionare un ventilatore, a volte mancava l’acqua per lavarsi e tirare lo sciacquone. A Bologna ci sono 850 persone, quando i posti sono 450 e la situazione è tale che quando un detenuto esce è pieno di rabbia e di rancore. Mi chiedo se sia andata persa la capacità di indignarsi del Vangelo».
Eppure si dice che lo standard penitenziario in Europa sia orientato ai diritti umani.
«Si vuole fare credere che il carcere sia l’unica risposta possibile ai reati, ma l’equazione “più carcere, più sicurezza” è menzognera: togliere le persone che hanno sbagliato dalle strade non risolve i problemi loro, né i nostri. Prima o poi torneranno sulle nostre strade piene di rabbia per quanto hanno sofferto; circa il 70 per cento di ex detenuti direttamente immessi in società, senza percorsi di inserimento, ricade degli errori commessi, la percentuale si abbassa al 16 per cento per chi è seguito con un percorso che assicuri dignità oltre a libertà. Davvero, non vale la pena spendere 160 euro al giorno per ogni detenuto tenuto lì a soffrire, meglio spendere per creare opportunità che un futuro più sensato».
In oltre 30 anni di lavoro quante speranze, successi e fallimenti ha conosciuto?
«Non si entra in un carcere con la pretesa di avere successo; il successo è una grazia ed è un’eccezione. Però, vale sempre la pena di tentare, fosse anche per una sola persona. Vedere che tornano cantando dal servizio di volontariato nella nostra casa d’accoglienza, dà una soddisfazione che ripaga per tutto quello che si è fatto».
Cosa fa per ricaricarsi?
«Cammino, ascolto musica moderna, dal rock al pop, mi piace il cinema, la compagnia, creare occasioni di ritrovo tra amici. A tavola avvengono sempre cose belle.
Sa cucinare?
«Certo, mi piace molto farlo. A Bologna c’è un’ottima cucina, ma sono gradite anche le specialità trentine, faccio canederli con l’aglio, polenta, crauti, preparo barbecue…
Un ricordo della sua infanzia?
«In famiglia c’erano pochi soldi, ma grande amore. Io mi sono allontanato a 10 anni per entrare in seminario, ma ricordo con nostalgia mia sorella Giannina, di 21 anni più grande, che mi stava accanto quando “gnolavo” e mamma era occupata ad accudire il resto della famiglia. Mi è sempre stata vicina. Poi ricordo il benessere che provavo ad accompagnare mamma alla “messa prima” domenicale delle 6, o 6.30 non ricordo. Noi abitavamo al “Mas de la fam”, in piena campagna, e bisognava percorrere 2 km a piedi per raggiungere la Chiesa. Ricordo con emozione quel percorso, mano nella mano: era l’unico momento in cui avevo mamma tutta per me. Una domenica d’inverno, stava nevicando, impietosimmo persino l’autista della corriera che si fermò a darci un passaggio. Oggi non potrebbe farlo, ma oggi nessuna mamma porterebbe il suo bambino a messa prima, camminando sulla statale».
Torna spesso a Rovereto?
«Appena posso: basta mi diano una scusa e io torno molto volentieri. A Rovereto ci sono tutti i miei famigliari e c’è la casetta di Folgaria di cui godiamo in tanti».
Suo nipote Claudio con “IncontrArti” dà vita a una rassegna di arte e cultura che calamita centinaia di persone. Lei ama la musica e il cinema. C’è un filo artistico che corre in famiglia…
«Mamma, benchè presa dalla famiglia numerosa, ogni domenica pomeriggio si metteva a dipingere. Siamo cresciuti in mezzo ai suoi quadri e aveva un grande gusto del colore. Questo ci ha impreziosito tutti ed è passato anche alle seconde generazioni».

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