L'editoriale
lunedì 20 Luglio, 2026
Il grande bug della nostra cultura
di Simone Casalini
La tecnologia ha preso il sopravvento nelle nostre vite e i suoi sviluppi ne migliorano sensibilmente alcuni aspetti. Ma non è più sottoposta al vaglio di un dibattito pubblico
La tecnologia ha preso il sopravvento nelle nostre vite. È riuscita ad affermarsi come progresso, il concetto intorno al quale ruota la storia dell’Occidente. Tutto ciò che non incorpora le sue molteplici derivazioni è di conseguenza storicamente dequalificato. La tecnologia determina la nostra vita minuta e siccome siamo una specie adattiva, muta anche la nostra antropologia. Ma a ben vedere la tecnologia è assunta a segno ontologico. Con questo non è mia intenzione affermare che la tecnologia è il male. Anzi, i suoi sviluppi migliorano sensibilmente aspetti della nostra vita e sono l’esito dell’ingegno umano. Ma non è più sottoposta al vaglio di un dibattito pubblico rispetto ai suoi fondamenti, ai suoi fini, al suo uso e al suo impatto in alcuni aspetti dell’esistenza. Un tempo non lontano sarebbe stato compito della filosofia porre a tema la questione, ma l’emarginazione degli studi umanistici è in fondo l’altro aspetto di questa vicenda.
L’intelligenza artificiale generativa è stato un acceleratore dei processi e un salto di qualità perché si è sviluppata in una dimensione fino a pochi anni fa riservata all’umano: la facoltà intellettuale. Prima di allora la tecnica non si era spinta oltre la dimensione corporea, oltre al bìos. Era intervenuta per modificare l’organizzazione del lavoro (automazione) oppure per ridisegnare i confini tra vita e morte. Il caso di Eluana Englaro fu eclatante perché rimise in questione il concetto di vita umana e tutto il sistema normativo e morale che le girava intorno.
Oggi quello che è assente è proprio una riflessione politica, etica e giuridica su ciò che è ammissibile e ciò che è superfluo, su ciò che aiuta l’umano e ciò che lo spossessa o distrugge.
La guerra, tornata a unità di misura delle relazioni internazionali, è poi un sofisticato acceleratore dei processi tecnologici. La propaganda è alimentata da nuove e incisive forme di falso: dalle foto ai video ai reportage autodeterminati. Si può costruire un’altra dimensione di verità che agisce in modo più sottile nel subconscio popolare. Non parliamo poi dell’evoluzione (sigh) delle armi. È uno dei tanti campi in cui è in palio la democrazia. In palio, sì, perché la nostra organizzazione politica e sociale, non solo è minoritaria nel mondo ma non sembra più un argomento di discussione dei vari poteri che in essa si muovono e che la dovrebbero tutelare.
È cambiato anche il rapporto con noi stessi. La scrittura, il punto più alto dell’espressione intellettuale umana, viene progressivamente delegata alla macchina. Si era detto all’inizio che l’introduzione dell’AI generativa avrebbe giovato perché eliminava quei testi procedurali o burocratici o ripetitivi. Ovviamente non è stato così. Non essendoci una regola, perché porre limiti alla combinazione lessicale dell’algoritmo? Dalla scuola alle università, dai media alla produzione culturale la «scrittura automatizzata» sta diventando la regola. E ai professori o a chi opera nel campo dell’informazione e della comunicazione o delle lettere non rimane che un residuo potere negoziale. Il punto di caduta finale è un abbassamento complessivo della qualità di scrittura, la sua standardizzazione e il declassamento di una facoltà umana che con tutta evidenza non è più il fulcro dell’agire intellettuale. Per chi ha odiato i temi in classe, le tesine o le tesi di laurea (qui si aprirebbe un altro capitolo) in fondo è una sorta di catarsi.
