L'intervista
domenica 12 Luglio, 2026
Andrea Bezzi, il dirigente scolastico del Tambosi va in pensione: «La prima supplenza nel 1985 nello stesso istituto, si chiude un cerchio»
di Tommaso Di Giannantonio
Il preside: «Fragilità in crescita tra gli studenti, la scuola lavori su questo. Gli anni più belli? Da docente»
Andrea Bezzi chiude il suo cammino nella scuola, proprio dove «tutto è iniziato». A settembre il dirigente scolastico dell’Istituto tecnico economico Tambosi (Trento) – residente a Mezzolombardo – andrà in pensione. «Il sistema scolastico è in buono stato di salute, ma tra gli studenti stanno aumentando le fragilità», dice.
Dirigente, quando è iniziato il suo percorso nella scuola?
«Come docente nel 1985 e proprio al Tambosi, per una supplenza di matematica applicata, pensa il destino. Finisco dove ho iniziato. Se lo ricordo quel giorno? Ero appena laureato, la scuola era piena di studenti e di docenti e io cercavo di capire cosa dovessi fare. Il vicepreside, Raimondo Leo, poi diventato preside l’anno dopo, mi aveva dato il registro cartaceo e mi aveva detto: “Vai in classe”. È uno strano destino: il figlio di Raimondo Leo, oggi, è un docente del Tambosi. Allora si era una sorta di autodidatti: chiedevi informazioni ai docenti più esperti e poi imparavi dagli errori e dai successi. Mi era piaciuto tanto l’ambiente scolastico. Io mi ero laureato in Economia politica, l’obiettivo di tutti i miei amici era lavorare in banca, ma a me piaceva la scuola».
Poi è diventato dirigente scolastico.
«Ho iniziato nel 2009 nell’Altopiano della Paganella, poi all’istituto comprensivo di Mezzolombardo, a Mezzocorona e infine gli ultimi sei anni al Tambosi. Dalla Piana Rotaliana alla città».
Com’è cambiato il ruolo del dirigente scolastico?
«Il preside era una figura che si occupava di aspetti didattico-educativi. Oggi il dirigente si occupa di questo quando può (ride), per il resto si occupa di sicurezza, bilancio, rapporti sindacali, rapporti con gli enti pubblici. Basta pensare al momento del Covid: siamo diventati anche virologi e ingegneri. Il dirigente dovrebbe essere un tuttologo. È un aspetto che andrebbe rivisto: sarebbe importante avere due figure dirigenziali, una che si occupa dell’aspetto didattico-educativo e un’altra dell’aspetto organizzativo».
Perché la scelta di diventare dirigente? Sono stati più belli gli anni da dirigente o da docente?
«Come docente pensavo di aver dato tutto. Mi sono detto: “Proviamoci”. L’attività di docente è stata la più bella, sicuramente diversa, ma i ricordi più belli in assoluto li ho come docente perché sei a contatto diretto con le classi e quindi con i giovani. Come dirigente ti trovi spesso a prendere decisioni da solo e ti porti tanti problemi a casa».
Un ricordo che porta nel cuore?
«Il fatto che incontro ex studenti, con le loro famiglie e le loro attività, che si ricordano con piacere delle nostre lezioni e dei momenti passati insieme. Per dirvi: mi ha cercato una vecchia classe di Riva del Garda che ho avuto negli anni Ottanta per fare una cena insieme. Significa che qualcosa di positivo l’ho lasciato a questi ragazzi».
L’ingrediente principale per essere un buon dirigente?
«La calma, non prendere decisioni affrettate, prendere tutte le decisioni necessarie e fare scelte oculate. La calma è la cosa fondamentale, non bisogna agire d’impulso».
In questi oltre 40 anni quali sono state le principali trasformazioni della scuola?
«Più che nella scuola, le trasformazioni ci sono state nella società. I cambiamenti sociali hanno determinato cambiamenti anche nella scuola. Quando ho iniziato io come studente non c’erano problemi di bisogni educativi speciali, non c’era la tecnologia, l’immigrazione non era così elevata. La società di allora era molto più semplice, e anche la scuola era più semplice. La scuola è una macchina che si adatta molto lentamente alla società: dovrebbe essere più veloce ad adattarsi ai cambiamenti. È inutile dare giudizi negativi o positivi, bisogna rispondere ai bisogni».
Il Comune di Trento riconoscerà simbolicamente la cittadinanza («di comunità») agli alunni stranieri che hanno completato un ciclo scolastico. Cosa ne pensa?
«Non so quanto possa essere d’aiuto una cittadinanza simbolica. Servirebbe una normativa a livello nazionale per riconoscere la cittadinanza a questi alunni. È un segno dei tempi, la società cambia e bisogna adeguarsi. I ragazzi nascono in Italia, studiano in Italia e condividono il loro tempo con altri coetanei, vogliamo dire che non sono italiani? Mi sembra una forzatura non riconoscergli la cittadinanza».
In che cosa la scuola è cambiata in meglio e in cosa, invece, in peggio?
«L’aspetto positivo è sicuramente questa costante evoluzione: l’attività di ricerca, per esempio sulle nuove tecnologie, è costante. In peggio proprio sull’aspetto comportamentale e delle relazioni: questi giovani sono sempre più agitati, sempre più problematici. Bisogna lavorare di più sulle fragilità. Sicuramente è uno dei problemi maggiori della scuola. Non bisogna drammatizzare, ma i problemi sono reali».
Non la preoccupa la diffusione dei sistemi basati sull’intelligenza artificiale?
«Deve esserci un’educazione. Le nuove tecnologie sono utilissime se usate nel modo migliore».
La scuola è pronta?
«Deve lavorarci. Questo è il futuro. A Riva del Garda, quarant’anni fa, avevano appena installato un primo laboratorio di informatica, guardate dove siamo arrivati oggi. Un’evoluzione incredibile. A livello di informazioni e di raccolta di dati abbiamo possibilità immense. L’AI va usata nel modo giusto».
Qual è il futuro degli istituti tecnici?
«Lo stato di salute è buono. Adesso c’è una riforma in ballo che vuole rafforzare ancora di più l’istituto tecnico al mondo del lavoro, e questo è positivo. Noi già da molto tempo seguiamo questa strada attraverso le collaborazioni con le aziende e il tessuto produttivo».
Cosa le mancherà di più della scuola?
«L’attività frenetica, iniziare una giornata e non sapere come andrà a finire. È una vita frenetica e convulsa sotto certi aspetti, che ti rende vivace».
Ora cosa farà?
«Vorrei fare tutto quello che non sono riuscito fino ad adesso: fare dei viaggi, leggere i libri che non sono riuscito a leggere e dedicarmi alla mia famiglia. E poi farò volontariato».
L’Autonomia permette di sperimentare nuove vie nella scuola, lei quale percorrerebbe?
«Bisogna lavorare di più sulla storia locale: è uno degli aspetti che viene trascurato molto. Sarebbe un elemento per valorizzare anche la stessa autonomia. Molti giovani non sanno neanche com’è la nostra storia».
Un auspicio per gli studenti?
«Che affrontino con coraggio gli studi e si preparino ad essere i cittadini e i trentini del domani, perché prenderanno il nostro posto. Anche se oggi sembra tutto molto più difficile, io credo che una buona preparazione ti porti lontano».