Campi Liberi
sabato 18 Luglio, 2026
Il magistrato Carlo Ancona e il disastro di Stava 41 anni dopo: «Insegna che il profitto senza limiti può uccidere. L’ignoranza resta il rischio più grande»
di Alberto Folgheraiter
La tragedia del 19 luglio 1985 causò 268 vittime. L’ex magistrato ripercorre l'inchiesta, le responsabilità, la memoria
Tragico mese di luglio. Ci sono varie ricorrenze listate a lutto sul calendario del Trentino. A cominciare dalla fine, dalla sciagura della Marmolada (3 luglio 2022, 11 vittime); le 7 giovani vittime del Brenta nei pressi del rifugio Brentei (17 luglio 1991); l’incendio della Sloi (14 luglio 1978, con il rischio di dover evacuare l’intera città di Trento); fino al disastro di Stava (19 luglio 1985; 268 i morti per il crollo di due terrapieni imbibiti). Ogni sciagura seguita da indagini della Magistratura nei cui organici figurava fino al 2019 il dottor Carlo Ancona. Si definisce un «parassita del dolore altrui». Nel senso che a ogni anniversario importante, di una sciagura o di un fatto che negli ultimi cinquant’anni ha segnato la storia del Trentino, i vecchi cronisti si rivolgono al magistrato Carlo Ancona che ha attraversato la cronaca giudiziaria degli ultimi decenni. Compreso il disastro di Stava del 19 luglio 1985. Arrivato nel 1978 a Trento dall’Abruzzo, dove è nato il 1 gennaio 1949, nel 1981 fu nominato Giudice Istruttore e tale restò finché quella figura fu soppressa per poi diventare Gip (Giudice per le Indagini Preliminari) e Gup (Giudice dell’udienza preliminare). Ha fatto il Presidente di sezione del Tribunale di Trento. Nel 2008 è tornato a dirigere la sezione delle Indagini preliminari. Da qui è passato per due anni e mezzo a Rovereto. È in pensione dal 2019.
Dottor Ancona, perché nei disastri come quello di Stava alla fine non paga mai nessuno?
«Non è che non abbiano pagato. Se si parla di pagamento come pena, allora in effetti è così. Il problema è che per questi reati, il processo avviene con l’evento, molto tempo dopo dal momento in cui si è realizzata la condotta. Ed oramai allora i responsabili principali sono morti o troppo vecchi».
Ma in Italia non paga proprio nessuno?
«In Italia si sconta soltanto la pena sopra i quattro anni. Quindi si tratta di una difficoltà di tutto il diritto penale. A me basterebbe che della sciagura e delle responsabilità rimanesse almeno il ricordo».
Siamo qui appunto per ricordare.
«Forse perché, sia pure in ruoli diversi, abbiamo vissuto quell’episodio. L’anno scorso mi ha fatto male l’offesa della memoria di un articolo sulla rivista del Club Alpino che parlava di Stava come di un caso di inondazione. Inondazione di che? Quale fiume, quale lago?»
Lei contestò subito quella sciocchezza…
«Quando lo contestai a quello che l’aveva scritta, mi rispose che lui non lo sapeva. Ma allora se non sai che lo scrivi a fare? Quando chiesi al direttore di fare una rettifica, mi disse che non potevo stare a protestare per queste piccole cose».
Paradossale.
«La ragione è sempre la stessa. È il meccanismo della ricerca della innocenza collettiva».
Di chi fu la colpa di Stava?
«Vi era un motivo economico, una legge della produzione al minor costo, che ancora oggi è accettata da tutti; per questo ho spesso parlato di banalità del male. Si voleva che venisse fatta la lavorazione della fluorite il più possibile vicino alla miniera per limitare le spese di trasporto. Per la stessa ragione, i fanghi di decantazione – la torbida prodotto di scarto della lavorazione era solida al 6-7% – dovevano essere ammassati vicino alla miniera, in una valletta alpina trasformata in pattumiera».
Non erano bacini, erano terrapieni.
«Come la discarica di Ischia-Podetti a Trento nord. A percentuale liquida rovesciata».
Lo scorso anno, per il quarantesimo dal disastro, arrivò a Tesero il presidente della Repubblica, Mattarella. Ma su a Stava, il Capo dello Stato non sostò.
«Avrebbe visto poco o nulla di ciò che accadde. Se non entri nella sala della Fondazione, all’esterno nulla ti fa capire quello che è successo. Per il Vajont è diverso, ma nel Vajont vi fu una scelta criminale, i responsabili avevano previsto tutto. Qui invece i protagonisti si sentivano coinvolti in qualcosa di orribile che era successo, ma che sarebbe potuto succedere a chiunque si fosse trovato nelle loro condizioni».
Al di là della «Damnatio memoriae», dopo Stava è cambiato qualcosa nella tutela del territorio?
