La storia

lunedì 13 Luglio, 2026

Angela Romagnoli, nipote del grecista Ettore: «Il nonno era una persona intelligente. Seguo le sue orme tra musica e scherma»

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Spadaccina, musicologa e docente universitaria, per Rovereto è stata anche direttrice artistica di Festival Mozart e Settenovecento

Si definisce randagia con la stessa velocità di stoccata che ha nella scherma. Spadaccina, musicologa, nipote del grande grecista Ettore Romagnoli, docente universitaria (di Storia della prassi esecutiva e Storia della musica barocca e classica al Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali di Pavia), per Rovereto è stata direttrice artistica di Festival Mozart e Settenovecento (assieme a Federica Fortunato e a Klaus Manfrini): Angela Romagnoli è anche moglie del liutista Pietro Prosser, nuora, dunque, dell’indimenticabile Italo, medico, scrittore, storico, mite ed elegante roveretano che ci ha lasciati l’anno scorso a luglio.

È nata a Roma nel 1962 (e abita a Rovereto dal 1966) da due giuristi, Emilio, figlio di Ettore, e Maria Teresa Loiacono («Chiamo la mia famiglia “juristik park” – scherza – perché sono tutti avvocati: genitori, fratelli, cugini, zii…), la scherma è la sua seconda passione, dopo la musica, e se a 6 anni si vestiva da D’Artagnan per carnevale, oggi sale anche sul podio, come nelle recenti gare nazionali Master tenutesi a Terni. Si è classificata terza per fioretto, quinta per spada e ottava per sciabola. Il carattere turbolento non le impedisce d’essere anche ottima cuoca. Ultimamente le piace riannodare i fili delle sue passioni, collegando musica, danza e scherma a teatro, divertendosi nel trovare in un’opera del Seicento la figura dell’”amazzone di Praga” Valasca, dama-guerriera della regione di Libussa: «Nel Sei-Settecento erano meno maschilisti di ciò che pensiamo — dice — esisteva lo stereotipo della donna guerriera, l’idea femminile non era svenevole e molte donne, magari figlie d’arte, tiravano di scherma. È stato l’800 ad abituarci alle eroine romantiche».

Professoressa, lei vanta un avo illustre, il grecista, letterato, poeta, drammaturgo, filologo illuminato che esigeva l’animo di poeta dietro a ogni traduttore: Ettore Romagnoli.
«Sì, ma non l’ho conosciuto. Lo sto riscoprendo adesso ed effettivamente è un personaggio piuttosto interessante. La mia famiglia ha deciso di donare all’Accademia degli Agiati la sua biblioteca e il suo archivio. Abbiamo pensato che potesse essere la “casa” giusta e non abbiamo sbagliato. L’Accademia ha radunato i lasciti di grecisti illustri, è un centro imprescindibile per gli studiosi».

Lo scorso marzo l’Accademia ha infatti presentato il volume “Ettore Romagnoli e la rinascita del teatro greco nei primi decenni del Novecento”, curato da Sara Troiani, contribuendo a scardinare l’ostracismo che colpì questo intellettuale in seguito alla sua adesione al Fascismo.
«La distanza dai fatti permette sempre di distinguere, e capire meglio, quanto è accaduto, distinguendo l’aspetto culturale da quello di comodo. Lo scopo di Ettore è stato veramente quello di portare il teatro greco dappertutto. Faccio estremamente fatica a capire la sua posizione politica; era una persona intelligente, con difficoltà la si può allineare a certa retorica. Bisogna però considerare che era un uomo dell’Ottocento, nato nel 1871 morirà nel 1938 e sicuramente la sua adesione al Fascismo fu dettata dall’essere fortemente intriso della cultura italiana ottocentesca, nazionalista. La stessa iscrizione al partito non la fece lui, lo iscrissero altri per poterlo dichiarare “Accademico d’Italia”. Tutto sommato credo che lui abbia voluto semplicemente utilizzare una posizione di comodo, pensiero condiviso anche da Sara Troiani, la giovane studiosa che gli ha dedicato la tesi di dottorato e che ora ha curato il tomo uscito per l’Accademia degli Agiati. Certamente non prese mai la distanza dalle posizioni del regime, l’esaltazione nazionalista dell’italianità lo trovava consenziente, ma credo che non avrebbe mai sottoscritto le leggi razziali. Frequentava da sempre persone di origine ebraiche, editori, amici, persone che vedevo ancora girare per casa quando ero piccola. Tutto era tranne che antisemita».

