L'editoriale

martedì 7 Luglio, 2026

Da Fifantino alla favola di Capo Verde

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Per accontentare l’ingordigia di Trump, il calcio fa sì che pure la legge non sia uguale per tutti. E intanto, uno scoglio ha quasi arginato il mare

Il punto più basso. No, non ci riferiamo al Brasile più modesto di sempre spedito a casa dalla flotta vichinga di Re Erling Haaland, che a questo punto si candida seriamente per un posto almeno fra le prime quattro (per inciso, i norvegesi son quelli che nelle qualificazioni ci han rifilato sette pappine in due partite), ma al pasticciaccio brutto della squalifica sospesa al centravanti degli Stati Uniti Folarin Balogun, che giovedì era stato espulso nel match dei sedicesimi vinto dagli americani sulla Bosnia. La Fifa ha applicato una inusuale specie di «condizionale», o «messa alla prova».

Balogun è potuto scendere così in campo nella sfida agli ottavi contro il Belgio (nettamente vinta dai Diavoli Rossi per 4-1). Sconcerto, espresso dalla federazione belga che si è detta «esterrefatta», trasformatosi nel giro di poco in universale giramento di zebedei non appena è emerso, la fonte dello scandalo è il New York Times, che dietro al provvedimento ci sarebbe stata una telefonata di Donald Trump al presidente della Fifa Gianni Infantino. E tac, per magia la squalifica al Balogun è sparita. «Ben fatto» ha commentato Trump, mentre il mondo del pallone, almeno quello indipendente che non si allinea alla vassalla piaggeria di «Fifantino» (il geniale copyright è del sociologo Pippo Russo), si indignava e si incacchiava. Non bastava la carnevalata del Mondiale per Club dello scorso anno, non bastava il Premio Fifa per la Pace istituito da Infantino per consegnarlo a Trump, non bastava l’ingresso della Fifa nel Board of Peace, non bastava nemmeno aver portato a quattro i tempi di un partita di pallone grazie alla sponsorizzatissima sosta idratante; ora, per accontentare l’ingordigia di Trump, il calcio fa sì che pure la legge non sia uguale per tutti. Adesso vedremo che succederà, sempre che qualcosa succeda; certo, è che l’autonomia del pallone è andata a farsi benedire se nemmeno il calcio resiste (bisogna dire come con un presidente come «Fifantino» il governo mondiale del calcio non abbia fatto davvero assolutamente nulla per difenderla) all’onnivora incontinenza di Trump.

Piange il telefono, e veniamo al campo, che è meglio. Detto che Germania, Olanda e Brasile sono già a casa, detto che la Francia conferma di essere la squadra con più qualità di tutte (ma occhio alle amnesie figlie del narcisismo), e detto che i Leoni d’Inghilterra sanno ruggire facendo cantare un popolo sulle note di Wonderwall degli Oasis, ciò che non era previsto è che al Mondiale più globalizzato di sempre uno scoglio potesse quasi arginare il mare. È successo davvero, sarà contento Mogol che ne fece il testo di uno dei capolavori che ci ha lasciato quel genio di Lucio Battisti. Lo scoglio è Capo Verde, il mare è l’Argentina campione del mondo e dell’infinito Leo Messi. Pareva dovesse essere una passeggiata per l’Albiceleste, e in effetti va detto come gli argentini sul campo abbiano letteralmente passeggiato, ma nel senso di uno stucchevole ricamo sotto ritmo. E Capo Verde, quasi quasi gliela faceva. Gli han fatto vedere le streghe in un match da far saltare le coronarie, risoltosi solo grazie a uno sfortunato autogol ai supplementari, dopoché Capo Verde aveva agguantato per ben due volte Messi e compagni.

Si dice ci siano sconfitte che valgono quanto o più delle vittorie; beh, diciamo che la notte di Miami è stata proprio una di queste. Capo Verde non si è fermata a un passo dalla storia, ma ha fatto la storia. Qualificatasi per la prima volta a una fase finale dei Mondiali, ha passato la fase a gironi costringendo al pareggio nientemeno che la Spagna campione d’Europa, per poi pareggiare le altre due partite con Uruguay e Arabia Saudita. È la nazione più piccola ad aver mai avuto accesso ai turni a eliminazione diretta, e con pizzico di fortuna in più chissà come sarebbe andata a finire con gli argentini che, ad un certo punto, in passerella all’Ufficio Facce non se la passavano affatto bene.

Il 19 luglio sapremo chi sarà campione del mondo, nel frattempo Capo Verde il suo Mondiale lo ha ampiamente vinto; abbiamo impresso sul cuore nomi che neanche immaginavamo di vedere un giorno sull’album Panini. A partire dal dentista Vozihna, il portiere quarantenne che con la sua storia ha commosso il mondo. Era sbarcato in America con cinquantamila follower su Instagram: ne ha ora quasi 18 milioni. Lo stesso vale per i vari Deroy Duarte, Nuno da Costa e compagnia bella. Capo Verde è una manna scesa dal cielo a dirci che sì, uno scoglio può davvero arginare il mare. E un Mondiale che ti dice questo, è già bello così di suo, nonostante la linea diretta tra Trump e il suo cortigiano Infantino faccia di tutto per guastarlo.

Post scriptum: Ecco dai, facciamo che il 19 luglio la Coppa davanti al faccione ingrugnito di Trump la alzi allora quell’Europa che lui tanto si diverte a maltrattare. I dispettucci, a volte, son bei regali.