l'editoriale
martedì 6 Ottobre, 2026
Scuola e il declino cognitivo
di Maria Prodi*
Il peggioramento medio a livello globale sia in Reading, sia in matematica, sia in scienze crea preoccupazione. Fino a circa il 2012 si era verificato un andamento generalmente in lieve crescita, poi il tracollo
Cosa dicono i dati Ocse-Pisa appena rilasciati? Molte cose. Nella classifica relativa alle scienze, focus del rapporto 2025, l’Italia è mediana. Nelle altre prove, Reading (lettura e comprensione del testo) e matematica si peggiora poco rispetto al 2022, e tanto basta a cantar vittoria rispetto agli Stati che peggiorano più di noi. Nella quarta prova che misura la capacità computazionale di risolvere problemi siamo decisamente sotto la media. Non andiamo meglio della Finlandia, ma basta una dichiarazione in tal senso del governo e la fake si diffonde: invece la Finlandia è 31 punti sopra l’Italia in scienze, e 17 punti sopra in capacità computazionale.
La verità è che dal 2022 la Finlandia è peggiorata più dell’Italia, che partiva però più bassa.
Ma è proprio il peggioramento medio a livello globale sia in Reading, sia in matematica, sia in scienze che crea preoccupazione. Fino a circa il 2012 si era verificato un andamento generalmente in lieve crescita, poi il tracollo.
Cosa è successo? Cosa ha contagiato i quindicenni dei più disparati Paesi, accomunandoli in un declino così netto delle prestazioni cognitive di base?
Al di là dei risultati nelle prove, l’indagine riesce a delineare un profilo degli studenti «impegnati» (curiosità, perseveranza, focalizzazione sugli obiettivi, ricerca di aiuto): in genere c’è un collegamento fra impegno e risultati, ma non si sovrappongono del tutto. Ci sono Paesi con più studenti impegnati, ma scarsità di risultati (soprattutto fra i sistemi scolastici più poveri) e Paesi con buoni esiti, ma scarso coinvolgimento degli alunni. Poi ci sono i Paesi che dominano le classifiche, per lo più asiatici, in cui le due qualità convergono in una parte consistente degli studenti.
La prova di «Reading» valuta la capacità di comprensione di un testo, ed ovviamente è basilare anche per l’approccio alle altre prove, le cui consegne vanno lette e comprese. Fa emergere le capacità di valutare le informazioni, stabilire collegamenti tra fonti diverse e riflettere in modo critico su ciò che viene letto. Si nota nei dati 2025 una percentuale più alta di studenti che danno risposte senza i tempi e l’accuratezza necessari, o che preferiscono rispondere a caso piuttosto che lasciare la domanda in bianco. Di fonte a testi che richiedono raffronti ed elaborazione più complessa o più lunghi, gli insuccessi aumentano. Ed è proprio al calo di questa capacità di impegno e di focalizzazione che è correlato il generale calo dei risultati. Infatti alcune analisi permettono di individuare l’incidenza che ha avuto una compilazione dei test sciatta e poco impegnata: ne emerge che la scarsa motivazione e tenacia gioca un ruolo importante nel declino dei risultati e che questa carenza di concentrazione e focalizzazione è dirimente.
Da cosa è causato? Certamente in alcuni Paesi molto arretrati la crescente partecipazione all’istruzione può spiegare un abbassamento del livello medio. Ma nel crollo dei risultati sono coinvolti Paesi che hanno già raggiunto da tempo una quasi totale scolarità nella fascia dei 15 anni.
Alcuni sospetti sull’uso disfunzionale del digitale sembrano confermati. Mentre un uso moderato di dispositivi digitali finalizzato all’apprendimento è correlato a migliori risultati, un uso ludico o ricreativo è associato a prestazioni peggiori. Quindi il report conferma che il bando dei cellulari a scuola, o un uso rigorosamente limitato e didatticamente finalizzato, diminuiscono occasioni di deconcentrazione e distrazione, migliorando gli apprendimenti. Guarda caso è proprio intorno al 2007/8 che cominciano a diffondersi gli smartphone, e a partire dagli anni successivi dilagano fra gli adolescenti; ed è dal 2012 che inizia la curva discendente dei punteggi. Inoltre dal 2022 a oggi viene rilevato nei quindicenni un maggior uso del digitale per stare su Tik-tok o Instagram, mentre diminuisce il tempo dedicato online a reperire informazioni o creare contenuti.
Interessante il rapporto fra ricchezza di un Paese e risultati nell’istruzione. Mediamente i Paesi con Pil più alto hanno più risorse da investire nella scuola, ma non sempre c’è una correlazione lineare fra le due grandezze. Ma la cosa più interessante è che non c’è una correlazione stretta fra investimenti per l’istruzione e risultati di un Paese, calcolando la spesa media per il percorso scolastico di uno studente. Nel segmento basso un incremento di investimenti corrisponde decisamente ad un miglioramento degli esiti dell’istruzione, poi la curva tende ad appiattirsi. Ci sono Paesi, che spendendo meno, hanno risultati migliori di altri: il Giappone ottiene in scienze più di 60 punti sopra il Lussemburgo, pur spendendo la metà; la Polonia che investe meno dell’Italia la supera in tutte le prove. Questo ovviamente non significa che è irrilevante rafforzare la spesa per l’educazione, vuol dire che non basta spendere, ma bisogna anche spendere bene, fare le scelte giuste. Anche a questo servono le indagini e gli studi, a indirizzare le politiche.
Nelle pieghe del rapporto si trovano moltissimi altri dati interessanti: fra i Paesi con maggiori perdite di skills fra 2022 e 2025 figura Israele (-48 in Reading, -25 in matematica); l’Estonia è il primo Paese appena sotto il podio dei paesi asiatici che dominano la classifica; in Reading la media delle ragazze è globalmente di 30 punti sopra quella dei ragazzi: il picco della differenza si ha nei territori dell’autorità palestinese dove il distacco è di 56 punti a favore delle ragazze.
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