Comunque è padre di un’idea fenomenale: il “traduttore” è sempre un oggetto complementare all’opera; la traduzione letterale non esiste. Il traduttore, essendo traghettatore di senso e ritmo, dev’essere per forza poeta e musico della lingua.
«Sì, teneva moltissimo allo slancio musicale della poesia, allo spirito dell’opus. Anche in musica, quando si riscoprono i repertori antichi, ci si domanda se sia giusto riadattarli nell’orchestrazione, come si faceva a inizio Novecento, o se sia giusto tornare alle letture filologiche. Ettore si schiererebbe per la prima idea: meglio porgere l’opera in una veste capace di parlare al pubblico del tempo».

Per lei, figlia di avvocati, la passione per la musica poteva non essere scontata.
«La musica è sempre stata presente in famiglia. Ettore non era solo grecista, era un buon violinista e compositore. La prima rappresentazione dell’“Agamennone” al Dramma Antico di Siracusa, per esempio, aveva proprio la sua musica come commento; scriveva per tragedie e commedie greche, ma anche per pièce sue, come per il “Don Chisciotte”. Anche la moglie, nonna Maria Aldisio di Bona, era una buona pianista e arpista. In casa, insomma, musica e strumenti non mancavano. La nonna me la ricordo bene. Era già ammalata quando, a 2 anni, mi regalarono un piccolo pianoforte, tipo quello di Schroeder, l’amico di Charlie Brown; passavo le mezzore a strimpellare raccontandomi le favole. Ma la folgorazione l’ho avuta a 4 anni quando sentii una sinfonia Beethoven, a 5 mi regalarono l’incisione della “Pastorale” e a 8 mi portarono a vedere “Il Trovatore” di Verdi. Ero letteralmente affascinata dalla zingara Azucena e da quella storia tremenda. Comunque, nella mia infanzia passavo ore a leggere i libri di casa tradotti dal nonno, l’Iliade, l’Odissea… non capivo praticamente niente, ma la ritmica mi colpiva moltissimo, tanto che iniziai a scrivere, quando ero ancora alle elementari, delle parodie metriche».

C’è rapporto tra tutto questo e la passione per la scherma?
«Maneggiare un archetto o un fioretto richiede le stesse abilità molto fini di micromovimento. Il violinista Tartini era maestro di scherma… lo stesso lessico è comune sia alla musica che alla danza e alla scherma, discipline indispensabili all’educazione del Giovin Signore, cui necessitava sfoggiare una postura nobile. Tant’è che queste arti si insegnavano anche nei collegi dei gesuiti. Comunque, anche la scherma rientra nella storia della mia famiglia; Ettore Romagnoli era un appassionatissimo schermidore. Io ho iniziato a tirare perché mia madre mi leggeva Salgari e, credendomi Sandokan, giravo casa con una sciaboletta. A 6 anni mi portarono in palestra per contenermi. È uno sport magnifico, di tattica, tonifica e lo si può intraprendere anche a ottant’anni. Io ci tengo a fare proseliti, è uno sport anti-età formidabile perché stimola anche dal punto di vista cognitivo, non è ripetitivo, mette in gioco abilità speciali, è come una partita a scacchi: si deve indurre l’avversario a fare la mossa che tu hai in mente, prevedendone anche gli errori. Purtroppo Rovereto manca d’una palestra dedicata, ma non perdiamo le speranze».