«Si dice che la storia non la fanno gli uomini, ma la fanno le cose, gli uomini sono solo degli strumenti. Invece qui vi fu un protagonista, Walter Micheli (1944-2008), assessore provinciale e vicepresidente della Provincia (1985-1994) che fece cose bellissime. Diede luogo a quella regolamentazione del territorio che si sta cercando di distruggere. Legislazione che i successori, per fortuna, non hanno completamente revocato».
Dimenticato anche lui.
«Noi siamo in un Paese in cui si tende a dimenticare tutto, tranne i rancori personali. Quelli sono immortali perché transitano da una generazione all’altra».
Qualcuno dice che i risarcimenti per Stava hanno dilaniato le famiglie e la stessa comunità di Tesero. È così?
«Quando arrivano dei risarcimenti per somme elevate, ma diversi caso per caso, per una comunità è sempre un problema».
Chi erano i soggetti che dovevano risarcire?
«La Provincia di Trento per il mancato controllo, una gravissima condotta. La Montedison e le sue emanazioni per la gestione dell’impianto fino alla fine degli anni ‘70, e la Prealpi mineraria per l’ultimo breve periodo, quindi solo in piccola percentuale. Questa piccola percentuale divenne zero perché la Prealpi è poi fallita».
L’onda lunga di Stava fa sentire i propri effetti anche oggi?
«Basta guardare a ciò che è diventato Lago di Tesero. Una volta la zona di Lago era una grande cassa di espansione dell’Avisio, che sarebbe stata particolarmente importante dopo Stava visto che Stramentizzo non esiste più a questo fine, pieno di fanghiglia chimica».
Stramentizzo come una grande discarica. Perché non viene ripulito?
«Bellissima domanda. Quello dovrebbe essere dragato perché è l’unico luogo di laminazione effettiva per l’Avisio. Il successivo luogo di laminazione è alla foce nell’Adige».
Che cosa è rimasto per la laminazione delle piene dell’Avisio?
«È rimasta l’area di Masi di Cavalese che di recente mi pare di aver capito volevano trasformare in un ospedale. Non credo che stessero impazzendo. Lo facevano per ignoranza. La stessa ignoranza che ha condotto la Rete ferroviaria italiana a scavare dove sono i veleni della Sloi».
Si stanno facendo accertamenti, dicono.
«Solo quando si è mossa l’opinione pubblica, e soprattutto la magistratura. Possibile che nessuno sapesse che lì ci sono veleni sepolti? Il piombo tetraetile è un metallo molto pesante. Quindi si muove pochissimo nel terreno. Ma diventa un problema se vai a spalare e lo rimetti in circolazione».
Per tornare a Stava, servono a qualcosa le manifestazioni pubbliche del 19 luglio?
«Possiamo solo augurarci che almeno questa forma di memoria non scompaia. Certo, vi sono ritualità e retorica evidenti. Ma è molto peggio la ignoranza di ritorno. Pochi ricordano che la costruzione dei rilevati inizia nel 1962 e, ciò è ancora più grave, il loro raddoppio è del 1969».
Dei terrapieni, insomma.
«Costituiti da una fanghiglia fatta di additivi chimici e calcite. Che non si era consolidata».
Sul piano personale quanto l’ha segnata il disastro di Stava?
«Moltissimo. Acquisii la consapevolezza del limite del mio lavoro ed appresi una grande lezione di umiltà: mi resi conto che un giudice non può rimediare ad un accaduto terribile e, nelle difficoltà che affrontai, ebbi la conferma che ogni approccio doveva essere basato su una grande premessa di dubbio. Al di là del piano giuridico, quel disastro ci lascia un messaggio forte: che la causa fu principalmente il limite del nostro pensiero di sviluppo, economico ma anche culturale, volto solo a produrre al minor costo possibile e a incrementare il profitto. Gli altri processi che mi hanno segnato veramente sono pochi. Per primo, ed avevo appena preso servizio, quello delle morti da inquinamento per inalazione di piombo tetraetile della Sloi, dei primi mesi 1978. Poi le indagini con Carlo Palermo per la droga e le armi, nei primi anni ‘80. Dopo Stava, la vicenda più tragica fu l’assassinio di una ragazza da parte del suo compagno di classe».
L’omicidio di Andreina Maestranzi per mano di Massimo Michelacci, l’8 aprile 1991.
«E poi la morte dei 6 ragazzini nei pressi del rifugio Brentei, nel gruppo di Brenta, il 17 luglio 1991, travolti da una colata di detriti, di grandine, sassi e neve. Io fui impegnato nella archiviazione per il reato di disastro. Invece quel che viene dopo, le tangenti della A22, il disastro del Cermis, sono stati impegni difficili ma affrontati con animo tranquillo; con fatica, il mio carattere era ormai già maturato».
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