Crisi climatica

sabato 25 Luglio, 2026

Permafrost in Trentino, il ghiaccio invisibile si scioglie: cresce il rischio frane e cambia la montagna alpina

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Il report 2025 del Servizio Geologico della Provincia fotografa lo stato del permafrost: oltre 150 chilometri quadrati di terreno perennemente gelato e più di 700 rock glacier sotto osservazione. La crisi climatica accelera la degradazione, mettendo a rischio stabilità dei versanti e risorse idriche

C’è un ghiaccio che non si vede, nascosto sotto le pietraie e le creste delle montagne più alte del Trentino. Non forma pareti spettacolari come i ghiacciai, non attira gli escursionisti con i suoi colori, eppure è uno degli elementi più importanti per la stabilità dell’ambiente alpino. È il permafrost, il terreno che rimane congelato per anni consecutivi e che oggi rappresenta uno dei più sensibili indicatori della crisi climatica. Quando il clima si riscalda, quel ghiaccio invisibile perde consistenza, si degrada e modifica profondamente l’equilibrio della montagna, aumentando il rischio di frane, crolli e colate detritiche, ma incidendo anche sulle riserve d’acqua d’alta quota.

È questo il quadro che emerge dal report “Il permafrost in Trentino”, realizzato dal Servizio Geologico della Provincia autonoma di Trento insieme a Fondazione Edmund Mach, Università di Padova e Università di Pavia, che raccoglie i risultati del monitoraggio 2025 e oltre vent’anni di osservazioni sul territorio provinciale.

I numeri raccontano la dimensione di un fenomeno spesso sconosciuto anche a chi frequenta la montagna. In Trentino il permafrost occupa una superficie stimata di circa 150 chilometri quadrati, distribuita generalmente oltre i 2.400-2.800 metri di quota, anche se particolari condizioni climatiche e morfologiche possono favorirne la presenza a quote inferiori. Sono inoltre stati censiti oltre 700 rock glacier, enormi accumuli di detriti misti a ghiaccio che scorrono lentamente lungo i versanti, con velocità comprese tra pochi centimetri e alcuni metri all’anno.

Questi corpi detritici rappresentano una delle manifestazioni più evidenti del permafrost alpino. La loro evoluzione viene monitorata perché la velocità con cui si muovono è strettamente collegata alle condizioni climatiche: un’accelerazione può infatti indicare un progressivo indebolimento del ghiaccio che tiene insieme il materiale roccioso e, di conseguenza, un aumento della vulnerabilità dei versanti.

La relazione tra cambiamenti climatici e permafrost è ormai chiara. Il report ricorda che il riscaldamento dell’atmosfera provoca un aumento della temperatura del terreno congelato, favorendone la degradazione e, in molti casi, la scomparsa. Si tratta di un processo che produce effetti ben oltre le quote elevate.

Da una parte c’è la questione della sicurezza del territorio. Il ghiaccio presente nel sottosuolo agisce infatti come una sorta di “cemento naturale” che tiene unite pareti rocciose e versanti detritici. Quando questo collante si scioglie, aumenta la probabilità che si verifichino frane, crolli di roccia e colate detritiche, fenomeni destinati a diventare sempre più frequenti in un clima che continua a riscaldarsi.

Dall’altra c’è il tema, meno evidente ma altrettanto strategico, della risorsa idrica. Il ghiaccio contenuto nel permafrost costituisce infatti una riserva d’acqua ancora poco conosciuta, che alimenta sorgenti e corsi d’acqua d’alta quota. La sua progressiva fusione modifica disponibilità e qualità delle acque alpine, con conseguenze che potrebbero riflettersi sull’intero ciclo idrico montano.

Il report, tuttavia, mette in evidenza anche un elemento incoraggiante. Le ricerche condotte negli ultimi anni mostrano che le sorgenti alimentate dalla degradazione del permafrost, in particolare quelle associate ai rock glacier ancora ricchi di ghiaccio, risultano più resilienti durante i periodi di scarsità di precipitazioni. In pratica continuano a garantire un apporto idrico anche durante le estati più secche, almeno finché il ghiaccio rimane presente nel sottosuolo. Una delle sfide future sarà capire se, in presenza di condizioni termiche favorevoli, quel ghiaccio possa anche riformarsi e non soltanto conservarsi.

Per comprendere come evolve questo patrimonio nascosto è stata costruita nel tempo una rete di monitoraggio che rappresenta una delle più importanti delle Alpi italiane. Alcuni siti sono osservati in modo continuativo da oltre vent’anni, con serie storiche che consentono di seguire l’evoluzione del permafrost nel lungo periodo. In particolare, i rock glacier del Maroccaro e della Val d’Amola vengono monitorati dal 2001 e costituiscono le serie di dati più lunghe disponibili sull’arco alpino italiano.

Le tecnologie impiegate sono sempre più sofisticate. I ricercatori misurano la temperatura del suolo e del sottosuolo, controllano gli spostamenti millimetrici dei rock glacier attraverso sistemi satellitari GNSS, laser scanner e droni, effettuano rilievi geofisici, analizzano la qualità delle acque e utilizzano immagini satellitari per seguire l’evoluzione dei versanti. Una rete di sensori e stazioni meteorologiche raccoglie inoltre dati continui sulle condizioni climatiche d’alta quota.

Tra i casi di studio più significativi emerge quello del Monte Vioz, dove dal 2022 sono state osservate numerose fessure lungo la cresta che conduce alla vetta. I ricercatori ritengono che le temperature eccezionalmente elevate registrate negli ultimi anni possano avere accelerato processi deformativi già in corso e che la degradazione del permafrost rappresenti una delle possibili concause. Per questo motivo il monitoraggio è stato intensificato con radar interferometrici, indagini geofisiche e un sondaggio profondo 29 metri realizzato nel 2025.

Le perforazioni hanno confermato la presenza di ghiaccio all’interno dell’ammasso roccioso e temperature costantemente negative comprese tra -1,5 e -2,5 gradi fino alla profondità investigata. Allo stesso tempo, però, il monitoraggio ha rilevato movimenti del versante che coinvolgono anche l’area del rifugio Mantova al Vioz, confermando come si tratti di un ambiente dinamico e particolarmente sensibile alle trasformazioni climatiche in corso.

Un altro dato significativo arriva dalle osservazioni di lungo periodo sui rock glacier. Nel caso del Maroccaro, alcuni blocchi si sono spostati fino a 6-7 metri nell’arco di 23 anni e nel 2024 è stata registrata la velocità media più elevata dell’intera serie storica, circa 0,4 metri all’anno, con una chiara tendenza all’accelerazione condivisa da molti altri rock glacier dell’arco alpino. Una dinamica che gli studiosi collegano all’aumento della temperatura dell’aria registrato negli ultimi decenni.

Il messaggio che emerge dal report è chiaro: il permafrost non è un elemento marginale dell’ambiente alpino, ma una componente essenziale della montagna. La sua evoluzione racconta gli effetti della crisi climatica con un anticipo rispetto ad altri fenomeni e rappresenta un indicatore prezioso per comprendere come cambieranno le Alpi nei prossimi decenni. Per questo il monitoraggio continuo non ha soltanto un valore scientifico, ma costituisce anche uno strumento fondamentale per la gestione del territorio, la prevenzione del rischio idrogeologico e la tutela delle risorse idriche di alta quota.