Trento
mercoledì 3 Giugno, 2026
In Comune si discute di cittadinanza di comunità. Malaj, Shero e Ceko: «Atto simbolico ma importante»
di Daniele Benfanti
I tre consiglieri di maggioranza con origini albanesi: «La presenza di cittadini stranieri va gestita, non sottoposta a ideologie e strumentalizzazioni»
In Consiglio comunale a Trento a giugno approderà l’iniziativa della maggioranza a Palazzo Thun per riconoscere la cittadinanza di comunità, a chi, tra quanti hanno origini straniere e non godono ancora della effettiva cittadinanza italiana, terminano almeno un ciclo scolastico in una scuola trentina. Un’iniziativa che è già stata portata avanti in altre città italiane, a cominciare da Bologna. Tra le liste e i partiti di opposizione sono già stati annunciati «no» netti, no più sfumati e anche vere e proprie barricate che verranno erette in aula (Fratelli d’Italia e Lega). Un provvedimento simbolico, certo, che però fa discutere. Su queste colonne (il T del 13 maggio) l’assessora comunale Giulia Casonato aveva sottolineato: «Se le minoranze lo considerano un atto solo simbolico, allora perché ne hanno paura?».
In aula, tra qualche settimana, per la cittadinanza di comunità ci vorranno i due terzi dell’aula in prima seduta e poi il 50% più uno dei voti per far passare il provvedimento, che comporta una modifica dello Statuto comunale. In materia della cittadinanza la competenza primaria è del ministero dell’Interno e non, quindi dei Comuni. Che però, attraverso lo strumento della cittadinanza simbolica o onoraria possono comunque dare un segnale concreto sulla strada dell’integrazione. Tema che scalda la vigilia. Il Consiglio comunale del capoluogo in questa consiliatura annovera tre consiglieri (tutti di maggioranza) che hanno un background migratorio o sono nuovi trentini. Voteranno sì, naturalmente, all’atto politico. E hanno le idee ben chiare, maturate anche per esperienza personale, a volte faticosa, sul perché sia un passaggio che per Trento vorrebbe dire maturità civica e civile.
Spartak Malaj, di Insieme per Trento, è arrivato a Trento 26 anni fa, a 18 anni, dall’Albania e fa l’imprenditore edile. «Non vedo differenze tra i bambini, né le vedono loro. Crescono insieme. Faccio un esempio: a scuola di mia nipote la metà degli alunni ha genitori che arrivano da altri Paesi. La cittadinanza di comunità è un atto simbolico ma importante. Perché l’opposizione è contraria? Non giudico l’altra parte politica. Ma dico solo che per un’integrazione senza se e senza ma servono diritti e doveri».
Anche Xheik Shero ha origini albanesi (nato a Bolzano, arrivato a Trento all’età di due anni) ed è stato eletto in consiglio nella stessa lista, Insieme per Trento: «Chi ha un background migratorio è parte integrante della comunità. I bambini che vanno a scuola certo non si sentono diversi dai propri compagni che hanno la cittadinanza. Io mi sento un ponte fra culture. Sono diventato cittadino italiano de jure a 14 anni, quando i miei genitori hanno ottenuto la cittadinanza. Ti senti più parte della comunità in cui vivi. Credo che la presenza di persone di origine straniera sia da gestire, non da sottoporre a ideologie. L’iniziativa di Trento può essere un segnale importante per il governo a Roma. Dopo l’episodio di Modena abbiamo sentito il ministro Salvini parlare di ritiro della cittadinanza, come se ci fosse un ideale di italiano».
Kristofor Ceko è venuto in Italia dall’Albania per studiare all’Università: si è laureato in Giurisprudenza, con una tesi sull’accesso alla protezione. In Consiglio siede sugli scranni del Pd: «Il riconoscimento che propone Trento è un messaggio importante. Un messaggio alla politica romana. Mi aspetto l’opposizione della destra, ma non dei moderati. La destra si oppone per avere voti. Sappiamo che ci sono le strumentalizzazioni, come nel recente caso di Modena. Lì le questioni sono separate: il delinquere non ha a che fare con la cittadinanza. Negli ultimi 20 anni in Italia per il 70% del tempo ha governato il centrodestra e cosa ha fatto per prevenire i reati?».
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