L'intervista

venerdì 17 Luglio, 2026

Invalsi, l’analisi di Pendenza: «Studenti più fragili ma anche più brillanti. La scuola cambi, con l’IA non si può tornare indietro»

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Il dirigente del liceo Rosmini di Rovereto commenta il calo dei risultati: «I ragazzi hanno bisogno di docenti autorevoli e competenti sul piano socio-emotivo. L'intelligenza artificiale? La usa già l'80% degli studenti»

«I giovani di oggi sono molto più svegli». L’affermazione di Paolo Pendenza, dirigente del liceo Rosmini di Rovereto ed ex presidente dei presidi trentini sembra quasi stridere con i risultati degli Invalsi, che di anno in anno perdono qualcosina. Ma non è affatto così.
Pendenza, sono stati pubblicati i risultati degli invalsi del 2026 e il Trentino sta registrando un trend negativo negli ultimi anni. Cosa ne pensa?
«Le prove Invalsi hanno il pregio di essere oggettive e facilmente correggibili. Forniscono informazioni generali sugli apprendimenti di base, però dobbiamo stare attenti a non far coincidere i risultati degli Invalsi con quello che un ragazzo o ragazza acquisisce a scuola, perché sono molto più ampi. In ogni caso, tornando nel merito, il trend che vedo io è che fare scuola oggi sia sempre più difficile. Ci sono tanti cambiamenti».
A cosa si riferisce?
«Il primo è quello degli studenti. Sono fragili e fanno più fatica ad affrontare le situazioni di stress e di ansia. Vediamo che sempre più numerosi adolescenti hanno bisogno di sostegno psicologico o terapie. Non solo. Sono anche particolarmente sensibili a tutta la dimensione relazionale. Se a scuola non trovano attenzione da questo punto di vista rischiano di incontrare forti difficoltà».
E come si potrebbe affrontare la situazione?
«Anzitutto non ci si può fermare agli aspetti di debolezza dei ragazzi. Bisogna evidenziare anche gli aspetti di forza».
Per esempio?
«Sono ragazzi più svegli. Nel momento in cui riescono a sentire la fiducia dell’adulto lo seguono, si entusiasmano, si impegnano. Sanno dimostrare interessi e capacità in maniera decisamente più convincente rispetto ai ragazzi di 15 anni fa. Bisogna però trovare la modalità giusta per motivarli ed essere degli adulti di riferimento».
Lei si è fatto un’idea di come fare?
«Chiaramente ogni ragazzo è diverso ma in generale credo che andrebbe approfondita la didattica attiva, ad esempio. Una didattica che stimoli e faccia lavorare attivamente è più efficace di una didattica tradizionale dove lo studente è mero recettore di informazioni. Questo modello oggi funziona sempre meno».
Abolirebbe la didattica frontale quindi?
«No, non lo farei. Ma la didattica frontale dev’essere associata anche a momenti in cui gli studenti possono esprimersi. Questa è una grande esigenza. Esprimere ciò che pensano e provano. Ed è molto importante che la scuola vada in questa direzione».
In Trentino viene applicata?
«Dipende molto dai docenti in realtà. I docenti di oggi per lo più fanno fatica a gestire questa situazione. Ognuno mette in campo le competenze che ha a disposizione e tendenzialmente sono competenze disciplinari classiche, le loro aree di expertise. Il problema è che oggi il profilo del docente tradizionale non è più sufficiente. C’è bisogno di docenti che siano anche competenti nell’ambito socio-emotivo. Qui la Provincia autonoma di Trento ha fatto un’operazione molto importante. Quella di formare i docenti faber».
I docenti facilitatori di benessere?
«Certo. Sono docenti che hanno una formazione specifica nell’ambito delle competenze socio-emotive. Sono facilitatori del benessere emotivo e relazionale e credo siano delle figure molto importanti. Questo è un inizio ma è molto importante che vada avanti e che queste competenze si diffondano sempre di più all’interno del corpo docente.
E questo che impatto ha sull’apprendimento?
«Beh, mentre una volta la figura dell’insegnante era rispettata in quanto tale, oggi non è più così. Questo significa che il rispetto dev’essere conquistato e l’unico modo è l’autorevolezza. Significa che i docenti devono rappresentare degli adulti significativi per bambini e ragazzi e per farlo bisogna saper intercettare le loro emozioni. Ma c’è un altro aspetto che peggiora questa condizione».
E quale sarebbe?
«Una volta la scuola era l’unica fonte d’informazione. Oggi ha perso questo ruolo di fonte informativa primaria e deve conquistarne uno nuovo, diverso» .
Si riferisce alle nuove tecnologie?
«Sì. La tecnologia è inevitabile e ci circonda. Pensi che l’80% degli studenti già ora usa l’IA per fare i compiti. Il problema eventualmente è come la utilizzano».
Come possono utilizzarla?
«Ci sono due modi: usarla al nostro posto, e questo porta ad una atrofizzazione di alcune competenze cognitive. Se viceversa lo studente utilizza l’IA per lavorare meglio, per sviluppare competenze, allora diventa uno strumento che aiuta l’apprendimento. Quindi la nuova sfida per i docenti diventa impostare una didattica diversa e acquisire ulteriori competenze. Quelle socio-emotive servono ma quelle tecnologiche altrettanto».
E in tutto questo la famiglia che ruolo deve avere?
«Arriviamo all’altro tema centrale. Noi ci stiamo accorgendo che le famiglie fanno sempre più fatica ad educare i ragazzi. Questo significa un’ulteriore difficoltà per la scuola perché in tante situazioni si trova ad essere l’unica agenzia educativa rispetto a bambini o ragazzi che fanno fatica a comportarsi nei contesti sociali. E questo è in aumento. Talvolta la famiglia non ha un ruolo, oppure giustificano in tutto i loro figli, che porta a conseguenze drammatiche».