L'editoriale

domenica 16 Agosto, 2026

Le sentenze che ci salvano

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La giurisprudenza appare come l’unico strumento non astratto per arginare gli abusi o le omissioni del potere

La giurisprudenza ci salverà. Lo credeva anche Gilles Deleuze perché affronta quelli che sono «i diritti della vita». «Lottare per la libertà è davvero fare della giurisprudenza» diceva nel suo celebre «Abecedario». E, in effetti, la giurisprudenza – e dunque la giustizia – appare come l’unico strumento non astratto, ma che si muove nel sottile sentiero tra il diritto e l’etica, per arginare gli abusi o le omissioni del potere, per ricomprendere le esperienze della vita aumentate (dalla tecnologia, e non solo) che sfuggono al legislatore e alla politica, per stabilire connessioni di civiltà e dignità.

A distanza di molti anni dal loro esercizio privo di interferenze, i social network sono finiti sotto i riflettori. Un giudice nello Stato del New Mexico, negli Stati Uniti, ha condannato due volte Meta (che gestisce tra gli altri Facebook e Instagram) con una sanzione che sfiora il miliardo di dollari. Il giudice Bryan Biedscheid ha ritenuto la società di Mark Zuckerberg responsabile per i danni psicologici causati ai minori e per aver fallito nell’allertare il pubblico sui rischi. È interessante anche la motivazione: il giudice ha valutato le piattaforme equiparabili ad una fabbrica, mentre la pubblicità e i contenuti sono il prodotto. Quindi, «il danno psicologico e lo sfruttamento sessuale dei minori costituiscono l’inquinamento che deve essere eliminato».

Il giudice ha stabilito, ancora, che gli algoritmi di Instagram e Facebook sono settati in modo tale da spingere gli utenti verso contenuti violenti o sessualmente espliciti. I social non sono nocivi in quanto ambiente digitale complesso che modifica anche una tendenza antropologica, ma lo sono perché tutta la loro architettura è finalizzata all’engagement, alla dipendenza, all’induzione dei bisogni. È evidente che tutto ciò ha un riverbero nocivo sulla società, sulle sue istituzioni, sulla costituzione materiale e cognitiva dei cittadini tanto che questa propagazione digitale è stata inquadrata come «public nuisance» (disturbo pubblico).

L’inchiesta era partita dal procuratore generale dello Stato del New Mexico, Ràul Torrez, che contestava a Meta l’infrazione di una legge locale (New Mexico Unfair Practices Act). Una giuria ha poi accertato 75mila violazioni della normativa. La tesi di Torrez («Meta pone i suoi profitti davanti alla vita dei bambini») è stata accolta. La sentenza di Biedscheid contiene anche una riflessione su come modificare le pratiche: eliminare i like e sospendere le notifiche per i più giovani dalle 22 alle 7 del mattino, inserire una soglia di utilizzo di 90 minuti mensili per gli adolescenti. Chissà se il legislatore recepirà, avviando una riflessione su quello che è diventato un problema quasi ontologico.

L’azione del New Mexico non è isolata. Prima ancora era stata una ventenne californiana a portare di fronte al giudice Meta (per Instagram), Google (per Youtube), TikTok e Snapchat sempre con l’accusa che gli algoritmi le avevano generato ansia, dipendenza e pensieri suicidari. Hanno tutti patteggiato. E il 18 agosto si aprirà un nuovo processo, sempre in California, in cui Meta dovrà rispondere alle accuse – identiche a quelle del New Mexico sulla dipendenza che produrrebbero i social network sui più giovani – di 29 Stati americani. Sono oltre 3mila le cause legali negli Stati Uniti contro il colosso dei social e della messaggistica.

La giurisprudenza, dunque, ci salva di fronte alle impossibilità della politica, alla sudditanza verso gli interessi economici anche quando questi bruciano vite e colpiscono i fondamenti democratici.

Il caso del «fine vita» in Italia è un altro esempio di supplenza della giurisprudenza rispetto a tematiche di frontiera, con richiami etici, dove ballano gli equilibri esistenziali. Frontiere labili, trasformate e trasferite anche dalla tecnologia che ha spostato il limen tra vita e morte, aggiungendo nuove domande che il legislatore non riesce a evadere. È stata la Corte costituzionale a stabilire con la sentenza numero 242 del 2019 i quattro criteri per avere accesso al fine vita in una struttura pubblica: essere tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale (l’idratazione e l’alimentazione artificiale per esempio); essere affetto da una patologia irreversibile; provare sofferenze fisiche o psicologiche che la persona giudica intollerabili; essere pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

Il primo caso di suicidio legalmente assistito in Italia è avvenuto tre anni dopo a Senigallia e ha riguardato Federico Carboni, un uomo di 44 anni immobilizzato a letto da dieci anni dopo un incidente stradale. Anche qui è stata necessaria una battaglia legale per stabilire le modalità di applicazione dei principi della Consulta. E ancora oggi lo stiamo discutendo come testimoniano le iniziative delle Regioni di fronte all’inazione del parlamento e il disegno di legge in discussione anche in Trentino (con molte cautele). Ogni giorno la giurisprudenza riscrive le regole di convivenza, stabilisce situazioni di protezione dell’essere umano che sorvolano i principi astratti. Deleuze, estremizzando, diceva che «agire per la libertà, divenire rivoluzionario, vuol dire agire nella giurisprudenza. Quando s’invoca la giustizia, la giustizia non esiste. I diritti dell’uomo non esistono. Conta la giurisprudenza, questa è l’invenzione del diritto».

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