Senza considerare che tutto ciò sta producendo una rapida caduta cognitiva della società (i test Invalsi sono una prova). Appoggiandosi ad una serie di studi accademici, «The Economist» ha rivelato che da quando OpenAI ha lanciato ChatGPT-3.5 su Amazon sono triplicati i libri autoprodotti (da 100mila a 300mila) e, analizzando i testi, è emerso che i chatbot sono in gran parte responsabili di questo aumento. Nel mondo accademico «il 57% degli articoli pubblicati nel 2025 conteneva un linguaggio che sembrava influenzato dall’AI, rispetto al 12% del 2023». L’intelligenza artificiale consente di scrivere più rapidamente e di più, ma l’altra faccia della medaglia è l’impoverimento linguistico e testi talvolta «privi di senso». Persino la musica, avendo un processo di scrittura al suo interno, ne è stravolta. Un’analisi su Deezer, un servizio di streaming, «stima che ogni giorno vengano caricate circa 75mila canzoni generate dall’intelligenza artificiale rispetto alle 10mila del gennaio 2025. La musica generata dall’intelligenza artificiale rappresenta ormai un incredibile 44% di tutti i nuovi brani caricati sulla piattaforma».
In regione, per entrare nel campo dell’informazione, è sbarcato il sito «WeNews». Sede ad Hong Kong, opera a livello locale con «agenti editoriali» che hanno nomi e cognomi autoctoni. Compresi di fotografia e biografia, sono identità create con l’AI. Grazie ai sofisticati algoritmi che li muovono, assemblano articoli, violando il copyright dei media tradizionali. Un gioco a costi ridottissimi perché la forza lavoro è gratis, i contenuti anche, il resto sono calcoli algoritmici e manutenzione. La possibilità di interdire queste esperienze sembra affidata al caso, le norme non stanno al passo della realtà. Ma quale destino ha una società democratica che progressivamente delega ad una macchina le proprie libertà, i diritti e i doveri, l’informazione, il contratto sociale che stabilisce il nostro stare insieme? Chi verifica e controlla che la programmazione dell’AI non agisca per nuocere (all’Autonomia, per esempio) o per veicolare strategie che ledono i principi costitutivi di una comunità?
C’è poi un aspetto relativo all’organizzazione economica. Osserva l’economista Loretta Napoleoni che attraversiamo il tempo di «un’interdipendenza strutturale in cui il capitale finanziario e quello tecnologico si sono fusi in un unico organismo circolare che opera a livello globale». Nelle Borse mondiali i titoli delle Big Tech sono quelli che determinano la giornata. Tre grandi fondi (BlackRock, Vanguard e State Street) – osserva ancora Napoleoni – «amministrano insieme oltre venti trilioni di dollari», una cifra superiore al Pil di Cina e Giappone insieme. Investono in larga parte su Apple, Microsoft, Nvidia, Alphabet, Amazon e Meta di cui sono tra i primi azionisti.
Per concludere ci sono almeno tre elementi di sottovalutazione: 1. Non corrisponde a verità che dietro alla tecnologia ci sia sempre l’essere umano e che dunque guidiamo ancora noi i processi. Il dato empirico dice il contrario: la tecnologia, una volta rilasciata, produce effetti autonomi e processi non reversibili. Tra questi la regressione delle capacità intellettive; 2. Come ha dimostrato Internet, non esiste la possibilità di un governo mondiale della tecnologia e dell’interdizione di una sua applicazione anche «adversus societatem» perché è il primo fattore di competizione tra Stati e perché il quadro delle relazioni internazionali è frammentato al punto da non consentire riflessioni comuni; 3. C’è un problema di concentrazione di capitali, etico e democratico che induce a formulare dubbi seri sulla capacità del potere politico di difendere i processi democratici e di arginare gli opaci interessi economici. Qui in discussione non sono la miriade di conquiste scientifiche quotidiane in cui è incorporata anche una riflessione etica e politica, oltreché scientifica, ma la deriva delle frontiere che – oltre a creare incertezza sul futuro – fanno trasparire un gigantesco bug nella nostra cultura