L'intervista

domenica 21 Giugno, 2026

Cpr di Gradisca, il sindaco: «Promesso come centro temporaneo, dopo 30 anni è ancora qui e il territorio non conta nulla»

di

Alessandro Pagotto racconta l'esperienza del comune friulano: «Struttura inefficace, fonte di tensioni e sottratta a qualsiasi controllo delle amministrazioni locali»

La storia di Gradisca di Isonzo e del «suo» Cpr a un livello umano è una storia di dolore, quello che vino i trattenuti dentro la struttura, quello che percepiscono i cittadini che non vogliono fare finta di niente e fingere di non sapere cosa succede là dentro. Ma a un livello istituzionale quella del Cpr di Gradisca è anche un monito sulla perdita di controllo per un territorio, anche in terra di autonomia, in Friuli Venezia Giulia così come in Trentino.
«La struttura era nata come Cpt (centro di permanenza temporeana, gli antenati dei Cpr, ndr) ancora nel 1998 – racconta l’attuale sindaco di Gradisca d’Isonzo Alessandro Pagotto – Ci fu promesso che sarebbe stata una struttura piccola e temporanea. A 30 anni di distanza è diventata permanente e con numeri molto più grandi». Proprio Pagotto ha accompagnato la deputata trentina Sara Ferrari e il sindaco di Trento Franco Ianeselli nel corso della loro ispezione al Cpr di Gradisca
Sindaco qual è l’esperienza di Gradisca con il Cpr?
«Ahimè è l’esperienza di un comune piccolo, siamo circa 7mila abitanti, ma che si trova in una posizione baricentrica tra Gorizia e Monfalcone, che ne hanno rispettivamente 40mila e 30mila, e si trovato sul territorio una struttura sproporzionata. Non doveva andare così, ci era stato detto che sarebbe stato un centro temporaneo e piccolo, invece ora è qui da quasi 30 anni e nel tempo è cresciuto, come numeri, come spesa, come costi. Si tratta di un’esperienza fallimentare. Un sistema di detenzione amministrativa che comporta una contrazione molto forte della libertà personale,, In questo è un sistema totalitario simile a quello del carcere, ma con la differenza che le persone che si trovano nel Cpr non hanno commesso un reato, altrimenti sarebbero in un penitenziario, è una detenzione di tipo amministrativo, basata solo sull’assenza del permesso di soggiorno, che priva della libertà personale».
Secondo lei il Cpr non funziona?
«Queste strutture, lo posso dire con cognizione di causa, sono inefficaci. Facciamo chiarezza: parliamo di numeri infinitesimali rispetto al fenomeno migratorio in generale e anche a chi si trova senza permesso di soggiorno nel Paese. Gradisca è forse il più grande d’Italia e ha 80 trattenuti circa. Parliamo quindi di una percentuale minima di persone, se sono queste strutture a dover gestire il fenomeno migratorio irregolare allora la verità è che non lo stai gestendo, perché interessano meno del 10% dei migranti senza permesso dei soggiorno».
Ma se non servono a governare le migrazioni, allora cos’è un Cpr?
«Un elemento simbolico, uno spauracchio. Un simbolo da agitare davanti alle masse per dire che si sta facendo qualcosa, ma non è il modo in cui affrontare il fenomeno».
Quali sono i problemi?
«Ci sono quelli di chi ci sta dentro e poi quelli della popolazione fuori. Parto dai primi. C’è un tema di dignità della persona che è emergenziale. Nel Cpr arrivano persone che hanno scontato pene in carcere, chi ha avuto problemi di salute fisica e mentale, ma anche semplici persone trovate senza un regolare permesso di soggiorno. Persone che si trovano con la Spada di Damocle di un rimpatrio e intanto restano in questo limbo, una condizione senza tempo. Non c’è una pena da scontare, non sanno quando finirà. In alcuni casi vengono rimpatriati, in molti altri vengono invece rilasciati perché non c’è modo di effettuare il rimpatrio. Mi chiedo perché per quelli in uscita da un percorso carcerario, se davvero sono pericolosi e vanno rempatriati, le pratica non iniziano già durante il periodo detentivo, così non servirebbe il Cpr. Questo è un discorso sia di efficienza del sistema sia di dignità della persona che già ha scontato una pena e si trova di nuovo imprigionato senza avere un reato. C’è il tema della sofferenza di chi vive là dentro e di chi ci lavora. Le condizioni sono irrispettose per tutti quelli che stanno là dentro».
E il Comune e i cittadini che problemi hanno?
«Anche nella comunità in cui si inseriscono queste strutture nascono tensioni. Più e più volte negli anni, l’ultima volta lo scorso mese, abbiamo assistito a tentati suicidi, a situazioni di autolesionismo, abbiamo visto incendi, proteste, persone scappare, persone che hanno perso la vita perché non sopportavano le condizioni di vita là dentro. La comunità che sta attorno alla struttura sente questa preoccupazione, tensione, dolore. Certo le persone sono chiuse all’interno ma si proietta all’esterno un clima di inquietudine, tensione e sofferenza. Quindi a distanza di anni possiamo dire con grande chiarezza, e sono osservazioni confermate anche dalle amministrazioni precedenti, che l’esperienza del Cpr di Gradisca è fallimentare».
Quali erano i patti con lo Stato? Li hanno disattesi?
«Scelsero Gradisca perchè quella era un’area militare dismessa. Al tempo ci fu detto che sarebbe stato un centro temporaneo, ai sindaci del tempo fu presentata come una cosa che sarebbe durata per pochi anni. Invece nel tempo la struttura è diventata permanente e sempre più grande».
Il Comune ha provato a farlo chiudere, avete voce in capitolo?
«Ci abbiamo provato. Nel corso degli anni sono stati fatti cortei a cui abbiamo partecipato anche come Comune, abbiamo approvato mozioni inviate a Roma chiedendo la chiusura della struttura. Azioni che però non hanno generato nessuna sorta di risposta o cambiamento. Ci siamo anche dotati di un garante comunale per le persone private della libertà, è una figura nominata dal Consiglio comunale che ogniqualvolta c’è la necessità facciamo entrare in questa struttura, perché altrimenti persino io che sono il sindaco devo chiedere al Ministero di poter entrare, non ho nessun controllo.
Insomma una volta che arriva il Cpr il territorio non ha nessun controllo?
«Fosse stato per noi l’avremmo già chiuso, ma non è possibile. Una volta che te lo impongono, perdi qualunque controllo su di esso».