L'editoriale
mercoledì 3 Giugno, 2026
Una lezione di umanità
di Lorenzo Fabiano
A pochi giorni dall'enciclica di Papa Leone, in un’epoca di stato confusionale come questa, Sinner ci ha fatto l’ennesimo regalo: una straordinaria lezione di Magnifica Humanitas
«Nessuno è fatto per non sbagliare mai. Non sono un robot». Firmato Jannik Sinner. L’ha spiegata così, che più chiara non poteva essere, con la risposta vincente a chi questo ragazzo ce lo ha voluto ritrarre come una macchina infallibile, un’arancia meccanica con un algoritmo al posto dell’anima. Scemenze. A dire il vero, in questo pazzo mondo a qualcuno piacerebbe fosse così, gente che con le visioni si spinge un po’ troppo in là, personaggi come Peter Thiel e Elon Musk per intenderci, ma così non è. Gli infallibili non esistono e non esisteranno mai, gli invincibili non esistono e non esisteranno mai, gli inscalfibili non esistono e non esisteranno mai, nemmeno tra i supercampioni.
Esistono uomini e donne, con le loro virtù, le loro forze, ma anche, vivaddio, le loro fragilità e le loro debolezze. Sarà pure un caso, ma la giornata più «drammaticamente umana» di Jannik Sinner è capitata pochi giorni dopo la pubblicazione dell’enciclica «Magnifica Humanitas» di papa Leone. E il pomeriggio di giovedì scorso nel torrido catino del Roland Garros è stato giusto un inno alla Magnifica Humanitas. Un saggio sulla centralità dell’uomo, della persona, sulle correnti che muovono le maree del nostro essere. Nel bene e nel male, perché questo siamo. In un’epoca di stato confusionale come questa, pervasa dalle più strampalate teorie, Sinner (sia chiaro, spiace sportivamente parlando per il ragazzo che aveva davanti a sé una grande occasione per centrare l’unico Slam che gli manca) ci ha fatto l’ennesimo regalo: una straordinaria lezione di umanità. Tanto utile, quanto necessaria. Perché sì, perché, come diceva Michel de Montaigne, ci sono sconfitte più gloriose che vittorie. E quella di Jannik a Parigi va annoverata tra queste.
Riavvolgiamo il nastro, allora. Sotto il solleone parigino Sinner conduceva su Juan Martin Cerundolo 6-3/6-2/5-1, come dire che finché si giocava a tennis non c’era partita. Tutto liscio, Jannik era lanciato verso una comoda e scontata vittoria. Poi, quando ormai la pratica pareva essere arrivata sule tastiere della sala stampa, all’improvviso in campo è entrato il diavolo, colui che, secondo Adriano Panatta, uno sport come il tennis lo ha inventato. È spuntato un demone che ha preso a morsi Jannik fino a divorarselo un pezzo alla volta, ed è finita così. Male, in una sconfitta dolorosissima. Eppure, niente sceneggiate, niente piagnistei né lamentele: Sinner avrebbe potuto mollare tutto e ritirarsi, ma non gli è nemmeno passato per l’anticamera del cervello. Non è da lui. Non è nelle corde della sua educazione. È rimasto lì a soffrire, a lottare a forze impari con quel demone maledetto nella speranza di pescare prima o poi le forze per scacciarlo via e liberarsene per tentare di ribaltare la situazione. Non ce l’ha fatta.
Ora, quel demone lo abbiamo già visto parecchie volte, l’ultima nella semifinale di Roma contro Medvedev, ma prima ancora lo scorso gennaio all’Australian Open, nel 2025 a Shanghai, a Cincinnati, e a Melbourne, nel 2024 a Wimbledon, nel 2023 a Pechino. E la scena era la stessa di giovedì: sudorazione a cascata, pallore d’un cencio, crampi, sofferente deambulazione, conati di vomito. Una tortura, insomma. È allora chiaro come sia lui, quel demone lì non ancora ben identificato, più di ogni Alcaraz e compagnia bella, il vero avversario per venir a capo del quale Jannik debba ora lavorare con le persone che ha attorno per trovare un efficace antidoto.
Ora è tempo di staccare un attimo la spina e prendersi una salutare pausa, poi si vedrà a Wimbledon. Ma c’è dell’altro nel calvario del Roland Garros: anziché arrendersi, siamo convinti che Sinner non sia rimasto in quell’inferno solo per sé, ma anche per rispetto dello sport che ama, per rispetto del suo avversario, per rispetto del pubblico, e per rispetto di un grande torneo. Ed è qui che si riconosce il campione. E poi quelle sue parole a spiegare le ragioni di un giorno brutto, senza accampare scuse e attaccarsi a questo o quello (chissà quanti lo avrebbero fatto al suo posto). Roba del tipo che senso abbia far giocare la testa di serie numero uno di uno Slam a mezzogiorno (e questo lo facciamo noi, che a resistere dalla tentazione proprio non ce la facciamo).
E invece no, niente di niente: «Nessuno è fatto per non sbagliare mai. Non sono un robot» ha detto, per ribadirci una volta di più che prima del campione, prima del calcolatore che assegna i punti del ranking, c’è l’uomo con i suoi alti e i suoi bassi, tra cadute e risalite, tra fare, disfare e rifare. E noi, quell’uomo, lo dobbiamo proteggere, lo dobbiamo tenere bene al centro del sistema, sviluppando la tecnologia per assisterlo, e non per sostituirlo. Esattamente come ci invita a fare papa Leone. Ecco perché quella di Sinner non è stata una sconfitta, ma un messaggio di Magnifica Humanitas. Ecco perché nello sport può succedere che quando si perde può anche capitare, nostro malgrado, di vincere.