la storia

venerdì 9 Ottobre, 2026

Il viaggio in Sup da Levico a Venezia di Nicola Zamuner. «Così esploriamo la quotidianità di chi vive il Brenta»

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Il documentario «Come l’acqua del fiume Brenta» realizzato dal giornalista Francesco Leitner ed Eugenia Vigozzi: «Questi luoghi vanno protetti. Vogliamo motivare il pubblico a farlo»

Un viaggio lungo il Brenta da Levico fino a Venezia, attraversando grotte, sorgenti carsiche, e territori segnati dal bostrico. Il tutto visto da una prospettiva singolare: in piedi, sopra un Sup. Questa è l’idea alla base del documentario «Come l’acqua del fiume Brenta», film realizzato dal giornalista Francesco Leitner ed Eugenia Vigozzi, che hanno ripreso il viaggio dell’atleta Nicola Zamuner lungo il corso del fiume che attraversa la Valsugana alla scoperta delle storie di chi vive lungo il corso d’acqua e di come la crisi climatica sta cambiando il suo modo di vivere, dal bostrico che ha colpito l’Alta Valsugana, alla grotta delle Bigonde che diventa sempre più inaccessibile, fino all’ultimo coltivatore di tabacco a Valstagna. Come Sottolinea lo stesso Leitner: «La quotidianità di chi vive il fiume è cambiata: il nostro obiettivo non era creare preoccupazione, ma far amare al pubblico questi luoghi, anche per creare un motivo più forte per proteggerli».

Dal Trentino al Veneto
Il documentario, pubblicato ne,l 2025 e prodotto dalla Kenzi Productions di Milano, è nato proprio dall’incontro tra Leitner e Zamoner, campione mondiale di canoa. «Ci siamo conosciuti alcuni anni fa al festival di Venezia – racconta Leitner -. In quell’occasione mi aveva mostrato l’idea di una discesa del fiume Piave: alla fine abbiamo deciso di fare una serie di intervista lungo il Brenta, invece, seguendo il viaggio di Nicola a bordo di un Sup. È un modo diverso di vedere il fiume, dove lui si è allenato spesso: normalmente i canoisti sono seduti e concentrati sulla punta della canoa, con il Sup invece devi stare in piedi». Un film che è riuscito anche a superare i confini nazionale: oltre a essere stato selezionato per il Religion Today dello scorso anno e per il River Film Festival, «Come l’acqua del fiume Brenta» ha avuto una nomination anche al New York Indipendent Film Festival.

Grotte e clima che cambia
Quanto al contenuto, il film raccoglie una serie di interviste unite dalla cornice del viaggio di Zamoner. Il percorso comincia alla sorgente del fiume, il lago di Levico, prosegue lungo la Valsugana arrivando a Valstagna, chiudendosi infine nell’Adriatico. Nella parte trentina del viaggio gli intervistati sono stati due: Giancarlo Orsingher, storico presidente della Rete di Riserve del Brenta, e Stefano Marighetti, geologo esperto delle grotte nella zona di Selva di Grigno. «Levico ci è rimasto nel cuore: la prima inquadratura mostra proprio il lago, in una zona in cui non si vede nemmeno una casa – spiega il regista -. Orsingher ci ha parlato di come molti abitanti si prendano cura del Brenta, sottolineando come nelle foreste vicine il bostrico abbia fatto enormi danni dopo Vaia. L’idea di base è che bisogna riforestare tenendo conto del mondo che cambia. Con Marighetti, invece, abbiamo parlato della grotta delle Bigonde a Selva di Grigno».
Proprio questa è un’area particolarmente colpita dalle conseguenze del cambiamento climatico. «Per generazioni si è cercato di completare l’esplorazione della grotta – prosegue -. Il periodo migliore per farlo è l’inverno, mentre d’estate gran parte della caverna è allagata. Ma con le temperature più alte e le piogge che si protraggono anche in inverno la grotta diventa inaccessibile per gran parte dell’anno». Un’altra delle storie scovate da Leitner è quella dell’ultimo coltivatore di tabacco per sigari rimasto a Valstagna, un tempo terra di tabaccheti: «Una volta c’erano molti terrazzamenti usati per far crescere il tabacco: oggi molte piante invasive si infiltrano tra le pietre, e quando sono spinte dal vento riescono a smontare i muretti a secco».

Un viaggio poetico
Al di là degli effetti del clima, le riprese raccontano un viaggio che è diventato poetico, in un certo senso. «Volevamo raccontare l’acqua, non i centri abitati – aggiunge Leitner -. Così nel finale abbiamo ignorato la riviera e abbiamo ripreso solo la foce nell’Adriatico: ci siamo resi conto che il viaggio era diventato una metafora della vita. Abbiamo girato il finale durante la “blue hour”, quando il colore dell’acqua e il cielo diventano una cosa sola, e Nicola sembra andare verso l’infinito. Crediamo che proprio questo abbia commosso il pubblico in diverse proiezioni: per 46 minuti abbiamo portato le persone a fare un viaggio fuori dalla quotidianità».

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